Friedrich von Duhn (1851–1930) è stato uno dei giganti dell’archeologia tedesca, e la sua opera Aus dem classischen Süden (Dal Sud Classico), pubblicata nel 1896, rappresenta un documento fondamentale per comprendere non solo lo stato dell’archeologia di fine Ottocento, ma anche la percezione che l’intellettuale nordeuropeo aveva della Magna Grecia post-unitaria.
Relativamente a Crotone (all’epoca ancora chiamata spesso Cotrone), le riflessioni di Von Duhn si distinguono per un misto di rigore scientifico, malinconia romantica e severa critica sociale.
Analisi critica dei punti salienti del suo sguardo su Crotone
1. Il Topos della “grande rovina”
Come molti viaggiatori del Grand Tour e archeologi del XIX secolo (pensiamo a Lenormant o Gissing), Von Duhn approccia Crotone con il filtro del contrasto stridente.
- Il fantasma di Pitagora: Von Duhn è ossessionato dalla discrepanza tra la potenza storica dell’antica Kroton (la città di Pitagora, di Milone, della scuola medica, la città che distrusse Sibari) e la povertà desolante della Cotrone di fine ‘800.
- La visione tedesca: per l’archeologo tedesco, la Crotone moderna è quasi un “ostacolo” alla visione dell’antica. La città contemporanea appare piccola, malarica e priva di monumentalità urbana evidente, se non per il Castello. La sua narrazione sottolinea la caducità della potenza umana: una metropoli di decine di migliaia di abitanti ridotta a un borgo stagnante.
2. Capo Colonna e la denuncia della spoliazione
Il cuore dell’analisi archeologica di Von Duhn su Crotone si concentra sul promontorio Lacinio (Capo Colonna). Qui il tono diventa quello dell’archeologo militante e conservazionista.
- La solitudine della colonna: La singola colonna dorica superstite del tempio di Hera Lacinia è descritta come un guardiano solitario e tragico. Von Duhn ne coglie il valore paesaggistico oltre che storico: è l’ultimo faro della grecità che si affaccia sullo Ionio.
- L’accusa a Monsignor Lucifero: Un punto critico fondamentale in Von Duhn (condiviso con Lenormant) è la condanna della spoliazione avvenuta nel XVI secolo. Egli ricorda con amarezza come il vescovo Antonio Lucifero avesse usato il tempio come una cava di pietra per costruire il palazzo vescovile e rinforzare il porto.
- Riflessione critica: Questa condanna riflette la nascita della moderna etica della conservazione. Per Von Duhn, il riuso dei materiali (pratica comune per secoli) non è più accettabile; è visto come un atto di barbarie culturale, ironicamente perpetrato proprio da chi (la Chiesa) avrebbe dovuto custodire la cultura.
3. Il Paesaggio e la geografia storica
Von Duhn non guarda solo le pietre, ma legge il territorio. Nel 1896, l’area del Marchesato è profondamente segnata dal latifondo e dalla malaria.
- Lettura ambientale: Egli osserva come la geografia fisica abbia influenzato la storia. Nota la posizione strategica del porto (l’unico rifugio sicuro in quel tratto di costa), ma anche l’impaludamento delle foci dei fiumi (Esaro e Neto) che ha contribuito al declino della zona.
- Il determinismo: c’è in Von Duhn una vena di determinismo geografico: la grandezza antica è stata possibile grazie al controllo della natura; la decadenza moderna è frutto della resa dell’uomo di fronte a un ambiente divenuto ostile (malaria, deforestazione).
4. L’atteggiamento verso la popolazione locale
È importante leggere Aus dem classischen Süden anche come un testo antropologico involontario.
- Orientalismo del Sud: Come molti accademici tedeschi dell’epoca, Von Duhn guarda ai locali con un distacco paternalistico. I calabresi del 1896 sono visti talvolta come “custodi inconsapevoli” di un tesoro che non comprendono, o come figure pittoresche che animano un paesaggio di rovine.
- Mancanza di continuità: A differenza di Napoli o Roma, dove si cerca una continuità vitale, a Crotone Von Duhn percepisce una frattura insanabile. Gli abitanti moderni non sono visti come gli eredi dei Pitagorici, ma come sopravvissuti in una terra difficile.
Sintesi Critica
Il valore di Aus dem classischen Süden su Crotone risiede nella transizione che rappresenta:
- Metodologicamente: Von Duhn si trova a metà strada tra l’antiquaria (lo studio delle fonti letterarie) e la scienza archeologica moderna (lo studio del terreno). La sua visita a Crotone è un sopralluogo per verificare in situ ciò che ha letto in Livio o Polibio.
- Documentarmente: Ci offre una fotografia di Capo Colonna prima degli interventi di restauro e scavo del XX secolo, fissando l’immagine romantica della colonna solitaria che è diventata iconica.
- Politicamente: Il testo evidenzia inconsapevolmente il fallimento delle politiche post-unitarie nel Sud Italia (la “Questione Meridionale”), mostrando una regione ricchissima di storia ma poverissima di infrastrutture e tutela nel 1896.
Conclusioni
Per Von Duhn, Crotone è un luogo di memoria dolorosa. Non è la Pompei vivace che si risveglia sotto la pala, ma un monumento alla fragilità della civiltà. La sua critica più aspra non è rivolta al tempo che distrugge, ma all’uomo che dimentica e saccheggia (il riferimento al vescovo Lucifero), ponendo le basi per la necessità di una tutela statale e scientifica del patrimonio che arriverà solo decenni dopo.
Correlazioni
L’anno successivo, il 1897, Von Duhn pubblicherà l’articolo “Antichità greche di Cotrone, del Lacinio e di alcuni altri siti del Brezio” per gli Atti della R. Accademia dei Lincei. Memorie della Classe di scienze morali, storiche e filologiche Riferimenti Serie 5, Annata 294, Volume 5, p. 343-360.
Qui Von Duhn non potendo fare degli scavi perchè gli fu vietato, scrisse un vero e proprio resoconto dei reperti che ha visto non solo al tempio di Hera al Capo Lacinio, ma anche presso presso le abitazioni dei notabili locali, nella polis e nella chora.
Ancora 2 anni dopo, il 1899, R. Koldewey, O. Puchstein, scriveranno un capitolo “Der HeraTempel auf dem Lacinischen Volgerbinde” all’interno del libro Die griechischen Tempel in Unteritalien und Sicilien (I Templi Greci nell’Italia Meridionale e in Sicilia), che non è un semplice libro di viaggio o un resoconto di scavi, ma un Atlante Architettonico e Tecnico che ha stabilito gli standard per l’archeologia coloniale greca.
Foto
Il libro include due foto di ottima qualità, in bianco e nero della colonna superstite del Capo Lacinio.

Traduzione di alcuni passaggi
Ecco alcuni passaggi interessanti ed originali nell’articolo.
La sottostruttura del Tempio consisteva di regolari strati di blocchi squadrati; la piena estensione della costruzione non può più essere stabilita oggi. Clarke vede nel Tempio un esastilo (sei colonne sul fronte) con una doppia fila di colonne sul fronte orientale e quattordici colonne sui lati lunghi.
Ciò non coinciderebbe con la possibilità che i garanti di Nola Molisi abbiano effettivamente contato quarantotto colonne (confronta Lenormant p. 216): secondo quel conteggio si arriverebbe a un Esastilo con doppia fila di colonne sul lato corto e sedici colonne sui lati lunghi ($16 + 16 + 4 + 4 + 4 + 4 = 48$) o un Esastilo con doppia fila di colonne sui lati corti, quattordici colonne sui lati lunghi e due colonne ciascuno tra le ante del Pronao e dell’Opistodomo (14 + 14 + 4 + 4 + 4 + 4 + 2 + 2 = 48$).
L’altezza della colonna, incluso il capitello, è data da Lenormant, citando Debacq, a 8,29 m, la circonferenza inferiore a 5,60 m, il diametro inferiore a 1,75 m. Tuttavia, è affrettato, come fa lui, retrodatare il Tempio al VII secolo sulla base di questi dati; a me sembra che il leggero rastremamento della colonna e l’echino che sale piuttosto ripidamente non si adattino a un tempio di epoca così antica.
Clarke conclude certamente in modo più corretto per un Tempio del V secolo e sottolinea in particolare a sostegno di ciò il fatto che il tamburo di colonna più in basso sia più alto all’esterno che all’interno, proprio come si trova nelle costruzioni ateniesi del periodo migliore (confronta le tavole). Un giudizio sicuro non può essere espresso senza nuovi scavi, durante i quali verranno alla luce anche pezzi di scultura.
Gli americani hanno trovato qualcosa: quattro frammenti di figure di marmo del frontone del V secolo, pezzi di cornici, di triglifi, rivestimenti in terracotta; ma poiché gli scavi furono interrotti dal Governo italiano, i reperti dovettero essere nuovamente interrati, e sembrano essere stati rubati da parte non autorizzata in seguito, e in ogni caso, al momento della stesura, sono inaccessibili alla scienza. Un pezzo di busto femminile in marmo, che si trova nella collezione del Marchese Lucifero e che forse apparteneva anch’esso al frontone del Tempio, sarà pubblicato. I pezzi di muro visibili nella prima fotografia sono grandi pezzi di opus reticulatum romano e appartenevano al muro del Peribolo.
Questi sono i ricercatori e autori che sono citati da Von Duhn:
- Joseph Th. Clarke: archeologo americano che condusse i primi scavi nel 1886-1887; le sue conclusioni sono usate per l’ipotesi del tempio del V secolo a.C.
- Dr. A. Emerson: collaboratore di Clarke negli scavi americani.
- François Lenormant, archeologo e viaggiatore francese, citato riguardo la spoliazione, il numero di colonne e le misure (riportate da Debacq).
- Debacq: aitato tramite Lenormant per le misure (altezza) della colonna.
- Dörpfeld: archeologo tedesco (Wilhelm Dörpfeld) citato per il ritrovamento di un pezzo di rivestimento in terracotta.
- Nola Molisi: citato come fonte (o “garante”) per il presunto conteggio di 48 colonne in tempi precedenti.
- Johannes Nöhring, citato per come autore delle foto del libro Aus dem classischen Süden.
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