ABSTRACT
Cerenzia è un comune italiano di meno di mille abitanti della provincia di Crotone. L’odierno centro abitato di Cerenzia sorse nella seconda metà dell’Ottocento, quando la scarsità d’acqua, malattie e preoccupanti fenomeni geologici indusse gli abitanti ad abbandonare il sito storico sorto nell’alto medioevo, denominato oggi “Cerenzia vecchia” ovvero Akerentia (con le varianti di Acheronthia o Acerenthia), un tempo sede di Diocesi. Cerenzia Vecchia si trova su un altopiano di circa 1 kmq che, con la quota massima di 541 mt s.l.m.,
e domina buona parte della vallata del fiume Lese. Le pareti ripide del colle, alcune delle quali alte più di 200 mt, lo rendono naturalmente fortificato1.
Ἀχεροντίᾳ, un toponimo di difficile identificazione
Nel De Bello Gothico, IV, 26 di Procopio di Cesarea si parla di un episodio della Guerra greco-gotica (535-553 d.C.) in cui viene specificato Ἀχεροντίᾳ, come il luogo in cui si trovavano i Goti guidati da Morras (kaὶ Μόρρας, ὅσπερ ἐφειστήκει τοῖς ἐν Ἀχεροντίᾳ φρουροῖς). Non è la prima volta che si parla di un luogo con questo nome dall’età antica fino al tardo antico. Spesso lo si avvicina a Cerenzia, ma l’identificazione di questo luogo è ambigua.
Plinio il Vecchio nel libro 3 della Naturalis Historia, decrive dal passaggio 71 l’ager Lucanus Bruttiusque incluso nella Regio Tertia, e che era stato abitato da Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime Lucani Samnitibus. Quindi in 03.73 “In paeninsula fluvius Acheron, a quo oppidani Acheruntini“, traducibile come “Nella penisola il fiume Acheronte, dal quale gli abitanti dell’oppidum Acherontia (gli Acheruntini).” Qui Plinio usa il termine “paeninsula” che indica un’ampia area regionale, all’interno della quale scorre un fiume e si trova una città; in altri contesti lo usa per specificare una area più piccola quasi circondata dal mare (letteralmente “quasi isola”) su tre lati, ma connessa alla terraferma da un istmo più o meno stretto. La critica è divisa nel considerare questi luoghi inseriti da Plinio come erroneamente incluso nel contesto del Bruttius, rinviando al sito dell’antica Aceruntia in Lucania; per altri si tratterebbe degli abitanti di Pandosia, non menzionata da Plinio, ma per molti collocata non lontano da Consentia e dall’Acheronte rinviando a quanto ricordato da Strabone 6.1.52 3.
La questione è sicuramente complessa e priva di soluzione: la relazione tra il toponimo Ἀχεροντίᾳ (o Ἀχεροντίon) e il fiume Ἀχέρων è un tema interessante che riguarda sia la geografia antica che la mitologia. Alcune fonti antiche, come Strabone (Geografia, VII fr. 37) e Stefano di Bisanzio (Ethnica) e Tolomeo (Geografia , III, 13, 2), ripropongono forme toponomastiche correlate ad Acheronte in contesti geografici della Grecia, principalmente nell’area dell’Epiro, legandole a luoghi sacri o simbolicamente connessi al regno dei morti. Inoltre, il fiume Acheronte era storicamente localizzato nella regione epira ed era associato a grotte e laghi considerati accessi all’Ade, come il lago Acherousia, oggi identificabile con il lago di Butrinto.
L’Acheronte (Ἀχέρων) è uno dei fiumi dell’oltretomba nella mitologia greca e romana, ed è frequentemente menzionato nelle fonti antiche, soprattutto in contesti poetici e mitologici 4.
Parallelamente, altre tradizioni storiche e ricostruzioni locali hanno esteso idealmente questa simbologia anche a luoghi della Calabria, in particolare alla zona di Cerenzia. François Lenormant, nel capitolo in cui parla della “Vallée du Néaithos” 5 ne disquisisce ampiamente. Benché non vi siano fonti antiche che attestino esplicitamente la presenza di un’Acherontìa in Italia meridionale, alcune interpretazioni moderne e narrazioni locali hanno associato questi luoghi al mito del fiume infernale, ed alla vicenda della morte di Alessandro il Molosso, secondo un processo di reinterpretazione simbolica di paesaggi naturali impervi, suggestivi e misteriosi, come quelli presenti intorno a Cerenzia vecchia e nei quali si è voluto ravvisare idealmente l’ingresso all’oltretomba o comunque un legame con la cultura greca dell’epoca coloniale.
Ritornando al luogo richiamato da Procopio, Ἀχεροντίᾳ, da riferirsi esattamente alla data del 552 d.C., l’assonanza con il nome bizantino di Cerenzia, Akερεντίας, potrebbe non essere sufficiente, poichè abbiamo certezza dell’esistenza di Cerenzia vecchia solo dal IX-X sec. in poi; d’altra parte altri toponimi del sud italia, sono delle varianti toponomastiche di Acherontia, come ad esempio Acerenza in Basilicata6.
Preistoria ed età antica
All’interno del comprensorio che ricade nell’area centro-settentrionale del Marchesato crotonese, la maggior parte dei siti archeologici citati sono stati fondati nell’Età del Ferro iniziale (IFe), tranne alcuni (Murge, Timpone del Castello, Serra di Dera e Cirò Superiore) che erano già frequentati durante il Bronzo Finale (BF). I siti che gravitano intorno a Cerenzia vecchia, ovvero Timpone del Castello e Serra di Dera, probabilmente facevano parte di un’unica entità territoriale, e si trovano in area submontana7.
Schede sintetiche da L.Altomare, op. cit.
35. Timpone del Castello di Cerenzia
• Tipologia: insediamento.
• Posizionamento geografico: 6 km a nord-est dall’abitato di Cerenzia.
• Contesto ambientale: sito submontano, posto a 23 km dalla costa; dall’area si domina il fiume Lese, che scorre 1 km a sud-ovest, nel punto in cui vi confluisce il torrente Fiumarella di Grisuria.
• Natura del suolo: massiccio roccioso di gessi sabbiosi e arenarie gessose.
• Quota s.l.m.: 525-600 m. • Superficie stimata: 40 ettari.
• Periodo di frequentazione: Dal BF al IFe, IV-III sec. a.C. Il sito è occupato nel BF e nel IFe, epoche cui si riferisce la maggior parte della ceramica d’impasto, di probabile pertinenza domestica, rinvenuta durante ricognizioni di superficie sul colle. Nell’area, inoltre, tra IV e III sec. a.C. è attivo un insediamento.
36. Serra di Dera di Cerenzia
• Tipologia: insediamento.
• Posizionamento geografico: 5,5 km ad est dell’abitato moderno di Cerenzia.
• Contesto ambientale: sito collinare, posto a 23 km dalla costa; dalla zona si dominano i corsi del fiume Lese, che scorre immediatamente ad ovest, e del torrente Cornò, che scorre ad est e si immette nel Lese proprio in coincidenza del lato meridionale dello sperone.
• Natura del suolo: sperone roccioso costituito da formazioni gessoso-solforifere.
• Quota s.l.m.: 278-396 m.
• Superficie stimata: non ricostruibile.
• Periodo di frequentazione: dal BF al IFe. Da Serra di Dera è noto materiale del BF e IFe, da riferire ad un abitato, tra cui frammenti di dolii, grandi contenitori e ceramica matt-painted.
37. Cerenzia vecchia
• Tipologia: insediamento.
• Posizionamento geografico: 3 km a nord-est dall’abitato moderno di Cerenzia).
• Contesto ambientale: sito submontano, posto a 25 km dalla costa; della località si domina il corso del fiume Lese, 1,4 km a nord-est, nel punto in cui vi confluisce la Fiumarella di Grisuria.
• Natura del suolo: affioramento gessoso.
• Quota s.l.m.: 540 m.
• Superficie stimata: 16 ettari.
• Periodo di frequentazione: IFe, IV-III sec. a.C. Ricognizioni di superficie hanno rinvenuto, nell’area meridionale del rilievo, ceramica d’impasto del IFe, da riferire ad abitazioni 202 . Tracce di frequentazione sono note anche per il IV-III sec. a.C
Età ellenistica
Tra IV e III sec. a.C, nell’area della Crotoniatide, oltre ai siti fortificati di Murge e di Pianette di Strongoli, l’archeologia ha identificato nell’area interna del territorio a controllo dell’alta e media vallata del Neto gli insediamenti Brettii nei territori di di Rocca di Neto, Pallagorio, Zinga di Casabona e Caccuri, Cerenzia, Belvedere Spinello, Cotronei, S. Severina, S. Mauro Marchesato, Scandale. Si tratta di insediamenti poco indagati, noti in genere solo grazie ad indagini di superficie o per ritrovamenti sporadici, per la maggior parte di tipo sparso, posti su colline ben difese o difendibili, con ampia vista sui territori, sfruttati sotto il profilo agricolo-pastorale. E’ un modello insediativo che è diffuso nel restante territorio ionico, con siti elevati, distanti dalle principali citta italiote, di Crotone e Thurii, in un territorio collinare a ridosso della Sila, con sfruttamento della viabilità fluviale primaria (Tacina, Neto-Vitravo, Lipuda, Nicà, Trionto) per i collegamenti interni e lo sfruttamento delle risorse boschive della Sila8.
Riguardo il territorio di Cerenzia è segnalato un grosso centro italico posto in posizione protetta sul Timpone Castello. Sono stati individuati anche altri siti in località Scuzza e Gillea per la presenza di frammenti ceramici e di qualche moneta con leggenda BRETTION.
Alto Medioevo
Insediamento di monaci greco-bizantini sarebbero state identificate da Emilia Zinzi in un complesso di grotticelle artificiali ubicato a Cerenzia in Località Giancòla, del quale si possiedono poche notizie storiche 9.
Dopo la riconquista dell’intera Calabria da parte del generale Niceforo Foca, con la liberazione di Santa Severina nell’88510, l’impero mette a punto un programma di ripopolamento e di ellenizzazione che si adatta pragmaticamente alle situazioni locali. Appena arresasi Santa Severina, i Musulmani, sono sostituiti dalle truppe ausiliarie armene e da schiavi greci emancipati. Vengono poi create nuove sedi vescovili che sono allora sicuramente fortificate: si tratta degli insediamenti già esistenti di Umbriatico e Cerenzia, quest’ultimo probabilmente occupato in origine come rifugio collettivo e di Isola Capo Rizzuto, fondazione che s’inserisce nella catena dei porti del litorale ionico11.
Nella “Néa tacticà” o “Diatyposis”, compilata al tempo dell’imperatore Leone VI il saggio (886-911), sono elencate le metropoli e le diocesi soggette al patriarcato di Costantinopoli, tra le quali “Santa Severina di Calabria” (Ἁγίᾳ Σευηρινῇ τῆς Kαλαβρίας), che è stata costituita come una nuova metropolia di un vasto territorio tra lo Ionio e la Sila, e sotto la quale furono sottoposte le 4 nuove diocesi: di Umbriatico (ὁ Eὐρυάτων), Cerenzia (ὁ ’Aϰερεντίας), Belcastro (ὁ Kαλλιπόλεως) e Isola ( τῶν ’Aησύλων).

Sono diocesi greche posti in maggioranza lungo il limite inferiore delle aree della Calabria settentrionale dove in precedenza si erano insediate le popolazioni longobarde. Le origini sono sia religiose, ma anche associata ad una organizzazione militare di queste nuove diocesi, associazione evidenziata dal titolo delle loro nuove cattedrali che, fatta eccezione per quella di Isola, che sappiamo dedicata alla Vergine al tempo dei Normanni, furono tutte consacrate a santi guerrieri: San Michele Arcangelo a Belcastro, San Teodoro a Cerenzia e San Donato ad Umbriatico.
Il territorio della metropolia di Santa Severina circonda interamente quello della diocesi di Crotone, rimasta dipendente dalla metropolia di Reggio, quasi in un tentativo di proteggere Crotone ed il suo porto dal tentativo di penetrazione dall’interno della regione.
La scelta stessa del sito di Aϰερεντίας, molto simile per caratteristiche geo-morfologiche (un pianoro elevato circondato da difese naturali con controllo su un ampio territorio circostante) a quelle di Santa Severina e di Umbriatico, indica un processo guidato ed omogeneo delle scelte localizzative delle Diocesi, ricondubicile allo stratega che governa l’area, e che alla fine si riconduce alla volontà imperiale che conferma la scelta dello stratega12

Nella bolla con la quale il papa Lucio III conferma nel 1183 i privilegi della chiesa di Santa Severina all’arcivescovo Meleto, “Girentinen” è una delle diocesi suffraganee, di Santa Severina, come ribadita anche dal Provinciale Vetus di Albino, compilato circa nel 1190, in cui compare il vescovo “Gerentinum”. Cerenzia Vecchia mantiene la sede vescovile (Acherentia o Acerenthia) per circa nove secoli (dall’VIII al XVII secolo), ed era sottoposta alla metropolia di Santa Severina, con un territorio diocesano di circa 200 km², che comprendeva oltre alla stessa città di Cerenzìa, i casali di Verzino e di Lucrò ed il castrum di Caccuri14.
San Teodoro sauroctono e la leggenda del Drago a sette teste
La vita religiosa e la cultura tradizionale di Cerenzia vecchia e quelle della nuova comunità sono legate al nome di San Teodoro martire d’Amasea, martire orientale del IV sec, che, nella tradizione più accreditata, era un soldato romano che fu condannato a bruciare vivo, fra il 306 e il 311 d.C., quindi sotto l’impero di Costantino il grande. Il suo sepolcro era in una piccola località Euchaite vicino ad Amasea (odierna Aukhat in Turchia).
La tradizione bizantina dell’alto medioevo riporta tre santi soldati vissuti nel IV sec. d.C., cristiani martirizzati dai romani: San Demetrio di Tessalonica, San Giorgio e San Teodoro d’Amasea. Fanno parte dei cosiddetti megalomartiri, un appellativo derivato dal greco μεγαλομάρτυς, Grande Martire) che indicava quei santi che hanno subito un martirio prima dell’editto di Milano ed il termine viene usato solo per designare i laici. Vengono rappresentati come cavalieri nell’atto di uccidere una figura simbolica espressione del male: un drago per San Giorgio, un drago od un serpente per San Teodoro, un moro per San Demetrio. In quanto laici santi di estrazione militare, questi megalomartiri furono scelti quali patroni dell’esercito bizantino15.
Tratti comuni si riconoscono nella tarda invenzione letteraria di San Giorgio salvatore della principessa offerta in sacrificio al drago, che è associata anche a San Teodoro cavaliere, che spesso si è poi visto attribuire in toto la leggenda elaborata in riferimento al primo. L’iconografia di San Teodoro cavaliere sauroctono fu a sua volta un modello per quella di San Giorgio: Teodoro cavaliere sauroctonos appare dal VII secolo d.C., per san Giorgio i racconti di uccisore di draghi appaiono solo dall’XI sec.16. La sua più antica attestazione esplicita (in Italia) si riconosce proprio “nella lamina forse rinvenuta in agro di Petilia Policastro, che datiamo ormai con certezza al VII secolo“17.
Le notizie della vita di San Teodoro, come personaggio storico, ci sono pervenute da un discorso pronunciato da San Gregorio di Nissa nella basilica che sorgeva già nel IV sec. ad Euchaite nel Ponto ove era il suo sepolcro. Il suo culto si propagò in tutto l’Oriente cristiano e successivamente nell’impero Bizantino (a metà di quel secolo, anche a Costantinopoli veniva fondata una chiesa dedicata a lui; in quel medesimo periodo egli era già venerato in Cilicia, Siria, Palestina, e almeno dal VI secolo nella stessa Gerusalemme). Chiese e monasteri a lui dedicati esistevano già alla fine del secolo VI a Roma, Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Venezia fino al sec. XII fu invocato come patrono della città e poi sostituito con S. Marco. Secondo un’antica tradizione il suo corpo fu trasferito a Brindisi dove è conservato in un’urna – reliquiario di argento nella Cattedrale.
Nel sec. IX Teodoro era l’unico santo con questo nome (tirone, tyron o téron «il soldato» o la recluta), ma poi appare un altro Teodoro non più soldato ma generale (stratelátes), il quale sarebbe morto ad Eraclea al tempo di Licinio (308-324) e anche lui sepolto ad Euchaite. Si dovrebbe trattare comunque della stessa persona commemorata in due giorni diversi18.
Per altri dettagli dell’iconografia di San Teodoro e dei luoghi di culti a lui dedicati, vedere in Biblioteca Sanctorum – Pontificia Università Lateranense, 1969, Vol XII, pp. 238-242.
Per una trattazione più articolata su San Teodoro e gli altri Santi guerrieri vedere il libro di Christopher Walter, The Warrior Saints in Byzantine Art and Tradition, 2003, e successive riedizioni.

Fonte: Wikimedia
I santi guerrieri sono figure generate tra il tardo antico e l’alto medioevo, ma che riprendono elementi mitologici delle antichi miti della grecia arcaica-classica dell’eroe che sconfigge il mostro (Teseo ed il Minotauro, Heracles e l’Hidra di Lerna), adattati alla più recente cultura cristiano-bizantina, In particolare la tradizione cristiana derivante dal libro dell’Apocalisse (12,7-9), dove si narra di una guerra in cielo tra l’Arcangelo Michele comandante supremo delle milizie celesti (gli angeli) contro il drago, simbolo del male personificato dal demonio. Eusebio di Cesarea narra poi nella sua celebre Vita Costantini che l’imperatore volle farsi rappresentare in un dipinto in cui insieme con i figli, schiacciava il drago19
I racconti letterari di San Teodoro sauroctono già altomedievali(VII sec, per il «drago degli Euchaïti», ma non viene citato Teodoro)20, e solo nel X sec. è esplicitamente descritti l’uccisione del drago da parte di Teodoro nella Vita educatio et miracula S. Theodori.
San Teodoro era generalmente rappresentato come giovane e robusto, con le vesti e le armi del soldato romano. L’immagine come cavaliere uccisore di draghi non si è conservata nell’iconografia ortodossa più recente.
Nella cultura popolare calabrese, ispirata, dalla tradizione bizantina la figura del drago è raffigurato come un gigantesco serpente o come un mostro vivente nelle viscere della terra, spesso ubicato in profondissime cavità, a volte dotato addirittura di sette teste, con coda arricciata, squamoso, alato, provvisto di fauci zannute, fiati pestilenziali e zampe artigliate. In qualsiasi forma lo si descriva è comunque sempre inteso come un essere maligno e devastatore, la personificazione del male, del diavolo in quanto albergatore delle profondità terrestri, luoghi infernali connessi con il mondo delle anime morte; la cultura popolare attribuiva a questi esseri mostruosi, come intuibile, gli sconvolgimenti del sottosuolo21.
Da quanto sopra non sorprende, che Cerenzia vecchia, formata come diocesi in età bizantina, in un luogo ove la particolare conformazione geologica con profonde grotte, dirupi e doline carsiche vi sia la tradizione della presenza di uno spaventoso mostro serpentiforme – un drago a 7 teste – che affliggeva l’inerme popolazione tenendola sotto scacco e obbligandola a consegnargli ogni mese una giovane vergine da divorare. La difficile condizione del luogo si risolve grazie a San Teodoro, santo guerriero, che impugnò una lancia e si diresse verso la grotta del drago ingaggiando con esso una lotta feroce per difendere la principessa22. Il Santo tuttavia non riuscì a neutralizzare il drago perché, nonostante riuscisse a tagliare le molte teste del mostro, queste si rigeneravano continuamente mantenendo comunque in vita l’orribile creatura (anche in questo evidente il richiamo al mito dell’idra di Lerna). In senso simbolico, l’Idra rappresenta un problema o un male che si moltiplica quando si tenta di eliminarlo, come esprimeva il proverbio greco “tagliare l’Idra” per indicare un compito difficile o senza fine.
Nonostante il prodigioso intervento di San Teodoro, nel tempo Cerenzia si è dovuta scontrare con altri mostri molto più reali manifestatisi sotto forma di calamità naturali.
A Cerenzia vecchia il culto di San Teodoro arriva probabilmente verso la fine dell’alto medioevo, nel periodo dell’elevazione della città a diocesi. Al Santo è dedicata la Cattedrale del paese 23. La ricerca di M.Corrado sui monili di VI-VII secolo ove sono rappresentati santi cavalieri sautoctoni24, sembra però riportare più indietro nel tempo l’origine di queste tradizioni nelle aree orientali ed in Calabria.
San Teodoro di Amasea, nel panorama agio-topografico calabrese non è una figura secondaria: ha
infatti dato il nome alla frazione Santo Tòdaro di Nardodipace (VV); è inoltre patrono di Cerenzia (KR), Laino Castello (CS), Satriano (CZ), Filadelfia (VV), Bagalàdi (RC) ma pure di paesi abbandonati quali Castelmonardo(VV) e Laino Borgo (CS); gli sono dedicate la cattedrale di Bova (RC) e chiese parrocchiali di Nicastro (CZ), Laino Castello (CS), Filadelfia (VV), Rizziconi (RC) e Bagaladi (RC). Tra le chiese scomparse
con lo stesso titolo, se ne ricorda una a Castrovillari (CS)24,.
Si rinvia al testo di Corrado-Gentile per le rappresentazioni di San Teodoro originarie di Cerenzia.
Basso Medioevo
Nel corso dell’XI secolo, la diocesi e la città subirono eventi drammatici legati alla conquista normanna: nel 1090, secondo alcune cronache, Acherontia fu devastata e incendiata durante le campagne di Ruggero I di Sicilia per punire la ribellione del feudatario Mainerius de Gerentia al conte Ruggero I: Mainerus si rifiutò di partecipare alla sua impresa contro Malta, così il conte differì la partenza di questa spedizione, e si spostò dalla Sicilia “in Calabriam”, per ricondurre al proprio volere il feudatario ribelle. Secondo il Malaterra, fonte normanna, atterrito dall’assedio di Ruggero e giunto a più miti consigli, Mainerio si sarebbe sottomesso al conte pagandogli la somma di mille solidos d’oro. Ottenuta così la sua obbedienza, Ruggero raggiunse Cosenza, valicando le alture dei monti adiacenti: “Sicque per ardua adiacentium montium inde digrediens, Cusentium venit”.
Il vescovato di Cerenzìa ed il centro abitato, sorti verso la fine del IX secolo, dominavano una vasta area interna, in cui sorgevano diversi altri abitati legati alla città. Elemento essenziale della sua economia era lo sfruttamento delle diverse risorse minerarie presenti nel suo territorio.
Anche quando sarà dipendente dalla Santa Sede, dopo il grande scisma del 1054, e dopo la conquista normanna, Cerenzia conserverà ancora per lungo tempo la lingua ed il rito greco per la sua Diocesi. Nel 1198 c’era un vescovo latino, ma non esistono fonti precise che indichino l’anno esatto in cui la diocesi abbandonò il rito greco per adottare quello latino, né le modalità di questo passaggio. Si può solo affermare che la transizione avvenne nel corso del XII secolo, periodo in cui molti altri vescovadi della regione subirono processi simili di “latinizzazione”.
Agli inizi dell’età normanna Cerenzia appare essere fortificata, un castrum, un centro strategico fortificato25.
Dopo la conquista angioina sugli Svevi, nel 1276 Cerenzia conta attorno ai duemila abitanti. Nel 1284, signore dei castelli di Regina, Melissa, Saracena, con l’esclusione del Casale di Lungro, delle Terre di Cerenzia e Cassano, risulta essere il feudatario Icterio Mignat26
Per altri feudatari e vicende altomedievali: Andrea PESAVENTO, Alcuni avvenimenti storici della Vallata del Neto (parte seconda), in Archivio Storico Crotone.
Età moderna
L’età moderna è un periodo difficile per Cerenzia vecchia.
La città soffre di carenza d’acqua. In una petizione delle autorità cittadine al re, datata 12 ottobre 1491, si chiede l’alienazione di alcuni terreni per destinare il ricavato alla riparazione delle mura della città, per «fare una Cisterna per comodo de dicta università et perché dicta cita et districto de mura, la estate multo pate de acqua» 22.
La peste del 1528 si abbatté sulla popolazione decimandola e spingendo alla fuga moltissime.
Il terremoto dell’8 giugno 1638 ebbe intensità epicentrale massima del 10° a poca distanza da Cerenzia vecchia. Da archivi del Vaticano la scossa causò il crollo della Cattedrale e del campanile, del quale è attestata la ricostruzione nel 165927.
La storia recente di Akerentia è stata fortemente condizionata da eventi geologici propri della conformazione dell’area in cui sorge, che ne determinereanno la definitiva rovina e l’abbandono a metà del XIX secolo. Tutto il comprensorio è interessato dal fenomeno del carsismo, di cui un importante episodio è localizzato proprio sulla sommità del colle su cui sorgeva il centro abitato. Tale fenomeno è caratterizzato dalla presenza di una dolina (ossia un inghiottitoio che raccoglie le acque meteoriche e di supericie, che nel nostro caso ha conformazione simile ad un imbuto); da una serie di cunicoli, grotte e gallerie formate dalla circolazione dell’acqua nel sottosuolo che discioglie le rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e quelle evaporitiche (gessi e salgemma); dallo sbocco a valle del iume sotterraneo.
Ad Akerentia, oltre all’iniziale dolina da subsidenza, intorno al 1720 si forma una dolina da crollo, localizzata proprio nella piazza del centro abitato. Nella voragine, profondissima, che ne deriva, confluiscono le acque piovane “portando seco l’immondizia della Patria” (si consideri che non esistevano fognature). Ciò determina, soprattutto in estate, lo sprigionarsi di esalazioni che procurano alla popolazione “febbri putride”.
Tra il 1815 ed 1843, ormai alla vigilia dell’abbandono, Cerenzia vecchia ha poco più di trecento abitanti.
La cittadina si spopola per la penuria di acqua e la difficoltà di arrivare ai pozzi sottostanti, in zone peraltro malariche.
Nel 1844 viene realizzato il progetto del nuovo abitato 22, che il sito scelto è più elevato, a 700 m.s.lm. in loc “Paparotta”, a soli 4 km dal vecchio abitato, ma dove sono presenti «sorgenti d’acqua fresca e cristallina scorrevano dappertutto, l’aria saluberrima apriva i polmoni ad una respirazione balsamica, propiziatrice ad una lunga e sana vita»28.
Nel 1860 l’antica città, abitata da 441 abitanti, viene definitivamente abbandonata.
Bibliografia, Note
- Lorenz E. Baumer, Domenico Marino – Alla scoperta di Akerentia. Cerenzia vecchia dalla Preistoria all’età moderna, 2014[↩]
- Maurizio Giangiulio, ACHERUNZIA in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, 1984, vol. 3 pp. 10-14[↩]
- Pandosia è un’antica città greca in Epiro, presso il fiume Acheronte; c’è chi ritiene che abbia dato a sua volta il nome alla città omonima nel Bruttium, anch’essa situata sulla riva d’un fiume chiamato Acheronte. Alessandro il Molosso re d’Epiro, avvertito dall’oracolo di Dodona di evitare Pandosia e l’acqua Acherusia, credette si trattasse della città della sua patria, invece della città italica presso la quale trovò la morte.[↩]
- ad. es. in Esiodo – Frammento (fr. 153 M-W), Pindaro – Olimpica II, 58–60, Euripide – Alcesti, 113–115, Platone – Repubblica X, 614d–e, ed in seguito anche in ambito latino l’Acheron di Virgilio – Eneide VI, v. 129 sgg.[↩]
- François Lenormant, La Grande-Grèce; paysages et histoire, 1881, pp. 428-451[↩]
- Marc Duret – In Agro Crotoniensi, Archéologie et histoire de Crotone durant le period romaine, 2023, p. 59[↩]
- Luciano Altomare, Gli Enotri in Italia meridionale: Paesaggi e interazioni nell’area ionica tra IX e VI secolo a.C., 2022[↩]
- F. Mollo, Modelli insediativi di IV-III sec. a.C. nella Calabria italica, in Studi e Materiali di Geografia storica della Calabria. 3, Cosenza 2002, pp. 199-234.[↩]
- Felice Larocca, Francesco Breglia, Katia Rizzo – Insediamenti rupestri dell’Alto Crotonese, Opera Ipogea 1/2 – 2020, p. 303[↩]
- Come risulta da fonti bizantine (Ioannis Shylitzae, Synopsis historiarum, p. 160, 37), longobarde (Erchemperto, Piccola storia dei Longobardi, p. 170) e da fonti musulmane (bn al–Atir, in Amari, Biblioteca arabo–sicula) riportate in Gioacchino Strano “A proposito delle relazioni fra Arabi e Bizantini in Calabria (IX-XI secolo)“, 2020, pp. 68-69[↩]
- Ghislaine Noyé – Puglia e Calabria dall’888 agli anni 960, 2014, p. 186[↩]
- André Guillou - L'habitat nell'Italia bizantina: Esarcato, Sicilia, Catepanato (VI-XI sec.), 1976[↩]
- Rielaborazione da mappa in Patrizio Pensabene, Il riuso in Calabria, in Normanni in finibus Calabriae, 2003, pp – 77-94[↩]
- Andrea Pesavento – La cattedrale rovinata di San Teodoro a Cerenzìa Vecchia in Archivio Storico Crotone[↩]
- per San Teodoro, Alfredo Cattabiani, Santi d’Italia, 2013[↩]
- Teodoro De Giorgio, Il cavaliere che sconfisse il drago. Teodoro d’Amasea e l’origine dell’iconografia del santo cavaliere sauroctonos, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa Classe di Lettere e Filosofia serie 5, 2015[↩]
- M. Corrado – A.M. Gentile, “Fortune calabresi di San Teodoro di Amasea” Studi Calabresi VI-VII (2005-2006), 19-39[↩]
- https://www.santiebeati.it/dettaglio/39800[↩]
- Teodoro De Giorgio, op. cit., pp. 111-112[↩]
- ma limitatamente ad aree orientali più limitate vi sarebbero rappresentazioni più antiche, come precisato in Teodoro De Giorgio, op. cit. [↩]
- Fulvio Cozza – La bestia tra le mura: mostri, demoni, santi e prodigi nei territori dell’Alto Crotonese, 2014[↩]
- Vito Teti, il senso dei Luoghi, 2004[↩][↩][↩]
- G.Aragona, Cerenzia. Notizie storiche sulla città antica. Testimonianze sul paese, pp. 358-70[↩]
- Corrado – Gentile,op. cit.[↩][↩]
- milia ZINZI, «Dati sull’insediamento in Calabria dalla conquista al regnum. Da fonti normanne ed arabe» in Mélanges de l’École française de Rome. Moyen-Age, tome 110, n°1. 1998, cit. pp. 279-298. Sono pochi i Castra: Bisignano, Tarsia, Castrovillari, Filocastro, Oppido Mamertina, San Martino, Mesiano, Mileto, Oriolo, Rogliano, Cerenzia.[↩]
- “I registri della Cancelleri angioina” 1980, 167, 280, 406, rif. da A. VACCARO, Poteri e società “in la Saracina” e nel suo circondario (secc. X-XVII), Miscellanea di Studi Storici n. XV, 2008: “Icterio dom. Mignat mii. cons. et fam. donantur castra Ragine, Melisse, Saraceni preter casale Lungri terra Gerencie et terra Cassani de Iustitiariatu Vallis Gratis). (Reg. 49, f. 240)”.[↩]
- Fonte: IGNV-CFTI5Med che cita; Archivio Segreto Vaticano, Sacra Congregatio Concilii, Relationes dioecesium, b.187 A, Cariatensis et Geruntina I, Relazione del vescovo sullo stato delle diocesi, 1659 PDF_T[↩]
- G.Aragona, op. cit. 1989, p. 314[↩]

