Per la comprensione di molti argomenti di Kroton è necessario conoscere alcuni aspetti della mitologia di Apollo.
Apollo (in greco antico: Ἀπόλλων, Apóllōn; in latino: Apollo) è una divinità della religione greca e romana.
Dio del Sole (di cui traina il carro), di tutte le arti, della musica, della profezia, della poesia, delle arti mediche (il dio della medicina è infatti suo figlio Asclepio), delle pestilenze e della scienza che illumina l’intelletto, il suo simbolo principale è il Sole o la lira. In seguito fu venerato anche nella religione romana.
In quanto Dio della poesia, è il capo delle Muse. Viene anche descritto come un provetto arciere in grado di infliggere, con la sua arma, terribili pestilenze ai popoli che lo osteggiavano. In quanto protettore della città e del tempio di Delfi, Apollo è anche venerato come dio oracolare capace di svelare, tramite la sacerdotessa, detta Pizia, il futuro agli esseri umani; anche per questo era adorato nell’antichità come uno degli dei più importanti dell’Olimpo.
Origine del culto apollineo e del santuario di Delphi
Le origini del culto apollineo si perdono nella notte dei tempi. È comunque opinione comune e consolidata tra gli studiosi che il culto del dio sia relativamente recente e che, precedentemente ad Apollo, il santuario di Delphi1 avesse una sua antichissima religione ctonia, legata al culto della Dea Madre (ovvero di Ghḕ2).
Il santuario ctonio di Delphi venne poi occupato da una divinità non greca, orientale, la quale però, a sua volta, venne grecizzata, secondo quanto fa intendere il noto racconto erodoteo (Historiae, I,61-62) sulla cacciata dei Cadmei 3, da parte degli Argivi (Achei) 4.
Secondo alcune ipotesi nell’Apollo classico degli Achei confluirono sia elementi di divinità orientali, o comunque pre-indeuropei della Grecia, con elementi delle divinità minoiche. Ciò deriverebbe dall’attributo di Apollo di potersi trasformare in tutti gli animali, fra cui nei delfini, sovente raffigurati nell’arte minoica; ma Delfino (Delphinios) è un’etimologia alternativa a grembo (Delphyne) per il principale santuario del dio a Delfi; inoltre i sacerdoti di Apollo a Delfi si definivano Labryaden, nome che a sua volta rimanda alla doppia ascia e al labirinto, simboli religiosi importanti per i Cretesi.
Con l’invasione dei Dori (XII-XI secolo a.C.)5, furono annientati i Micenei, ed il santuario, verosimilmente, subì l’umiliazione e la distruzione dei vincitori e solo verso il IX-VIII secolo a.C. fu riaperto e si risollevò, ma con un Lossia (divinità oracolare) del tutto trasformato e in linea con la nuova religione. Il potentissimo dio di origine orientale entrerebbe così a far parte della sacra famiglia olimpica, sdoppiandosi in Apollo e Artemide e diventando figlio di Zeus e di Leto.
La nascita di Apollo e la pitoctonia
La condanna di Hera e il rifugio a Delo
Nella versione più nota del mito greco, Apollo nacque, insieme alla sorella gemella Artemide, dall’unione di Zeus con Leto (Latona figlia dei dei titani Ceo e Febe)6. Quando Hera scoprì il tradimento, consumata dalla gelosia, proibì alla terraferma — fosse essa continente o isola ancorata al fondo — di dare asilo alla rivale per il parto. Non soddisfatta, Hera inviò il serpente Pitone (Python) a perseguitare Leto senza tregua, impedendole di trovare riposo7.
La nascita di Apollo.
Leto riuscì infine a partorire a Delo 8. Delo poté accoglierla poiché, secondo il mito, era un’isola “errante”, appena emersa dalle acque e non ancora ancorata alle radici della terra, sfuggendo così al divieto imposto da Hera9.
Il Drago e l’Oracolo.
Pitone (o Python), figlio di Gea (la Terra) generato dal fango residuo del Diluvio Universale10, era un drago-serpente di dimensioni colossali che custodiva l’antico oracolo di Delfi. Esiste una versione più arcaica del mito in cui il guardiano del tempio della Dea Madre era un drago di sesso femminile chiamato Delphyne. Questo nome è strettamente legato all’etimologia di Delfi (Delphis), che significa “grembo” o “ventre”, a indicare le viscere della terra11. Si presume invece che il nome maschile “Pitone” (Python) derivi dal verbo greco pythein (“far marcire” o “emanare miasmi”). Questa etimologia trova spiegazione nella conformazione geologica del santuario: presso l’adyton (la parte più sacra del tempio) esisteva una profonda fenditura nella roccia da cui fuoriuscivano vapori mefitici (gas etilenici). Tali esalazioni inducevano uno stato di trance estatica nella Pizia, la sacerdotessa che, inalandoli, proferiva i responsi del dio12.
La vendetta di Apollo
Poco più che bambino (secondo alcune fonti a soli quattro giorni dalla nascita), Apollo intraprese l’impresa di uccidere il drago per vendicare le sofferenze inflitte alla madre durante la gravidanza o, secondo l’Inno Omerico, per reclamare il luogo sacro per sé. Partito da Delo, il dio si diresse verso il monte Parnaso. Pitone si trovava in una grotta presso una sorgente e, alla vista di Apollo, tentò di difendersi attorcigliandosi a un albero di alloro 13.
Apollo ferì gravemente la bestia con le sue frecce infallibili, forgiate da Efesto. Il mostro, ferito, cercò rifugio presso l’antico oracolo della Madre Terra a Delfi (città che secondo alcune tradizioni prese il nome dalla compagna del mostro, Delfine). Apollo, tuttavia, non ebbe pietà: inseguì la creatura fin dentro il santuario e la finì dinanzi al sacro crepaccio14).
Apollo stesso a causa della sua impresa si guadagnò l’appellativo pitio.
La Madre Terra, oltraggiata, ricorse a Zeus che non soltanto ordinò ad Apollo di farsi purificare.
La Purificazione di Apollo
Il Miasma e la necessità del rito .Sebbene l’uccisione di Pitone fosse un atto eroico necessario per liberare Delfi, essa comportava comunque una contaminazione. Pitone era figlio di Gea (la Terra), e versare il sangue di una creatura così antica e legata alle origini del mondo generava un miasma (impurità rituale) che nemmeno un dio poteva ignorare. Apollo, dunque, dovette sottomettersi alla legge divina che imponeva l’esilio e la purificazione per chiunque si fosse macchiato di omicidio15.
Il viaggio verso la Valle di Tempe. Lasciata Delfi, Apollo si diresse verso nord, nella regione della Tessaglia, fino a raggiungere la Valle di Tempe, una gola lussureggiante scavata dal fiume Peneo tra il monte Olimpo e il monte Ossa. Qui, secondo il mito, sorgeva un altare eretto dalla stessa Gea (o venerato come luogo sacro legato alla terra). Il rito di purificazione avvenne nelle acque del fiume Peneo. Apollo si lavò per cancellare la colpa del sangue versato e, una volta purificato, tagliò un ramo di alloro dal bosco sacro della valle 16.
La fondazione del Santuario
Il ritorno come “Febo” Incoronato con l’alloro di Tempe e tenendo in mano un ramo della stessa pianta, Apollo fece ritorno a Delfi non più come un semplice uccisore, ma come Febo (Phoebus), ovvero “Il Puro”, “Lo Splendente”17. Solo allora poté entrare legittimamente nel santuario, prendere possesso del tripode oracolare e diventare la voce di Zeus sulla terra.
I mercanti Cretesi e l’Epifania del Delfino. Fondato il santuario, Apollo necessitava di ministri di culto che lo custodissero. Mentre scrutava il “mare vinoso”, avvistò una nave di mercanti cretesi provenienti da Cnosso (i Minovii), diretti a Pilo per affari. Il dio decise che sarebbero stati loro i suoi sacerdoti. Si lanciò in mare e assunse l’aspetto di un enorme delfino, balzando sul ponte della nave e terrorizzando l’equipaggio, che non osava più muoversi. Sotto questa forma, Apollo guidò magicamente la nave, impedendo ai marinai di governarla, trascinandola fino al golfo di Corinto e facendola arenare a Crisa, il porto del santuario.
La consacrazione di Delfi Sceso a terra, Apollo si rivelò nella sua forma divina, apparendo come un giovane vigoroso dalla lunga chioma. Spiegò ai cretesi che non avrebbero più rivisto la loro patria, ma avrebbero avuto il privilegio di custodire il tempio più ricco del mondo e di conoscere i piani degli immortali. Ordinò loro di erigere un altare sulla spiaggia e di venerarlo con l’epiteto di Apollo Delfinio (Delphinios), in memoria della forma che aveva assunto per guidarli. Decretò quindi che la località, precedentemente nota come Pito, da quel giorno si sarebbe chiamata Delfi.
L’Istituzione dei Giochi Pitici (Pythia)
Dai Giochi Funebri alla Celebrazione della Luce. Nella tradizione mitica, l’istituzione dei Giochi Pitici non fu solo una festa per la vittoria di Apollo, ma nacque paradossalmente come un rito di espiazione e onore funebre per il nemico sconfitto. Dopo aver ucciso Pitone e averne “sepolto” il corpo sotto l’Omphalos (l’ombelico del mondo nel tempio di Delfi), Apollo istituì delle competizioni solenni. Secondo la consuetudine greca arcaica, infatti, la morte di un essere potente richiedeva dei “giochi funebri” (agones) per placarne lo spirito irrequieto 18.
Il primato della Musica: Il “Nomos Pythikos”. A differenza dei Giochi Olimpici, che erano prettamente atletici, i Giochi Pitici si distinguevano originariamente per la loro natura artistica e musicale, riflettendo la natura di Apollo come dio della musica e guida delle Muse. La competizione più antica e prestigiosa era l’agone musicale in cui i citaredi dovevano eseguire il Nomos Pythikos. Non si trattava di una semplice melodia, ma della prima forma di “musica a programma” della storia: l’artista doveva descrivere, usando solo la cetra e l’aulos (flauto), le fasi del combattimento tra il Dio e il Drago19.
L’evoluzione atletica e il serto di alloro. Solo successivamente, secondo il mito (e la storia), vennero introdotte le gare ginniche e le corse dei carri, per emulare lo splendore di Olimpia. Un dettaglio fondamentale riguarda il premio. Nei primi tempi, ai vincitori venivano donati beni materiali o fronde di quercia. Tuttavia, dopo la purificazione di Apollo a Tempe e la trasformazione della ninfa Dafne, il dio decretò che l’unico premio degno per i poeti e gli atleti fosse una corona di alloro (Daphne). Ovidio racconta che, poiché l’alloro non esisteva ancora al momento dell’uccisione di Pitone (essendo la metamorfosi di Dafne successiva), Apollo inizialmente si cingeva la fronte con qualsiasi fronda verde; fu solo dopo aver perso la ninfa che rese la pianta eterna attraverso le corone dei vincitori20.
La rifondazione storica. Mentre il mito attribuisce tutto ad Apollo, storicamente i giochi furono riorganizzati nel 582 a.C. dall’Anfizionia (la lega di città che proteggeva il santuario) dopo la “Prima Guerra Sacra”. Da quel momento divennero panellenici, tenendosi ogni quattro anni (due anni dopo ogni Olimpiade), attirando concorrenti da tutto il Mediterraneo.

——
Illustrazione e descrizione tratta da “Histoire des grecs, volume 1, Formation du peuple grec“, 1887, di Victor Duruy, p. 741
L’Inno Omerico ad Apollo.
Gli inni omerici sono una raccolta di 33 componimenti, accomunati dall’uso del metro dattilico e del dialetto epico, e spesso dedicati a una divinità. L’Inno omerico ad Apollo presenta due sezioni nettamente distinte, sia per scelte stilistiche che per aspetti contenutistici, riunite successivamente nella tradizione manoscritta.
La prima sezione (Apollo Delio) narra la nascita del dio a Delo e la celebrazione delle feste delie. Questa parte è generalmente considerata la più antica, con una composizione che risalirebbe al VII secolo a.C. (termina al v. 176 o al v. 178). La seconda sezione (Apollo Pitico)èÈ incentrata sulla fondazione dell’oracolo a Delfi, impresa resa possibile dall’uccisione della draghessa. Questa parte è generalmente datata in un momento leggermente successivo attorno al VI secolo a.C.
Nell’inno, Apollo è descritto con devozione arcaica, riflettendo la società che ha generato i poemi omerici e richiamando temi epici di guerra. Gli inni omerici più che componenti rituali sembrano essere piccoli poemi, ed in quanto tali testimoniano la transizione tra l’epos eroico di Omero e le prime forme di poesia lirica e rituale nell’età arcaica.
Devozione Arcaica e Stile Omerico. Sebbene non siano attribuiti a Omero stesso, gli Inni sono composti nello stesso esametro dattilico e utilizzano il medesimo repertorio di formule, epiteti e convenzioni narrative (es. “Apollo che scaglia lungi i dardi”).
- Ethos della Conquista: Apollo è descritto con un’autorità e un senso di vendetta che riflettono l’etica eroica. La sua decisione di fondare il santuario è un atto di dominio territoriale. Non si limita a stabilirsi; deve punire l’inganno di Telfusa e sconfiggere la Drakaina. Questo Apollo “guerriero” e vendicativo è tipico della sensibilità arcaica.
- Temi di Conflitto Epico: La Pitoctonia non è semplicemente l’uccisione di un mostro locale, ma la continuazione delle grandi lotte cosmiche (come la Gigantomachia). Sconfiggendo la Drakaina, che era balia di Tifone (il nemico di Zeus), Apollo consolida l’ordine olimpico e la supremazia del padre.
L’Inno come “Piccolo Poema” (Prooimion). L’Inno si distingue nettamente dalle semplici preghiere o invocazioni rituali. La sua lunghezza (soprattutto se letto nella sua interezza come testo unificato) e la sua ricchezza narrativa lo rendono un vero e proprio piccolo poema epico.
- Funzione Narrativa (Aition): Più che una supplica, l’Inno è un’aition (storia d’origine). Spiega perché Apollo nacque a Delo e, soprattutto, perché e come il suo oracolo sorse a Delfi. La narrazione dei marinai cretesi e dell’epifania del delfino è una scena degna di un poema, con tanto di tensione, climax e risoluzione che motiva l’epiteto Delphinios.
- Contesto di Esecuzione: Gli Inni Omerici erano molto probabilmente eseguiti come proemi (prooimia) da rapsodi (cantori epici) prima di recitare le opere maggiori (l’Iliade o l’Odissea) nei grandi festival panellenici, come i Giochi Pitici o le feste Delie. Questo li pone al confine tra il rito religioso e l’intrattenimento letterario di alto livello.
Il Tripode Delfico nell’inno omerico
Hai punto focale eccellente dell’inno riguarda il tripode delfico, l’oggetto rituale per eccellenza del Santuario di Delfi, il fulcro della profezia, e la sua menzione nell’Inno è cruciale per stabilire l’autorità di Apollo sul luogo. L’episodio chiave si trova nella parte finale dell’Inno (sezione Pitica, circa vv. 535-544), quando Apollo ha portato i marinai cretesi a terra, si è rivelato e li sta istruendo sui loro doveri come sacerdoti, descrive l’alto privilegio che li attende, direttamente collegato al tripode:
“Voi, o stranieri, che avete visto cose mai viste dagli uomini… seguite i miei comandi, obbedite, e apprendete la funzione del luogo.
Voi dovrete occuparvi del mio tempio e riceverete onori da tutti gli uomini.
Voi siederete vicino al sacro tripode, e da lì, a voce, dispensate oracoli ai mortali, secondo la mia volontà.
Custodite fedelmente il Tripode e state attenti ad agire con giustizia; se così farete, sarete onorati per tutta la vita; ma se peccherete di presunzione o direte parole malvagie, allora altri uomini governeranno questo luogo al vostro posto, e la mia mano pesante vi punirà.“
La menzione del tripode in questo contesto è molto più di una semplice descrizione di arredi sacri; stabilisce i fondamenti teologici e pratici dell’Oracolo.
- Sede della Trasmissione: Il tripode non è solo una sedia, ma la piattaforma fisica attraverso la quale Apollo esercita la sua funzione profetica. Esso agisce come un canale tra il regno divino e il mondo mortale. La sacerdotessa, la Pizia, siede su di esso per entrare in contatto con le forze ctonie e ricevere l’ispirazione del dio.
- Simbolo di Sovranità: La conquista del tripode e del luogo sacro della Drakaina segna il trionfo di Apollo, dio olimpico della luce e dell’ordine, sul vecchio mondo ctonio (della Terra). Il tripode è il trofeo rituale che Apollo reclama.
- Fondamento Etico del Culto: L’estratto chiarisce che il privilegio del sacerdozio (e il loro sostentamento) è subordinato alla custodia fedele e alla giustizia (dike). Il tripode non è solo sacro, ma anche un test della pietà umana. Qualsiasi presunzione (hybris) o negligenza porterà alla punizione diretta da parte del dio.
Il tripode è tradizionalmente raffigurato come un calderone su tre gambe, e si ritiene fosse posto sopra la fenditura da cui fuoriuscivano i vapori sacri, ponendo la Pizia direttamente in contatto con la dynamis (forza) del luogo.
Alcuni ritengono che negli elementi del mito, della fondazione violenta del santuario, con l’uccisione della divinità preesistente l’occupazione di Apollo, l’incontro con i marinai cretesi, sia il riflesso della fase di scontro, di incontro e poi accordo delle tra le popolazione doriche che si stabilirono in Grecia in età protostorica e le popolazioni micenee e minoiche, e delle modificazioni dei culti associati.
—
Il responso presso il Tripode delfico e le colonizzazioni
Si tratta di uno degli aspetti storici più affascinanti e concreti legati all’Oracolo di Delfi. Tra il VIII e il VI secolo a.C., il responso presso il Tripode delfico non fu solo una guida spirituale, ma divenne il motore geopolitico che legittimò e indirizzò la grande ondata di colonizzazione greca (apoikiai).
Nessuna impresa di colonizzazione importante, finalizzata alla fondazione di una nuova città (polis), poteva essere intrapresa senza prima consultare il santuario di Apollo a Delfi.
Necessità di Legittimità. Le spedizioni di colonizzazione erano rischiose e spesso motivate da carestie (limós), guerre interne (stásis), o sovrappopolazione nella città madre (metropolis). Questi erano atti di disperazione. Il responso del Tripode trasformava una fuga rischiosa in una missione divina (thema), fornendo la necessaria legittimità morale e politica21.
La Scelta dell’ecista. Il compito più cruciale di Delfi era quello di designare l’ecista (il fondatore). Il responso non solo indicava il luogo dove stabilirsi (es. “dove troverete un cielo piovoso e rane gracchianti”), ma nominava anche l’uomo che avrebbe guidato la spedizione. La nomina divina dell’ecista garantiva la sua autorità assoluta sul gruppo e, alla sua morte, la venerazione come eroe fondatore (heros ktistes)22.
La Natura dei Responsi. Il responso della Pizia era essere abbastanza ambiguo, così che la reputazione dell’Oracolo restava intatta in caso di fallimento, ma rimaneva sufficientemente specifico da fornire una direzione pratica. Molti oracoli fornivano indicazioni enigmatiche sulla natura del luogo o su eventi particolari che avrebbero segnato l’arrivo a destinazione. Il responso più comune era un ordine diretto da Apollo stesso a partire. Consultare il Tripode era un modo per scaricare la responsabilità della decisione, spesso impopolare, sulla volontà del dio.
La Funzione Unificante (La Fede nel Tripode). L’influenza di Delfi non era solo pratica (dove andare), ma essenzialmente psicologica e culturale: le spedizioni erano spesso composte da persone provenienti da diverse famiglie o anche diverse poleis. La benedizione del Tripode garantiva una forza coesiva e un’identità comune sotto la protezione di Apollo. L’ecista portava con sé da Delfi, o dalla metropolis, il fuoco sacro (hestia) che avrebbe acceso il focolare pubblico della nuova città. Questo fuoco simboleggiava il legame ininterrotto con la madrepatria e, in ultima analisi, con il santuario panellenico di Apollo.
E’ indubbio che le tradizioni oracolari delfiche di fondazione, fra cui sicuramente quelle di Crotone, esprimano forme di elaborazione ed espressione dell’identità civica, costruite, in chiave di ‘storia intenzionale’, sul paradigma delle ‘origini’, e sviluppatesi (interamente?) entro determinati contesti storico-relazionali, comunque significativamente seriori rispetto alla fondazione. Forme peculiari che, per ragioni da cogliere di volta in volta in temini contestuali, avevano posto al centro, o almeno in forte rilievo, un ruolo significativo di Delfi, e dell’oracolo delfico, nella fondazione della colonia, quale elemento essenziale di quella autodefinizione e autorappresentazione identitaria, nella chiave di una special relationship in quanto comunità di matrice oracolare delfica 23
Sulla fondazione di Crotone consultare la pagina di dettaglio:
Ercole, Miscello, Apollo Pizio e la fondazione di CrotoneSul significato pratico e simbolico del tripode, come oggetto in sè, ma anche come elemento iconografico rappresentativo di Krotone e della moderna Crotone, vedere anche:
Il tripode, simbolo di Kroton e di Crotone. Interpretazioni e significati
La contesa del Tripode di Heracles ad Apollo
La contesa del tripode è un episodio della mitologia greca che vede protagonisti Heracles e Apollo, che si contendono il tripode dell’oracolo di Delfi.

Vedere anche questa versione in archivio
Dopo le sue “dodici fatiche” Heracles sposò Deianira e decise di stabilirsi a Trachis, in Tessaglia; ma poi ricominciò a viaggiare da solo, e si recò in Ecalia dal re Eurito, che aveva due figli, Ifito e Iole. Dopo alcune vicende, che qui tralasciamo, Heracles uccide Ifito a Tirinto, in preda all’ira, gettandolo dalle mura della città. Era un delitto gravissimo, da cui doveva essere purificato, e per sapere come, Heracles si recò a Delfi.
Ma la Pizia si rifiutò di rispondere alla sua domanda. Heracles decise allora di rubare il tripode, lo afferrò con le mani, volendo istituire un altro oracolo in un altro luogo! La Pizia invocò Apollo, che venne in aiuto della sua sacerdotessa e così si scatenò una lotta fra i due, che erano fratelli, ambedue figli di Zeus. Il padre scagliò un fulmine e li separò. Heracles abbandonò il tentativo, rese il tripode e finalmente la Pizia diede il suo responso: “Dovrai essere venduto come schiavo e servire per tre anni” presso la regina Onfale, di Lidia. L’eroe la servì fedelmente per il tempo richiesto, liberandola dai nemici che la affliggevano e sconfiggendo in Asia numerose belve e terribili mostri.
L’episodio della contesa è presente in Apollonio Rodio, Le Argonautiche, 2.6.2; ed anche in Plut. De EI apud Delphos 6 ; Plut. De sera numinis vindicta 12; Paus. 3.21.8 , Paus. 8.37.1 , Paus. 10.13.7ff. ; Scholiast on Pind. O. 9.29(43) ; Cicerone, De natura deorum III.42 ; Igino, Fab. 32 ; Serv. Verg. A. 8.300.
42. Inoltre vorrei sapere proprio quale sia l’Ercole che noi veneriamo : coloro che hanno esplorato a fondo i misteri della letteratura specializzata ce ne tramandano molti , che il più antico sarebbe il figlio di Giove e, occorre precisare, del più antico fra gli dèi di questo nome ché, nella tradizione letteraria greca, non si parla di un solo Giove ma di parecchi; da questa antichissima divinità recante il nome di Giove e da Lisito e sarebbe dunque nato quell’Ercole che, come ci è stato tramandato, ebbe una rissa con Apollo a proposito di un tripode.
Cicerone, De natura deorum, Libro 03; 42. Traduzione da Studenti.it
Il tentativo da parte di Heracles di impossessarsi del santuario di Delfi e del relativo oracolo, sostituendosi ad Apollo può essere interpretato come la reazione del clero delfico al tentativo di ingerenza dei popoli che nel VII secolo a.C. volevano estendere la loro influenza sul santuario24.
Il soggetto della contesa del tripode è spesso rappresentato nell’arte antica; esistono rilievi e dipinti su vasi con la lotta per il tripode a partire dal periodo geometrico (c. 900–700 a.C.), ma l’identificazione dei contendenti è ambigua. Nel Periodo Arcaico Tardo (c. 530 a.C.) la lotta per il tripode diventa un soggetto centrale e ben definito, soprattutto con l’introduzione della tecnica a figure rosse; l’iconografia del pittore di Andokides e dei suoi contemporanei fissa lo standard visivo di questa contesa nella quale l’identificazione di Heracles e Apollo diventa certa25.

Lotta di Apollo ed Heracles per il treppiede delfico. Apollo è mostrato a destra come un giovane imberbe, che porta la faretra sulla schiena e tende l’arco. Heracles, tenendo il treppiede sulla spalla in una mano e la sua caratteristica clava nell’altra, tenta di allontanarsi. Dettaglio da reperto esposto al Museo of Fine Arts di Boston.

(Foto da pagina Facebook: Immagini d’arte dai Musei)
Nel frontone del Tesoro dei Sifni a Delfi – realizzato intorno al 525 a.C. – è rappresentata la contesa per il tripode delfico fra Eracle ed Apollo, aiutato da Artemide, alla presenza di una divinità identificabile come Zeus.

—
Video Divulgativi

E’ l’episodio n. 6 della serie “Cronache dal Mito“
Dal Canale YouTube del GAK, una playlist di video consigliati sul Dio Apollo
Articoli e pagine correlate
![]()
Bibliografia, Note
- Delphi, o Delfi, è situata nella Focide sulle pendici del monte Parnaso, a circa 130 km a nord-ovest da Atene e a 600 m s.l.m. all’incrocio di antiche vie di comunicazione. Nei tempi antichi si pensava che Delfi fosse il centro del mondo, quindi era sede dell’omphalos o ombelico del mondo.[↩]
- Gea o Geo o Ge, oppure Gaia (in greco ionico e quindi nel greco omerico Γαῖα Gàia), è, nella religione e nella mitologia greca, la dea primordiale, quindi la potenza divina, della Terra. La Teogonia di Esiodo racconta come, dopo Caos (Χάος), sorse l’immortale Gaia (Γαῖα), progenitrice dei Titani e degli dèi dell’Olimpo.[↩]
- I Cadmei sono abitanti di Cadmea, l’antica rocca di Tebe, insediamento abitato in età premicinea e distrutto prima della guerra di Troia[↩]
- Gli Achei sono la prima popolazione ellenica che invase la Grecia nel II millennio a.C., riuscendo a egemonizzare definitivamente le genti pre-elleniche (definite dai più Pelasgi). Sono detti anche Argivi, dalla città di Argo, quindi “occidentali”, rispetto agli orientali Troiani. Difficile avvicinare i mitologici Achei (protagonisti insieme ai Troiani dell’Iliade di Omero) alla realtà storica dei Micenei, basata su reperti archeologici. Si ritiene che gli Achei siano genti di origine indoeuropea, che attraverso i Balcani, occuparono il Peloponneso intorno al 1500 a.C., in coincidenza con la fine dell’era minoica, di cui potrebbero essere la causa ultima; ma subendo comunque l’influsso della cultura forte e civilizzata dei minoici, da essi si sviluppò la civiltà micenea.[↩]
- I Dori erano uno dei 3 gruppi etnici (D., Ioni, Eoli) dell’antica Grecia, che si estendeva nella maggior parte del Peloponneso, nella Focide, nelle Locridi, nell’Acaia Ftiotide, a Creta e nelle colonie doriche. Secondo la tradizione i discendenti di Heracles (gli Eraclidi), sarebbero migrati conquistando il Peloponneso intorno al 1104 a.C. proprio quando si stava verificando il “collasso dell’età del bronzo e medioevo ellenico“, quando a seguito delle scorrerie di varie popolazioni nel bacino orientale del Mediterraneo, tra cui i popoli del Mare, che causarono la fine di Micene e di altre importanti entità statali quali l’Impero Ittita. Per i tre secoli successivi la Grecia attraversò un periodo di assestamento[↩]
- Esiodo, Teogonia (vv. 404-410); Omero, Inno ad Apollo[↩]
- Igino, Fabulae, CXL, “Pitone”[↩]
- Delo è una piccola isola della Grecia, nel Mar Egeo che fa parte dell’arcipelago delle Cicladi, oggi praticamente disabitata. I reperti archeologici hanno dimostrato che l’isola di Delo era già abitata fin dal 3000 a.C. sulla cima del monte Cinto; i coloni dell’isola furono poi soppiantati dai micenei che probabilmente vi portarono il culto di Apollo, dio della luce e della musica e di Artemide, dea della Luna e della caccia, adorati in triade con la madre Latona. Successivamente la figura del dio Apollo prevalse sulle altre divinità e il santuario di Apollo, famoso già nei tempi omerici, raggiunse il suo massimo splendore nei tempi arcaici (VIII-VII sec. a.C) e classici (V-IV sec. a.C).[↩]
- Callimaco, Inno a Delo; Pindaro, frammenti.[↩]
- Ovidio, Metamorfosi, Libro I, vv. 438-444[↩]
- Inno Omerico ad Apollo, vv. 300-304. Qui si fa distinzione tra il drago femmina (spesso chiamata Drakaina) e Tifone.[↩]
- Strabone, Geografia (9.3.5); Plutarco, De defectu oraculorum (sulle esalazioni).[↩]
- Secondo i commentari rabbinici, si tratta della stessa figura mitica del serpente del Giardino dell’Eden[↩]
- Euripide, Ifigenia in Tauride (vv. 1245-1251); Apollodoro, Biblioteca (1.4.1[↩]
- Plutarco, Quaestiones Graecae (Questioni Greche, 12) – descrive dettagliatamente il rituale di purificazione e la fuga.[↩]
- L’alloro, o Daphne in greco, è la pianta sacra ad Apollo. Il gesto di recarsi a Tempe per raccogliere l’alloro è eziologico: spiega cioè l’origine dell’uso di incoronare i vincitori dei Giochi Pitici con fronde di alloro provenienti proprio da questa valle, e non da Delfi, in ricordo del viaggio del Dio. Questo si collega anche al mito della ninfa Dafne, trasformata in albero per sfuggire ad Apollo, rappresentando una “conquista” casta e dolorosa del dio[↩]
- Eliano, Varia Historia (3.1) – racconta la bellezza della Valle di Tempe e il legame con Apollo.[↩]
- Un parallelismo celebre si trova nell’Iliade con i giochi funebri indetti da Achille per la morte di Patroclo[↩]
- Strabone, Geografia (9.3.10) – descrive dettagliatamente le fasi del Nomos Pythikos e come la musica dovesse imitare i suoni della battaglia.[↩]
- Ovidio, Metamorfosi (Libro I, vv. 445-451) – spiega il passaggio dalla quercia all’alloro come premio.[↩]
- Tucidide, Guerra del Peloponneso (2.15) – Sottolinea l’importanza di seguire l’indicazione divina per la fondazione di una città.[↩]
- Pindaro, Pitiche – Molti dei suoi canti celebrano le vittorie dei tiranni delle nuove colonie, stabilendo un legame diretto tra successo e Apollo Pitico.[↩]
- Rif. “Delfi e la colonizzazione in Occidente” di Mario Lombardo, 2011 in L. Breglia, A. Moleti, M.L. Napolitano, Eds., Ethne, identità e tradizioni: la ‘terza’ Grecia e l’Occidente, p. 146-147[↩]
- Secondo W.Burket (Homo Necans, 1982, pp. 121-122.) cio è un riflesso od almeno un ricordo di un’invasione dorica e l’acquisizione di un luogo di culto pre-dorico[↩]
- Emma Stafford, Herakles, 2012[↩]










