Capo Colonna, Cosa sappiamo dell’ultima campagna di scavi condotta tra il 2013 e il 2014?

Un tesoro di interesse mondiale sempre più dimenticato dai crotonesi… e non solo

Testo estratto da Crotone Informa

Secondo appuntamento del nuovo ciclo di visite guidate a cura dell’Archeologa Margherita Corrado coadiuvata dall’instancabile Linda Monte, tappa che vede al centro dell’attenzione l’area archeologica di Capo Colonna.

Una passeggiata che inizia all’ingresso della via Sacra con le consuete curiosità e qualche mito sfatato. Le spiegazioni della dott.ssa Corrado si concentrano all’inizio sulle nozioni basilari su come riuscire in seguito a distinguere i reperti di epoca greca da quelli di epoca romana, a partire dalle grosse mura di cinta (romane) e via via entrando nello specifico di ogni singolo edificio visibile sul terreno. Ed è proprio ai piedi della colonna dorica che cominciano le informazioni più interessanti, quelle “nuove” che vengono direttamente dalla conoscenza dello scavo eseguito nella campagna conclusa da qualche mese, proprio perché la dott.ssa Corrado ha partecipato attivamente allo scavo stesso.

Le novità appunto, tali da stravolgere l’interpretazione di molto di ciò che fino ad ora si conosceva sull’area sacra, dopo che le indagini dei primi anni Duemila hanno accertato le dimensioni del tempio stesso (14 colonne sui lati lunghi e 6 su quelli corti), riguardano soprattutto quelle che erano le condizioni del terreno prima ancora che si cominciasse a costruirlo, ogni avvallamento o buca che i Greci trovarono sul terreno roccioso venne ricoperta di terra mista agli oggetti che venivano portati in dono alla dea.

E la domanda è d’obbligo, quale dea se ancora il tempio non era stato costruito? Gli scavi hanno appurato definitivamente che prima del tempio dedicato ad Hera Lacinia costruito nel V sec a.C., ce ne fosse un altro costruito ancor prima ma interamente in pietra.

Da qui anche la conferma dell’utilizzo dell’Edificio B, che risale al VI secolo a.C., esclusivamente come deposito delle offerte più preziose, non come primitivo luogo di culto, in presenza di un tempio arcaico anch’esso di VI secolo (ma forse non il primo in assoluto nel santuario) situato a breve distanza, nello stesso sito poi occupato dal più monumentale tempio classico.

Le offerte dei fedeli erano ovviamente dedicate ad Hera ma il diadema d’oro intrecciato di foglioline e bacche di mirto ritrovato negli scavi del 1987 non basta a dimostrare che quell’arbusto, consacrato ad Afrodite in tutta la mitologia greca, al Lacinio fosse un attributo di Hera, come le siepi di mirto dei vialetti che conducono al santuario sembrano suggerire.

Inoltre, tornando all’Edificio B, poiché le costruzioni di epoca greca non erano provviste di pavimentazione costruita (come invece erano quelle romane), è possibile che nel corso degli scavi tra il 1987 e il 1989 si sia andati più in profondità del livello di calpestio del piccolo e ‘prezioso’ deposito, raggiungendo strati di terreno misto ad ex voto anteriori alla sua fondazione e nei quali, come ha dimostrato lo scavo appena condotto nell’area davanti all’ingresso, è ovvio siano presenti oggetti di epoche precedenti, anche di fattura indigena, quindi anteriori alla nascita di Kroton.

E se tutto ciò sembra solo un piccolo riassunto di quello che siamo riusciti ad apprendere durante una passeggiata, assume invece una luce inquietante se si pensa che di tutto ciò la cittadinanza crotonese e mondiale non ne sa assolutamente nulla. Usiamo la parola “mondiale” non a caso, proprio perché ogni qualvolta si avviano campagne di scavo nell’area di Capo Colonna, l’intero mondo dell’archeologia resta in attesa dei risultati; perché quella del promontorio Lacinio è un’area che si conosce appena per il 30% dell’intero complesso e che è ancora archeologicamente tutta da scoprire. Non una conferenza stampa è stata organizzata dalla sovrintendenza ai beni culturali della Calabria che ha condotto gli scavi. Non un rapporto pubblico sui risultati straordinari che gli archeologi hanno portato alla luce attraverso migliaia di reperti, ex voto e parti di costruzioni che, come da tradizione del tempo, sono stati interrati e lasciati sul terreno che avrebbe visto la costruzione del nuovo edificio di culto; un’opera certosina di ritrovamento e classificazione che ha dovuto fare i conti anche con i furti dei tombaroli che durante la notte facevano visita all’area di scavo.

Fabrizio Carbone

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