“Italia: viaggio pittoresco dall’Alpi all’Etna” è un grande volume illustrato di viaggio pubblicato dai Fratelli Treves a Milano nel 1876, firmato da Karl Stieler, Eduard Paulus e Woldemar Kaden. Appartiene alla stagione dei viaggi pittoreschi ottocenteschi: testo in italiano rivolto al pubblico borghese europeo, accompagnato da centinaia di incisioni che mostrano città, monumenti, paesaggi e “tipi” popolari lungo tutta la penisola, dalle Alpi al Vesuvio e all’Etna. I tre autori, unendo competenze letterarie, storico‑artistiche e descrittive, costruiscono un’Italia fortemente scenografica: l’enfasi è sul bello naturale e artistico, ma anche sulle curiosità folkloriche e sulle immagini “forti” che alimentano l’immaginario del turismo colto di fine Ottocento.
Il libro e il Mezzogiorno. Nel trattare il Mezzogiorno, il volume insiste sia sulle meraviglie paesaggistiche (coste, vulcani, rovine classiche) sia su tratti percepiti come “esotici” rispetto al Nord: povertà, arretratezza, violenza o superstizione. Calabria, Sicilia e parte della Campania vi compaiono come estremi meridionali di un viaggio che deve sorprendere e affascinare il lettore tedesco e italiano settentrionale, accentuando contrasti di luce, clima e costumi. In questo contesto, figure come briganti, contadini armati o paesi arroccati su alture diventano quasi elementi iconografici, più che oggetti di analisi storica o sociale.
La Calabria vista dagli “altri”. Per molti viaggiatori stranieri e del Nord, l’Ottocento è il secolo in cui la Calabria viene fissata come “terra di briganti”, selvaggia e poco controllata dallo Stato, immagine che si ritrova anche in opere coeve o successive sul Mediterraneo pittoresco. In questo quadro, gli autori tendono a guardare ai calabresi con una miscela di fascinazione e diffidenza: da un lato popolo fiero, legato alle proprie tradizioni e a un paesaggio grandioso; dall’altro comunità percepite come pericolose, legate a brigantaggio, vendette, controllo di passaggi obbligati. Si tratta però di uno sguardo esterno e selettivo, che privilegia ciò che è più “narrabile” e spettacolare, spesso ignorando le dinamiche economiche, le forme di resistenza sociale e la complessità delle identità locali.
Una riflessione critica. Questa rappresentazione di Calabria e di Reggio dice almeno tre cose: più di quanto parli dei calabresi, parla degli sguardi che il Nord e l’Europa rivolgono al Sud, bisognosi di un “paese di romantici briganti” per confermare un’immagine di sé come moderno e civile; mostra come il brigante diventi una figura letteraria che “custodisce” i passaggi, non solo strade ma anche confini simbolici tra civiltà e barbarie, ordine e disordine; e contribuisce a fissare stereotipi che, pur nati in un contesto storico preciso (post‑unitario, con il brigantaggio come fenomeno sociale complesso), ancora oggi riemergono nell’immaginario sul Meridione.
Rileggere opere come “Italia: viaggio pittoresco dall’Alpi all’Etna” permette quindi di capire non solo come veniva mostrata la Calabria, ma anche come si è costruita, dall’esterno, una parte importante della sua immagine pubblica, che gli stessi calabresi continuano a contestare, negoziare o riappropriarsi in forme nuove.
Il passo dedicato a Cotrone (oggi Crotone) in “Italia: viaggio pittoresco dall’Alpi all’Etna” presenta una riflessione malinconica e nostalgica sulle declinate glorie antiche di questa città della Calabria. Si sottolinea il contrasto tra la grandiosità di un tempo, quando Cotrone era un centro di cultura, potenza militare e civiltà – citando la scuola di Pitagora e la preminenza sulle altre città greche – e la sua condizione presente, ridotta a una “ombra di un’ombra”, con poche vestigia archeologiche rimaste e una popolazione locale vissuta in povertà, isolamento e arretratezza.
Questa immagine funesta delle vestigia che resistono tra ruderi e poche abitazioni di villeggiatura estiva riflette una visione ottocentesca largamente diffusa: un Sud degradato rispetto al passato glorioso, con un popolo considerato “ineducato”, e la perdita della cultura e delle istituzioni antiche, sostituito da una vita rurale precaria e violenta, marcata da brigantaggio e arretratezza sociale. La descrizione del contadino calabrese con il cappello brigantesco e il fucile evoca un’immagine forte e stereotipata, legata a un’interpretazione storica che però riduce la complessità della realtà locale a tratti rozzi e barbarici, derivati secondo l’autore dai Bruzi antichi. Dimenticando o non conoscendo il resto della storia della Calabria, che non si è fermata all’età ellenistica dei Bruzi (Brettii), ma è stata occupata dalla Roma Repubblicana, interamente romanizzata, poi nel tardo antico, spezzatino tra Impero romano d’oriente, Ostrogoti e Longobardi, quindi invasa da popolazioni extra-italiane, normanni, Svevi, Angioni, Aragonesi, Austriaci, ecc.
La riflessione su Cotrone e la Calabria in generale nel libro mostra chiaramente come l’immagine della regione fosse costruita in termini di declino storico e isolamento, ma anche di fascino pittoresco nella sua povertà e miseria, un binomio di “poesia e miseria” che secondo gli autori caratterizzava il Meridione. Questa rappresentazione fu influente nel plasmare l’immaginario europeo e italiano sul Sud, contribuendo a fissare stereotipi e narrazioni che ancora oggi alimentano discussioni e interpretazioni sulla Calabria e le sue radici storiche e culturali.
In tal modo, Cotrone qui diventa un simbolo emblematico di una Calabria che perde la sua antica grandezza, vista da uno sguardo esterno che mescola ammirazione e giudizio critico, mentre descrive una realtà di povertà e abbandono che sarebbe stata difficile da ignorare nel contesto storico e sociale dell’Ottocento.
Estratto da pag. 530 a 532
Poi giù verso mezzodì risonano ancora, a guisa di eco evanescente di quegli antichi tempi,
i nomi di Sibari e di Crotone.
Sibari, a cui in quella incerta epoca ben venticinque altre minori città prestavano obbedienza fin giù a Posidonia, e che poteva mettere in campo trecentomila uomini ed era popolata da oltre centomila Greci ricchi e voluttuosi, Sibari è oggi un meschino villaggio, Palinore; i suoi palazzi di marmo sono scomparsi sotto il fango delle paludi.
Anche Crotone, intorno a cui correva il superbo adagio, che l’ultimo dei Crotoniati valeva il primo dei Greci – ovvero quest’altro: aliae urbes, si ad Crotonem conferuntur, vanae, nihilque sunt
(non è chiaro l’autore della citazione; il significato è: “Le altre città, se messe a confronto con Crotone, sono insignificanti e null’altro“)
– anche Crotone, o Cotrone, come viene oggi denominata, non è più che l’ombra di un’ombra.
È costrutta alla spiaggia del mar Jonio e sembra vicina a morir di noia. Dell’antichissima magnificenza non si hanno più altre traccie che una solitaria colonna dorica e alcune vecchie muraglie diroccate presso al Capo Nau , intorno alla cui lanterna si accentrano le villeggiature de’ pochi Cotronesi, che vi vanno a passare la stagione estiva.
Tutte codeste città destano oggi tristezza a vederle. Quali sono i discendenti degli Achei e degli Spartani? Chi ricorda ancora qualcosa della scuola di Pitagora? dove andarono a finire le leggi belle e savie , nella cui osservanza Crotone viveva costumata e vigorosa? – Il contadino riottoso con in testa il cappello brigantesco e sulle spalle il fucile s’introduce furtivo nei campi degli altri e abita colla famiglia febbricitante in miserabili capanne di mota conducendo una vita indegna d’un essere ragionevole.
Si, il Calabrese d’oggidi, la gran massa del popolo ineducata , non conserva più alcuna traccia del tipo e delle costumanze greche; essa è tutta composta di Bruzii, e potrebbe ben darsi che i suoi rozzi costumi e le sue usanze, la sua propensione al sangue e all’omicidio fossero in lei derivati da quel popolo barbaro, da quei Brezj traditori, che dai Romani erano stati dichiarati schiavi dello Stato.
Così anche la odierna Calabria va segnalata per una straordinaria scarsezza di città o borgate nell’interno. Ciò che quivi s’incontra, specialmente presso alla Sila o dentro di essa, non sono che masse di case disordinate, gruppi di capanne, che vengono designati coll’appellativo di casali. Essi sono, si direbbe quasi, incollati alle pendici di un monte, sull’orlo di un abisso, nascosti dietro cespugli e macchie, lontani da ogni strada. Sembrano parlare con ombrosa sollecitudine di un tempo, in cui le incursioni dei Vandali, dei Goti e dei Saraceni avevano risospinto il popolo impaurito dalle spiaggie nell’ interno dei monti, tra i quali sorsero allora codeste temporarie abitazioni. Altri parlano dei cupi tempi feudali, e sopra i loro tetti s’alzano ancora, ricoperte di muschio o di fresca vegetazione, le rovine di un castello baronale, ovvero torreggiano le muraglie di un già dovizioso convento di frati o di monache.
Codeste località sono per sè stesse prive di qualsiasi grazia, le case non sono che pesanti ammassi di pietre senza finestre, le vie sembrano letamai, senza alcuna traccia di selciato, nelle quali tu non incontri che traccie di povertà e di miseria. Esternamente forse possono apparire più amene Cosenza, illustrata dai versi di Platen, o Nicastro, o Catanzaro, e soprattutto Reggio; ma nell’interno si rivela sempre lo stesso quadro di miseria, di decadenza, di povertà non colpevole.
Ma poesia e miseria vanno quasi sempre a braccetto; in Italia esse sono sorelle, in Calabria poi gemelle; e, guidati dalla seconda di esse, noi vogliamo discendere ora alla spiaggia di Reggio, vogliamo separarci dal continente, portandone immagini meno uggiose in ricordo.
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