ABSTRACT: Questo articolo riporta le principali citazioni dalla Storia delle Guerre di Procopio di Cesarea, tradotte in italiano con considerazioni storiche, riferite alla Guerra gotica (535-554), esplicitanti il ruolo della città e del porto di Crotone, durante questi avvenimenti.
Il contesto storico
All’inizio del VI sec. d.C. in Italia vige il Regno ostrogoto, anche noto come il Regno d’Italia (Latino: Regnum Italiae), che venne fondato dal popolo germanico degli Ostrogoti nella penisola italiana e nelle zone confinanti. Il Regnum Italiae è esistito tra il 493 e il 553, a partire da quando gli Ostrogoti subentrarono ad Odoacre, il padrone de facto dell’Italia che aveva deposto l’ultimo imperatore d’Occidente nel 476. La penisola venne quindi organizzata in 17 distretti con a capo dei governatori (correctores) che avevano ampi poteri fiscali, giuridici e civili. Tutti costoro rispondevano del proprio operato direttamente al prefetto del pretorio, di nomina regia e che risiedeva a Ravenna.
Da un punto di vista amministrativo infatti, l’italia era governata dalla prefettura del pretorio d’Italia (in latino Praefectura Praetorio Italiae e in greco Ὑπαρχία τῶν πραιτωρίων τῆς Ἰταλίας, traslitterato in Hyparchía Praitoríōn Italías) una delle articolazioni dell’Impero romano, a partire dalla riforma tetrarchica di Diocleziano (alla fine del III secolo). Dopo la divisione definitiva dell’Impero nel 395, la prefettura fu assegnata all’Impero romano d’Occidente. Alla caduta dell’Impero d’Occidente nel 476, la prefettura non scomparve immediatamente, ma continuò a esistere de iure (cioè formalmente) sotto la sovranità dell’imperatore d’Oriente, pur essendo di fatto governata prima da Odoacre, re degli Eruli, e successivamente dai sovrani del Regno ostrogoto (Teodorico e i suoi successori). Al termine della guerra gotica (535–554), l’imperatore Giustiniano I riconquistò gran parte dell’Italia e riassorbì formalmente la prefettura nell’Impero romano d’Oriente (noto anche come Impero bizantino). Tuttavia, la Praefectura praetorio Italiae non sopravvisse a lungo in questa forma: intorno al 584, in seguito alle pressioni longobarde e alla necessità di una gestione più militare del territorio, venne sostituita dall’Esarcato d’Italia, con sede a Ravenna.
La Calabria (Bruttii) nel VI sec. d.C.
All’inizio del VI sec. d.C. la Calabria indicata con Bruttii, è amministrativamente ancora unita alla Lucania (Regio Tertia Lucania et Bruttii) ed è retta da un corrector (governatore)1 La sede della correctura di Lucania et Bruttii è quasi univocamente indicata Reggio2. L’esame della compagine sociale dei Bruttii, quale ci viene presentata dalle Variae di Cassiodoro, rivela una struttura al cui vertice stanno i grandi proprietari (potentiores, maiores, possessores), che appartenevano alle classi più ricche e svolgevano un ruolo simile a quello del senato a Roma, generalmente provenienti da alcune dinastie con vaste proprietà di terreni; ai grandi proprietari seguono scendendo verso il basso una nuova classe di grandi affittuari (conductores), indi i curiales, i mediocres, i tenuiores, i rustici; per curiales ci si riferiva anche ai mercanti, uomini d’affari, non solo ai proprietari terrieri di medio livello, che spesso prestavano servizio locale come magistrati e decurioni. Inserita in questa societa era la gerarchia burocratica dello Stato, con il Cancellario, i Giudici, i Salones, il cui compito era vario: dall’ordine pubblieo all’esazione flscale, dall’annona alla giustizia, dall’amministrazione civile alle forniture militari ed alle liturgie ecc.3
Il declino dei centri civici è evidente. Sono ancora attive alcune stationes del cursus pubblicus, ma l’economia e la popolazione è maggiormente distribuita nelle villae latifondistiche che erano rimaste attive. Ciò è favorito dalla politica degli Ostrogoti che sostenevano i possessores con continui sgravi fiscali e assenza di controllo militare nella regione. L’aristocrazia locale e provinciale dei curiales e dei possessores è formata da alcune dinastie i cui ampi possedimenti si stendono in Lucania e nei Bruttii; grazie all’ampiezza e alla dispersione delle sue proprietà, il suo potere è considerevole e la sua sfera d’influenza è molto ampia; per la cura dei propri interessi l’aristocrazia non disdegna di parteggiare per il governo che maggiormente la agevola. I possessores sono comunque sempre in grado di mobilitare truppe formate dai propri dipendenti, ma non mancano tumulti ed episodi violenti da parte del ceto popolare in difficoltà4.
Da Cassiodoro (485-580) e da Procopio (490-560) si ricavano diverse informazioni dei territorio dei Bruttii nella prima metà del VI secolo. Procopio, giudicando dal punto di vista militare, afferma che la maggior parte delle città generalmente non è fortificata. Cassiodoro invece descrive in toni idillici la sua città natale, Squillace, circondata da campi, vigneti e oliveti: «Hoc quia modo non habet muros, civitatem credis ruralem, villani iudicare possis urbanam et inter utramque posita»5. L’economia continua ad essere prevalentemente agraria: le fonti, da Cassiodoro a Gregorio I, parlano della fertilità della Calabria, di coemptiones 6, di forniture di frumento in altre parti dell’Italia, e di riserve e approvvigionamenti, sempre di frumento, ecc.
In una lettera tramandataci nelle Variae di Cassiodoro, il re goto Atalarico (in carica dal 526 al 534) cerca di convincere i cittadini fuggiti in campagna a tornare nelle città, ma la gente continuò ad abitare in campagna, sembrando indicativo, ad esempio, che, durante la seconda fase della guerra gotica, le uniche truppe ausiliarie reclutabili nell’Italia meridionale fossero i coloni provenienti dai latifondi dei possessores.
Nel Bruttii la ricerca archeologica evidenzia cinque importanti insediamenti7:
- Vibo Valentia, una città il cui quadro è quello di un parziale declino8. L’unica domus conosciuta di Vibo sopravvisse per tutto il VI secolo, così come il locale palazzo imperiale. E dal 568 la città era sede episcopale. Allo stesso tempo, però, dopo il 550 Vibo non esportò più legno e grano a Roma, anche se lo aveva fatto per secoli. Contemporaneamente fu abbandonata un’officina artigianale di ceramica nella parte sud-occidentale della città 9.
- Botricello, venti miglia a sud di Crotone, appare un fiorente villaggio verso il 550 d.C.10. Era incentrato su un complesso religioso, le cui modeste dimensioni (15 metri di lunghezza, 20 di larghezza) erano compensate da materiali da costruzione di discreta qualità11.
- Locri era stata abbandonata. Ma era stata sostituita da un villaggio a sud-est, tra il fiume Portigliola e l’odierno antiquarium, conosciuto come Paleapoli. Questo nuovo insediamento era abbastanza popoloso da essere sede di un vescovado e da vedere la costruzione di un’importante chiesa nel 55012. Ma quasi tutti gli edifici erano costruiti in pietra a secco e mattoni di argilla, di pietra a secco e mattoni d’argilla, cosa che non accadeva a Locri; ciò suggerisce che Paleapoli fosse un villaggio piuttosto povero 13.
- Più controverso è il caso di Tropea. Secondo G. Noyé, questa città prosperò dopo la guerra gotica14. La maggior parte delle importazioni del dopoguerra erano sofisticate, indice di una popolazione benestante. Tropea si era addirittura espansa, grazie immigrazione dalle campagne. Purtroppo, non esistono scavi o indagini serie per di scavo o di indagine che confermino l’affermazione della Noyé.
- Un segnale più chiaro del declino della Calabria è fornito da Scolacium. Questa città stava per atrofizzarsi già nel 55015. La maggior parte delle strutture del foro erano abbandonate, la domus più grande era stata distrutta da un incendio e una delle strutture pubbliche più importanti, una sorta di edificio celebrativo, era caduta in rovina permanente. La domus fu presto sostituita, ma solo da una necropoli. Sono stati trovati molti sono stati rinvenuti numerosi manufatti risalenti alla prima metà del VI secolo, ma nessuno della seconda metà16. L’unico segno di un discreto vigore era una una fornace artigianale nel foro, utilizzata per produrre bronzo e metallo.
Ma le due città più grandi restavano Crotone e Reggio Calabria, strategiche per il loro porto e la loro posizione lungo la costa; entrambe erano in buone condizioni. La strategicità era evidenziata dalla presenza di fortificazioni che erano state costruite durante la guerra gotica e nel dopoguerra, con mura di ragionevole dimensione e qualità; sebbene il loro spessore fosse in media di 1,5 m, i materiali da costruzione erano identici a quelli che ci si aspettava di trovare in un muro romano del IV secolo17.
Reggio commerciava attivamente con il Nord Africa e il Vicino Oriente, sia in termini di esportazioni che di importazioni18.
Allo stesso modo, Crotone era un importante centro di produzione di ceramica.
La guerra gotica
Con la guerra gotica (535-553), l’Impero Romano d’Oriente, per volontà del suo imperatore Giustiniano I (in carica dal 527 al 565), contese agli Ostrogoti parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell’Impero Romano d’Occidente. La guerra si concluse nel 554 con la sconfitta degli Ostrogoti.
Le città dell’Italia Meridionale peninsulare considerate importanti da Procopio, e da lui citate in parecchie occasioni sono, oltre a Napoli, i porti della costa adriatica e ionica: Brindisi, Otranto, Taranto, Thourioi; i fatti narrati nei Bruttii non sono molti e si svolgono a Rossano, Crotone e Reggio. Queste città, a parte Thourioi che sarà abbandonata, sono le tappe che, per tutto il Medioevo bizantino, segnano i viaggi da Costantinopoli verso la Sicilia. Procopio distingue chiaramente tra la città di Thurii e la fortezza di Rossano evidenziando come fossero due centri separati con funzioni e connotazioni diverse: Thurii (Θοῦριοι) era una polis greca fondata nella pianura della costa ionica, famosa per la sua importanza storica e culturale, ma era una città non fortificata, situata in una zona fertile pianeggiante, e rappresentava un importante centro urbano con attività civiche e commerciali ben strutturate; Rossano (Ῥόσσαν) è invece è descritta da Procopio come una fortezza (φρουρίου) situata in posizione dominante sulla costa, con funzioni prevalentemente militari e difensive.
Alle vicende della prima fase della guerra è collegato il tesoretto, trovato nel 1916 in loc. Punta Scifo, poco lontano da Capocolonna, e costituito da 80 monete d’oro degli imperatori Teodosio II, Marciano, Leone I, Leone II e Zenone, Anastasio, Giustino I e Giustiniano I19.
A proposito delle Diocesi in Calabria, dalla fine del IV secolo e l’inizio del V nei documenti storici si affacciano i nomi delle più importanti Diocesi dei Bruttii: Squillace, Vibona, Locri, Crotone, Cosenza, Thurio. Papa Gregorio I (590-604) scrisse ai vescovi di Reggio, Tempsa, Locri, Squillace, Cosenza, Vibo e Tauriana, e menziona quelli di Nicotera, Crotone e Thourioi20. Tutti questi luoghi si trovano sulle vecchie strade romane della Calabria, cioè la via Popilia e la litoranea ionica; la maggior parte di loro è di fondazione greca in età arcaica. Dal fatto che esse sono diventate sedi vescovili e dalla frequenza con la quale esse vengono menzionate nelle lettere dei Papi, possiamo dedurre che si trattava dei centri più importanti della Calabria tardoantica. Ciò testimonia che la concentrazione urbana si orientava allora prevalentemente verso la costa. Dal VII al IX secolo vescovi di queste città firmavano, con una certa regolarità, atti sinodali a Roma, Nicea e Costantinopoli. In alcuni casi ciò non significa necessariamente che tali città fossero ancora esistenti; dimostra soltanto che la sede vescovile aveva un titolare21.
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La Guerra Gotica è spesso intesa come lo spartiacque tra il mondo tardo antico e l’inizio del Medioevo in Italia. I 18 anni di guerra si possono dividere in 2 periodi, rispondenti più o meno ai regni di Vitige e di Totila: possiamo quindi parlare di primo periodo, dall’inizio nel 535 alla caduta di Ravenna e quindi resa di Vitige nel 540, e di secondo periodo dall’avvento di Totila nel 541 alla sua morte e ultima resistenza di Teia nel 553. Il Bruttium, mentre evitò gli orrori della guerra nel primo periodo, ma fu particolarmente provato nel secondo.
Le forze di Constantinopoli nella prima fase, conquistarono prima la Sicilia, poi da Reggio si diressero verso Napoli, lungo la via Popilia, e poi a Roma, liberata dai Goti nel 536. Negli anni successivi però subirono la controffensiva dei Goti che assediarono Roma, ed il baricentro della guerra si spostò verso il centro-nord. L’azione del generale Belisario, fra alti e bassi portò alla sottomissione dei Goti ed alla cattura di Vitige.
Dal ritorno di Belisario a Costantinopoli i Goti (Ostrogoti) si riorganizzarono ed elessero il nuovo re Totila. In breve tempo Totila riconquisto molte città e distaccamenti del suo esercito occuparono senza opposizione le province di Lucania et Bruttii e di Apulia et Calabria (seconda metà del 542) 22. Totila era riuscito a far crescere il proprio esercito con l’accoglimento di prigionieri e di disertori, e si era inoltre accattivato l’appoggio della popolazione, inasprita dall’eccessivo fiscalismo bizantino.
Il ritorno di Belisario in Italia (544) non ebbe il successo della precedente spedizione perchè non portò con sè l’esercito, impegnato nell’offensiva contro i Persiani, ma solo alcune truppe. Verso la fine del 545 Belisario chiese nuovamente rinforzi all’imperatore Giustiniano che inviò Giovanni e Isacco intorno al 546; Belisario decise quindi di spingersi via mare a Roma mentre Giovanni sarebbe sbarcato in Calabria e lo avrebbe raggiunto nell’Urbe via terra. Giovanni, dopo aver recuperato le province di Apulia et Calabria e di Lucania et Bruttii, decise di non spingersi fino a Roma.
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Sintesi delle citazioni di Crotone dalle “Guerre gotiche” di Procopio di Cesarea:
Le Guerre sono scritte in greco; tra le diverse traduzioni della “Guerra Gotica” di Procopio di Cesarea, quella redatta da Domenico Comparetti pubblicata nel 1896 è una delle più autorevoli e storicamente importanti edizioni critiche. Comparetti ha curato sia l’edizione critica del testo originale greco sia la traduzione in italiano, offrendo un apparato filologico dettagliato basato su un confronto accurato dei manoscritti disponibili del VI secolo. Questo lavoro è caratterizzato da una forte attenzione alla ricostruzione filologica del testo, alla critica delle varianti manoscritte e a una spiegazione approfondita dei termini geografici, personali e storici, tra cui anche quelli meno noti. L’edizione di Comparetti non solo restituisce un testo greco emendato, ma include riferimenti critici e note che aiutano a comprendere le varianti e l’interpretazione dei passaggi più oscuri.
Per quel che segue, ci riferiremo proprio alla numerazione della traduzione di Domenico Comparetti, suddvisa in 3 volumi (Volume I che contiene il Libro I, Volume II che contiene i Libri II e III, Volume III che comprende il Libro IV, il Sommario e le Annotazioni, l’Indice generale dei “Nomi propri e cose notevoli”), anche se a volte useremo traduzioni più recenti.
Crotone è richiamata in questi passaggi
- Crotone è citta del sud Italia, Libro I-15
- Crotone posta nel golfo di Taranto ed il primo sbarco di Belisario, Libro III-28
- Belisario àncora la flotta nel suo porto, Libro III-30
- vi ritornano soldati romani mandati da Belisario in ricognizione; ivi assediata dai Goti, chiede soccorso, VIII 25;
- Giustiniano vi manda le truppe, VIII 26
Crotone è città del sud Italia, Libro I-15
Nella fase iniziale della guerra gotica nel 535 Belisario conquista la Sicilia. Verso la fine del 536 d.C.
Belisario, ha appena completato una serie di rapidi successi: sbarca in Calabria, marcia verso nord, entra a Napoli (dopo un assedio), poi a Roma (dicembre 536), accolto come liberatore dai romani.
A questo punto, gran parte dell’Italia centro-meridionale è sotto controllo bizantino, mentre gli Ostrogoti, guidati da Vitige, si ritirano a nord (Ravenna). Procopio in questo passaggio descrive il territorio italiano “al di qua” e “al di là del golfo dello Ionio”. Qui entra in gioco un uso antico della geografia, che può confondere chi legge con la mentalità moderna. Per Procopio (e per gli autori greci in generale), il «κόλπος τοῦ Ἰονίου» (golfo dello Ionio) non è il Mar Ionio tra Grecia e Italia, ma il golfo di Taranto — cioè la grande insenatura sulla costa orientale dell’Italia meridionale, tra Puglia e Calabria. Nel contesto del passaggio I-15 viene indicato che sotto il controllo di Belisario vi è la parte occidentale/sud-occidentale dell’Italia: Calabria, Campania, Lazio, fino a Roma e il Sannio. Invece “Al di là del golfo dello Ionio” (πέραν τοῦ κόλπου), cioè la costa adriatica meridionale: Apulia (Puglia), fino alla Liburnia (regione costiera della Dalmazia, nell’odierna Croazia) è controllata da Costanziano, un altro generale bizantino, inviato da Giustiniano per presidiare le coste adriatiche.
Così Belisario sottomise tutta l’Italia al di qua del golfo dello Ionio (κόλπος τοῦ Ἰονίου) fino a Roma e al Sannio; la regione al di là del golfo fino alla Liburnia la teneva, come abbiamo detto, Costanziano. Ora io verrò a dire come sian distribuite le popolazioni d’Italia.
Il mare Adriatico internandosi con un braccio assai addentro nel continente forma il golfo Ionio (…). Dalla città di Ravenna invece, dove finisce il golfo Ionio, fino al mar Tirreno, v’hanno non meno di otto giorni di cammino di uomo aitante. (…)Al di qua di questo golfo trovasi per prima la piccola città di Dryrunte (?) oggi detta Odrunte (Otranto); a destra di questa stanno i Calabri, i Pugliesi, i Sanniti, dopo i quali vengono i Piceni, che abitano quel paese fino alla città di Ravenna; a sinistra sta l’ altra porzione della Calabria e gli Abruzzi e la Lucania, dopo la quale viene la Campania fino a Terracina, a cui succedono i confini dell’Agro romano.
Tutte queste popolazioni abitano non soltanto lungo il litorale dei due mari, ma anche nella regione all’interno di essi. È la terra che originariamente era chiamata Magna Grecia. Infatti nel Bruzio ci sono ancora le colonie di Locri Epizefiri, di Crotone (dei Crotoniati) e di Thuri.
– Domenico Comparetti, “La guerra gotica di Procopio di Cesarea; testo greco, emendato”, 1895, Vol. I
– Marcello Craveri “Le guerre. Persiana, vandalica, gotica di Procopio di Cesarea”, a cura di “, Einaudi, 1977, p. 392
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Lo sbarco di Belisario a Crotone (Libro III-28)
Nel 546, Belisario era tornato in Italia per la seconda volta, dopo essere stato richiamato da Giustiniano nel 540. Al suo ritorno, trovò la situazione drammaticamente peggiorata: i Goti, ora guidati da Totila, avevano riconquistato gran parte dell’Italia, inclusa Roma, che era stata abbandonata dai Bizantini e saccheggiata nel 546. A metà del 547, Belisario riuscì effettivamente a riprendere Roma con un colpo di mano, ma con poche truppe e scarse risorse e si trovava in una difficile condizione. A dicembre del 547 Belisario riuscì ad ottenere l’invio di rinforzi dall’imperatore, sotto il comando del generale Valeriano. Belisario partì da Roma quindi per raggiungere i rinforzi a Taranto, per assumerne il comando e portarli a Roma. Scelse una rotta marittima lungo la costa tirrenica, probabilmente per evitare le zone interne controllate dai Goti.
E in questa fase che la Calabria jonica comincia ad essere interessata dalla guerra. Rilevante fu l’utilizzo dei bizantini del porto di Crotone, che offrirà due volte un ancoraggio alle navi bizantine durante i combattimenti svoltisi intorno a Rossano-Sibari); serve poi come luogo di raduno e la città riceve soccorsi quando viene assediata a sua volta.
Durante la rotta verso Taranto il cattivo tempo ed il vento contrario costrinsero Belisario a sbarcare a Crotone, dove si accampò.
Procopio evidenzia che la città a questa data era priva di fortificazioni, evidentemente non era in mano dei nemici, e non vi era modo di trovare approvvigionamenti. Belisario decide di rimanere a Crotone con la moglie e la fanteria.
L’idea di ricongiungersi alle truppe di Giovanni. Ordinò a tutta la cavalleria di procedere e di accamparsi presso gli accessi della regione, al comando di Faza l’Iberico e di Barbatione, il corazziere. Pensava che in tal modo si sarebbero procurati facilmente i viveri per se e per i cavalli e sarebbero stati in condizione di respingere verisimilmente i nemici.
La cavalleria romana si sposta verso nord, arrivando nei pressi di Rossano. Ruskianòs era un epineion (porticciuolo) degli abitanti di Thurii, che occupava esattamente la parte ovest dell’antico sito di Sibari, e dunque doveva trovarsi sulla larga spiaggia della Rossano attuale. Mentre sull’altura prospiciente era stato costruito dagli antichi romani una fortezza (phrourion), distante 60 stadi, circa 10 km. Qui, per iniziativa di Giovanni (Iohannes), era stato posto un considerevole presidio romano.
Le truppe di Belisario, recandosi verso questa fortezza, incontrano una formazione dei Goti, con la quale si scontrano risultando vincitori e poi si recarono presso la fortezza. I Goti scampati avvisarono Totila che si recò a Rossano con 3.000 soldati per conquistarla. I soldati bizantini presso la fortezza intanto avevano allentato la guardia, e subirono una grave sconfitta. I pochi sopravvissuti dei romani si recarono al campo di Belisario a Crotone, per riferirgli che Totila si preparava a giungere anche lì. Belisario nell’udire le cattive nuove, tolse il campo da Crotone e salpò alla volta di Messina.
Belisario, dunque, si affrettò ad andare subito à Taranto.
Qui, la costa s’incurva in una grande insenatura a forma di falce e nella rientranza della terra si estende il mare, costituendo un amplissimo golfo.
La lunghezza totale dell’insenatura, seguendo il contorno della costa, è di mille stadi, e alle due estremità dell’imboccatura del golfo giacciono due città Crotone, sulla parte occidentale, Taranto su quella orientale, méntré quasi al centro del golfo si trovata città di Turi.
Belisario, sorpreso da una violenta tempesta e contrastato dal vento, mentre il mare agitato non permetteva alle navi di procedere oltre, dovette ancorare la flotta nel porto di Crotone.
Ma qui egli non trovò alcun punto fortificato e nessun luogo di dove poter prendere provviste per i soldati; perciò decise di rimanere li soltanto lui e sua moglie con la fanteria, intendendo farvi confluire anche l’esercito di Giovanni per riorganizzarlo, e diede invece ordine alla cavalleria di spostarsi più nell’interno e di andarsi ad attendare nelle vicinanze delle strade di accesso alla regione, mettendo a capo di quel reparto l’ibero Faza e la sua guardia del corpo, Barbazio.
Egli pensava che in quelle località essi avrebbero trovato più facilmente il necessario per se stessi e per i cavalli, e magari avrebbero avuto occasione di scontrarsi coi nemici in qualche strettoia e di respingerli.
Infatti il sistema montuoso della Lucania si prolunga fino a quello del Bruzio, e siccome essi si trovano praticamente uniti l’uno con l’altro, hanno soltanto due valchi, molto stretti, uno dei quali in lingua latina si chiama Petra sanguinis, mentre l’altro dagli abitanti del luogo suole esser chiamato Lavula23. Nella zona si trova anche, presso il mare, il centro di Rossano, che è il porto dei Turii, e a nord di esso, a circa sessanta stadi di distanza, c’è una fortezza molto salda, costruita dagli antichi Romani, che Giovanni già molto tempo prima aveva occupato, stanziandovi una guarnigione abbastanza consistenteOra, i soldati di Belisario, mentre stavano per raggiungere questa località, s’imbatterono appunto in una formazione nemica che Totila aveva mandato proprio perché tentasse di espugnare tale fortezza. I Romani l’affrontarono subito e grazie al loro valore riuscirono a sgominarla senza difficoltà, dopo aver uccisi più di duecento uomini, sebbene fossero molto inferiori di numero. I sopravvissuti si diedero alla fuga e andarono da Totila a riferirgli cos’era accaduto.
Le guerre. Persiana, vandalica, gotica di Procopio di Cesarea, a cura di Marcello Craveri, Einaudi, 1977, pp. 609-611
I romani si accamparono nella fortezza senza prendere altre misure di sicurezza. Ma Totila avvisato dai suoi, decise di attaccarli di sorpresa e li scompigliò, facendone strage e uccidendo lo stesso Faza. Coloro che riuscirono a fuggire, cercarono scampo ognuno dove poteva.
Barbazio, la guardia del corpo di Belisario, datosi alla fuga (dalla fortezza di Rossano) con altri due cavalieri, galoppando senza posa, fu il primo ad arrivare a Crotone. Qui, raccontanto il grave incidente appena accaduto, si disse sicuro che i barbari sarebbero giunti al più presto. Belisario, all’udire ciò, cadde in grande costernazione e fece subito salire tutti sulle navi. Cosi, levate di li le ancore, poiché ebbero la fortuna di trovare vento favorevole, quello stesso giorno raggiunsero Messana, in Sicilia, che si trova a settecento stadi da Crotone, essendo situata proprio di fronte a Reggio.
Le guerre. Persiana, vandalica, gotica di Procopio di Cesarea, a cura di Marcello Craveri, Einaudi, 1977, p. 611
L’assedio di Rossano (Libro III-30)
Nel giugno del 548 i Goti assediarono il phrourion, di Rossano. Procopio riferisce che nella fortezza erano raccolti “molti e distinti italiani”, tra i quali Deoferonte, fratello dell’aristocratico Tulliano. Intanto Belisario aveva raggiunto il grosso dell’esercito greco ad Otranto, e manda una flotta che cerca invano di soccorrere il φρούριον guidata da Giovanni, Valeriano e altri generali. Ma una furiosa tempesta impedì alle navi di accostarsi, così che dovettero rifugiarsi nel porto di Crotone. Da Crotone le navi, raccoltesi tutte insieme, salparono verso Rossano.
Quando i Goti videro che si stavano avvicinando, balzarono in sella ai cavalli e scesero di corsa alla riva del mare, col proposito d’impedire lo sbarco ai nemici. Totila li fece schierare in lunga fila sulla spiaggia, col fronte rivolto alle prue delle navi, alcuni armati di lancia, altri con gli archi tesi.
A quella vista i Romani furono colti dal panico e non ardirono accostarsi, ma, fermate le navi al largo, rimasero un bel po’ di tempo in osservazione; poi, rinunciando allo sbarco, volsero indietro le poppe delle navi e ripresero la navigazione, andando ad ancorarsi (nuovamente) nel porto di Crotone.
Qui i capi, riunitisi a consiglio, decisero ch’era meglio che Belisario ritornasse a Roma a sistemarvi tutte le questioni nel miglior modo possibile e a curare gli approvvigionamenti, mentre Giovanni e Valeriano avrebbero fatto si sarebbero spostati verso il Piceno, per costringere Totila ad inseguirli abbandonando l’assedio di Rossano. Ma Totila non ritenne di dover sospendere l’assedio e si limitò a distaccare dal suo esercito duemila cavalieri per mandarli nel Piceno. Gli assediati poiché ormai le provviste erano venute loro totalmente a mancare e non avevano più speranza di ricevere aiuto dai Romani, si arresero a Totila. Ai soldati romani fu offerto di rimanere, se volevano, e di arruolarsi nei Goti. Solamente ottanta dei soldati romani, abbandonati i loro beni, lasciarono Rossano e si avviarono per Crotone.
L’accanimento posto nell’occupare la piazzaforte di Rossano si spiega con l’importanza della sua posizione. Anzitutto assicurava il possesso di Thurii, considerata al centro del Golfo di Taranto; da Thurii si potevano controllare sia Taranto che Crotone. Ma consentiva anche il controllo della piana di Sibari, l’accesso all’interno dei Bruttii e del passaggio dalla Lucania verso sud.
I Goti restarono attestati a Rossano sino alla fine delle ostilità; tra il 549 ed il 550 Totila estendeva il suo dominio su Taranto, Reggio e Messina, dopo averle assediate. Alla fine del 550 tutto il litorale ionico e tirrenico dell’Italia meridionale era ben controllato dai Goti. Infine, nello stesso anno, Totila riuscì a prendere Roma definitivamente: il dominio Goto in Italia sembrò ristabilito; all’impero non restavano che poche piazzeforti in Sicilia e lungo l’Adriatico e sullo Ionio, Crotone, Otranto, Osimo e Ravenna. Giustiniano intanto decide di richiamare Belisario per inviarlo in Persia.
L’assedio di Crotone (Libro IV-25)
Nell’aprile 551 il generale Narsete ottenne il comando delle operazioni in Italia24; con un imponente esercito di 30.000 uomini, arruolati anche tra le popolazioni “barbare” degli Unni, Gepidi, Eruli, Longobardi e Persiani, arriva in Italia nell’aprile 552; ciò costituì una fase di svolta della guerra in favore dell’impero e per i Goti, l’inizio del declino.
Per quanto riguarda Crotone, Procopio riferisce che nella seconda metà del 551 du assediata. Ricordiamo che il suo porto era stato la base di appoggio nei Bruttii usata da Belisario per la campagna invernale del 547-548, e che allora era priva di fortificazioni. L’assedio durò diverso tempo poichè Procopio alla fine di VIII-25 scrive “Passò diverso tempo; cosi trascorse l’inverno e terminò il diciassettesimo anno di questa guerra ….”. La capacità di sostenere l’assedio per diversi mesi suggerisce che nel 551-552 Crotone – nei pochi anni che erano passati dal primo sbarco di Belisario – è stata già fortificata. Tale politica di costruzioni di fortificazioni da parte dell’Impero rientrava nella strategia di presidio dei centri costieri , che si inscrive nell’ambito della vasta opera di ristrutturazione e consolidamento di un limes marittimo sullo Ionio (ma che continuò a svilupparsi maggiormente dopo la fine del conflitto).
–> Vedere anche l’articolo su: Le mura bizantine di Crotone
Da sottolineare anche l’importanza del porto di Crotone, l’unico esistente sul versante ionico a sud di Taranto, che per ben tre volte accolse la flotta bizantina. Importante scalo per le rotte militari e commerciali da e per l’Oriente, è presumibile che esso sia stato potenziato dal governo centrale, con conseguente fioritura di scambi, attestati dai reperti ceramici di provenienza nordafricana e microasiatica rinvenuti nel sito di Capo Rizzuto25
Per Crotone l’assedio comportò non poche difficoltà.
Οἱ δὲ Κροτωνιᾶται καὶ οἱ ἐν τῷ χωρίῳ στρατιῶται ὑπὸ Παλλαδίου ἡγουμένοι, πολιορκούμενοι μὲν ἐκ παντὸς τρόπου ὑπὸ τῶν Γότθων, λιμῷ δὲ ἤδη παντελῶς καταναλισκόμενοι, πολλάκις λάθρᾳ τῶν πολεμίων ἐς τὴν Σικελίαν ἀγγέλους ἔπεμψαν, δηλοῦντες τοῖς τε ἄλλοις στρατηγοῖς τοῦ Ῥωμαϊκοῦ στρατοῦ καὶ μάλιστα Ἀρταβάνῃ ὅτι, εἰ μὴ βοήθεια τάχιστα ἥξει, ἀκόντων αὐτῶν οὐκ ἀναβάλλοντες τοῖς πολεμίοις παραδώσουσι τὸ χωρίον. οὐδεὶς δὲ αὐτοῖς ἐβοήθησεν. καὶ ὁ μὲν χειμὼν οὕτως ἐτελειώθη, ἑπτακαιδέκατον δὲ ἔτος τούτου τοῦ πολέμου, περὶ οὗ ἡμεῖς ἐγράψαμεν, ἐπληρώθη.
Procopio, De Bello Gothico III, 25, 18–19 (testo dall’edizione di Jacobus Haury, Procopii Caesariensis opera omnia, vol. II)
… Gli abitanti di Crotone (Κροτωνιᾶται) e i soldati di quel presidio (χωρίῳ στρατιῶται), comandati da Palladio, strettamente assediati dai Goti (Γότθων), e ormai del tutto consumati dalla fame, più volte di nascosto dai nemici, spedirono messaggeri in Sicilia, per dichiarare ai comandanti dell’esercito romano, e in special modo ad Artabane, che se non avessero ricevuto soccorsi, essi, loro malgrado, non avrebbero tardato ad arrendersi ai nemici. Ma nessuno giunse in loro soccorso; e così terminò l’inverno e si
compì il diciassettesimo anno (551 – 552) di questa guerra di cui Procopio scrisse la storia.
Procopio, De Bello Gothico III, 25, 18–19 (testo dall’edizione di Jacobus Haury, Procopii Caesariensis opera omnia, vol. II)
Il testo di Procopio qui evidenzia che la difesa della città è affidata senza particolari distinzioni tra gli abitanti e i soldati del presidio; è un chiaro indizio della diffusa militarizzazione della società italiana, in assenza di una diffusa presenza contingenti limitanei, vale a dire di “quelle truppe stanziali dislocate stabilmente nelle regioni di confine e destinate, nella concezione strategico-difensiva bizantina ad affiancarsi ai grandi corpi d’armata centralizzati e mobili, costituiti dagli stratioti, contingenti limitaneiampiamente attestati invece in Africa; il presidio imperiale a Crotone sembra essere assente prima dello sbarco di Belisario del 547.
Si riscontra quindi la presenza della figura del cittadino-soldato, cioè di un civile che abita stabilmente all’intemo di un centro abitato fortificato , e che in questo centro esplica le proprie normali attività produttive ed economiche, pronto però a integrare le limitate guarnigioni militari in caso di attacco da parte nemica26. Era una figura nata si dalle esigenze locali e temporanee della guerra, e sperimentata con successo da Belisario qualche anno prima durante la difesa di Roma dall’assedio dei Goti; tuttavia “finirà per coniugarsi assai bene con la strategia difcnsiva propria dell’impero protobizantino in generale, che vede affidate le sorti della propria integrità territoriale sia ai corpi d’armata centrali, che vengono dislocati di volta in volta nelle aree di crisi, ma anche e sopratutto a una difesa territoriale stabile e diffusa, in cui i militari stanziali (i già citati limitanei) e, in assenza di questi, i cittadini in grado di prendere le armi, giocano un ruolo irrinunciabile nel mantenimento del controllo dei singoli centri. Una conferma di ciò si può trarre proprio dalla vicenda Crotone, allorché la resistenza della guarnigione locale, pur numericamente assai debole a fronte dell’esercito Foto, consente tuttavia di acquisire il margine di tempo indispensabile per far intervenire uno dei corpi d’armata centrali”27.
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L’imperatore soccorre Crotone assediata. I Goti si ritirano. (Libro IV, 26)
Βασιλεὺς δὲ μαθὼν τὰ ἐν Κρότωνι πρασσόμενα πέμψας εἰς τὴν Ἑλλάδα ἐκλῦσε τοὺς ἐν Θερμοπύλαις φρουροὺς ἐξ τε τὴν Ἰταλίαν πλεῖν κατὰ τάχος καὶ τοῖς ἐν Κρότωνι πολιορκουμένοις βοηθεῖν δυνάμει τῇ πάσῃ. οἱ δὲ κατὰ ταῦτα ἐποίουν. ἄραντες δὲ σπουδῇ πολλῇ καὶ πνεύματος ἐπιφόρῳ ἐπιτυγχάνοντες ἀπροσδόκητοι τῷ Κροτωνιατῶν λιμένι προσέσχον. οἱ τε βάρβαροι ἐξαπιναίως τὸν στόλον ἰδόντες αὐτίκα δὴ μᾶλα ὡς δέος μέγα ἐμπεπτώκοτες θορύβῳ πολλῷ τὴν πολιορκίαν διέλυσαν.
καὶ αἰτῶν οἱ μὲν τίνες ναυσὶν ἐς τὸν Ταραντίνων λιμένα διέφυγον, οἱ δὲ πεζῇ ἰόντες ἐς ὄρος τὸ Σκύλλαιον ἀνεχώρησαν. ἃ δὴ ξυνενεχθέντα πολλῷ ἔτι μᾶλλον ἐδούλωσε Γότθων τὸ φρόνημα. καὶ ἀπ’ αὐτοῦ Ῥάγναρις τε, Γότθος ἀνὴρ δόκιμος μάλιστα, ὃς τὸν ἐν Ταράντοις φυλακτηρίου ἦρχε, καὶ Μόρρας, ὅσπερ ἐφειστήκει τοῖς ἐν Ἀχεροντίᾳ φρουροῖς, Πακυρίῳ τῷ τοῦ Περανίων τὼν ἐν Δρουοῦντι Ῥωμαίων ἄρχοντι, γνώμῃ τῶν σφίσιν ἑπομένων, ἐς λόγους ἦλθον, ἐφ’ ὧ ἥμισυ τῇ σωτηρίᾳ τὰ πιστὰ πρὸς Ἰουστινιανοῦ βασιλέως λαβόντες Ῥωμαίοις σφᾶς τε αὐτοὺς ἐγχειρίσουσι ξὺν τοῖς ἑπομένοις καὶ τὰ ὀχυρώματα, ὥσπερ ἐπὶ τῇ φυλακῇ κατασιώπεν ἔνδογμαν. ἐπὶ ταύτη μὲν οὖν τῇ ὁμολογίᾳ Πακυρίος ἐπὶ Βυζάντιον κομίζεται.
L’imperatore (Βασιλεὺς), venuto a sapere ciò che accadeva a Crotone, diede subito l’ordine ai suoi comandanti in Grecia, richiamando le guarnigioni che erano alle Termopili, ordinando loro di salpare quanto più rapidamente possibile verso l’Italia e di portare ogni aiuto possibile agli assediati di Crotone. Essi dunque così fecero. E, partiti con grande sollecitudine e con vento favorevole, giunsero inaspettati al porto dei Crotoniati (Κροτωνιατῶν λιμένι). I Goti (βάρβαροι), vedendo improvvisamente la flotta, presi da grande paura, con grande clamore abbandonarono l’assedio.
E, mentre chiedevano, alcuni di loro fuggirono con le navi verso il porto dei Tarantini (Ταραντίνων), mentre altri, andando a piedi, si ritirarono su un monte vicino Scolacium (Σκύλλαιον); e queste circostanze, verificatesi, soggiogarono ancor più lo spirito dei Goti (Γότθων). E da quel momento Ragnaris (Ῥάγναρις), un goto (Γότθος) uomo di grande stima, che era a capo del presidio a Taranto (Ταράντοις), e Morras (Μόρρας), che comandava le guarnigioni ad Acherontia (Ἀχεροντίᾳ, cioè Acerenza in Basilicata), su consiglio dei loro seguaci, intavolarono trattative con Pacurio (Πακυρίῳ), il comandante dei Romani (Ῥωμαίων) di Drounti (Δρουοῦντι, Otranto), in base alle quali (trattative), avendo ricevuto dall’imperatore Giustiniano (Ἰουστινιανοῦ) garanzie di salvezza, qualora avessero consegnato ai Romani (Ῥωμαίοις) se stessi e i loro seguaci, nonché le fortificazioni(…). E in base a questo accordo Pacurio (Πακυρίος) fu condotto a Bisanzio (Βυζάντιον).
L’intervento della flotta imperiale a Crotone, ordinato dal basileus, costituisce un punto di svolta della guerra: siamo nel 552, dopo la resa di Ragnaris e Morras, importanti capi gotici, e la perdita di città strategiche come Taranto, la resistenza degli Ostrogoti in Calabria e nelle regioni limitrofe si disgrega rapidamente. Molti altri capi e guarnigioni si arrendono ai romani, mentre altri cercano rifugio tra le montagne o tentano la fuga.
Le truppe imperiali, guidate da generali come Narsete e i suoi luogotenenti, consolidano il controllo delle città e delle fortezze meridionali. Le popolazioni locali, stremate dalla guerra, accolgono spesso i romani come liberatori dai Goti.
Questi eventi segnano la fine della presenza gotica organizzata nell’Italia meridionale, che viene riconquistata dai romani d’oriente. Poco dopo, la guerra gotica si conclude con la presa di Cuma e la morte dell’ultimo re goto, Teia. L’Italia, devastata da vent’anni di guerra, entra in una nuova fase sotto l’amministrazione imperiale, ma le ferite del conflitto favoriranno, pochi anni dopo, l’invasione longobarda.
Oltre Crotone, il passo di Procopio richiama altri due luoghi. Anzitutto Σκύλλαιον, identificata solitamente con Scylleion/Scolacium, antica città greca e romana sulla costa ionica calabrese, associata all’odierno Parco Archeologico di Scolacium, localizzato nel territorio del comune di Borgia in località Roccelletta, circa 2 km più a sud di Catanzaro Lido. Procopio specifica come luogo di rifugio più che la stessa Scolacium una altura vicina alla città (ὄρος τὸ Σκιλάκιον). Σκύλλαιον è presente in diverse fonti storiche antiche (Strabone, Polibio, Stefano di Bisanzio, Plinio il Vecchio e Tolomeo) a conferma la sua rilevanza storica e geografica nell’antichità, soprattutto come centro costiero strategico della Calabria ionica.
Viene poi indicata Ἀχεροντίᾳ, come il luogo presumibilmente dove si trovavano i difensori capitanati dal goto Morras (σπερ ἐφειστήκει τοῖς ἐν Ἀχεροντίᾳ φρουροῖς). L’identificazione di questo luogo è più ambigua.
François Lenormant, nel capitolo in cui parla della “Vallée du Néaithos” 28 affronta l’individuzione del fiume Acheronte di cui parlano diversi fonti antiche. L’Acheronte (Ἀχέρων) è uno dei fiumi dell’oltretomba nella mitologia greca e romana, ed è frequentemente menzionato nelle fonti antiche. Altre fonti antiche riguardo il passaggio di Alessandro Molosso in Calabria e della sua morte, portano secondo alcuni ad individuare il fiume Acheronte nei pressi di Cerenzia (Akerentia). Per il dettaglio su questo consultare l’articolo: Cerenzia / Akerenthia, Ἀχεροντίᾳ, un toponimo di difficile identificazione. Per altri la somiglianza del nome del luogo citato da Procopio, Ἀχεροντίᾳ, con il nome bizantino di Cerenzia, Aϰερεντίας, non è sufficiente, poichè ne abbiamo certezza dell’esistenza della cittadina solo dal IX-X sec. in poi. L’opinione prevalente è che invece è da riconoscersi che Ἀχεροντίᾳ si identifica con Acerenza in Basilicata29
Aspetti dell’evoluzione delle città successiva alla guerra
Gli assedi messi alle città pongono l’impero romano d’oriente davanti alla necessità di meglio controllare le regioni conquistate. Emerge l’importanza di costruire o rafforzare il circuito delle mura urbane. Piuttosto indicativi dell’ormai notevole funzione assegnata alla fortificazione dei centri sono anche i lavori di notevole ampiezza intrapresi da Iôhannès a Taranto poco tempo dopo: nell’area nuovamente recintata vengono raggruppati non solo gli abitanti della città, ma anche la popolazione dei dintorni, e vi viene stanziato un numeroso presidio. La campagna di fortificazione, sotto la forma di città spesso ‘rifondate’, eventualmente dominate da un’acropoli è proseguita dalle autorità bizantine dopo la guerra; il modello canonico, un recinto periferico che protegge l’intero abitato, permette di coinvolgere la popolazione urbana nella difesa.
Le mura urbane creano un’identità comune e la città diventa il crogiolo dove si fondono i nobiles e i funzionari mandati da Costantinopoli, e il fulcro dell’ellenizzazione che s’intensifica nei secoli successivi. Tale «programmazione pubblica della difesa civica», che si verifica nella seconda metà del VI secolo, è ormai un fenomeno ben documentato sul terreno. Anche se l’opera del cosiddetto Anonymus Bizantinus, in realtà Syrianus Magister, è ormai datata al IX secolo, le evidenze archeologiche dell’Italia meridionale concretizzano alcuni precetti del De Aedificiis di Procopio30.
Il porto di Crotone continua ad essere un punto passaggio importante lungo le rotte da Costantinopoli verso la Sicilia e Roma. In uno dei Dialoghi di papa Gregorio Magno, è richiamato un miracolo attribuito a Massimiano, all’epoca monaco (poi vescovo di Siracusa). Durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli a Roma, la nave su cui viaggiava con altri monaci fu sorpresa da una terribile tempesta nell’Adriatico. La nave si sfasciò, si riempì d’acqua fino all’orlo, e i passeggeri si prepararono a morire, ricevendo l’eucaristia. Tuttavia, per otto giorni la nave rimase a galla nonostante fosse piena d’acqua, fino a quando, il nono giorno, approdò nel porto del castrum di Crotone (Cotronensis castri portum). Una volta sbarcati tutti sani e salvi, la nave affondò immediatamente, a dimostrazione che era stata solo la grazia divina a tenerla a galla finché vi erano a bordo i monaci 31.
Nel 596 Crotone fu conquistata dai Longobardi di Arechi I – duca di Benevento32, un episodio noto attraverso una lettera del 597 indirizzata dal papa Gregorio Magno a Teoctista. sorella dell’imperatore Maurizio, e a un non meglio identificato Andrea, nella quale si ringraziano i due personaggi della corte imperiale per l’invio di trenta libbre d’oro da utilizzare per il pagamento del riscatto dei cittadini di Crotone catturati l’anno precedente33 34.
L’occupazione durò poco tempo, poichè poco dopo (604) Crotone è “esplicitamente ricordata da Giorgio di Cipro tra i centri dell’Eparchia di Kalabria“. L’eparchia di Crotone in seguito sarà sempre presente ai Concili tenutisi a Roma, Nicea e Costantinopoli fra il 649 e 869/7035.
Le incursioni longobarde nei territori controllati dall’impero sembrano dunque assumere un carattere di occasionalità,e tendono a risolversi con il pagamento di riscatti e tributi e non sembrano far parte di un disegno coordinato. Rilevante è il ruolo politico esercitato dal pontefice. La breve occupazione longobarda non sembra aver determinato alcuna cesura nella vita urbana di Crotone, dal momento che la città continua a essere per tutto l’alto medioevo uno dei principali porti ionici dell’impero.
Dopo che alla fine del VI secolo la pace fu ristabilita tra longobardi ed impero36, per diversi decenni ne segui una ripartizione variabile del territorio calabrese, con un limes variabile e non sempre facile da identificare, con la “tendenza a una suddivisione territoriale che vede i Bizantini privilegiare il mantenimento della costa ionica e dell’estrernità meridionale della regione, dove Reggio, Crotone e Thurium rappresentavano i principali centri portuali, mentre verso un più o meno consolidato predorninio longobardo sembrano gravitare i territori dell’ Appennino e della Sila e, più in generale, tutta l’area nordoccidentale della regione (fig. 88). Altrettanto chiaro e generalizzato appare il fenomeno della progressiva e netta riduzione del numero degli insediamenti, con l’abbandono dei siti minori in favore di quelli nucleati e preferibilmente collocati in posizione naturalmente difesa37. Qualunque fosse stato tale confine nei secoli VII e VIII, le antiche sedi episcopali finirono per essere riorganizzate; ad es. in luogo di quella di Myria ne fu creata una nuova a Tropea.

Dall’analisi dei dati archeologici per Crotone, grazie soprattutto agli studi sui reperti numismatici, si può desumere che la consistenza dell’insediamento di Crotone nel VI-VII secolo abbia avuto “un carattere più militare che urbano“, come anche la sua valenza portuale, che rimane in “chiave più prettamente militare che commerciale“. “Se continuità abitativa vi è stata nell’altomedioevo, come sembrerebbero indicare i dati archeologici provenienti dal centro storico, lo si deve sì alla presenza del porto militare ma soprattutto a quella del vescovo, attestato dal VI secolo nelle fonti scritte, e della cattedrale attorno alla quale via via si sviluppa il nuovo insediamento con caratteri prettamente medievali” 39.
Dalla fine del VII secolo in poi, la Sicilia e le estreme regioni meridionali della penisola assumono anche nelle fonti l’immagine di una sorta di testa di ponte dell’impero bizantino verso il resto dell’Italia. Sintomatico è il passaggio del Liber Pontificalis, riferito alla vita di Costantino (708-715) dove si narra del viaggio del papa a Costantinopoli via mare, con un percorso scandito in tre grandi tappe, che sembrano corrispondere ad altrettante entità politico-amministrative autonome. Partito da Porto (Roma), il convoglio papale fa scalo a Napoli, poi in Sicilia, e poi, sempre all’intemo del territorio del tema bizantino, attraverso gli scali a Reggio, Crotone, Gallipoli e Otranto 40 .
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Bibliografia, Note
- Per una elencazione dei diversi correctores nell’analisi delle fonti per la regio di Lucania et Bruttii vedere in Rosa Lorito, “I governatori nelle regiones italiche tra Diocleziano e i Costantinidi“, Tesi Dottorato, Università di Palermo, 2017[↩]
- Arcuri Rosalba, “Contributo alla storia amministrativa della Calabria tardoantica” in Quaderni di Archeologia a cura dell’Università degli Studi di Messina, Volume I, 2011[↩]
- Giuseppe Brasacchio, Storia Economica della Calabria, Vincenzo Ursini Ed., 1997, Vol. II, p. 41[↩]
- Ghislaine Noyé, “Aristocrazia, barbari, guerra e insediamenti fortificati in Italia Meridionale nel VI secolo, 2015, pp. 125-130[↩]
- Francescantonio Grimaldi, Annali Del Regno Di Napoli, Volume 2, 1782, pp. 48-52[↩]
- quantitativi di grano da versare alle autorità a prezzi imposti, rif. Enc. Treccani[↩]
- Elie de Rosen, The Byzantine reconquest of Italy and its effects on the country, 2013, pp. 24-26[↩]
- Noyé, G., 1992. Quelques observations sur l’évolution de l’habitat en Calabre du V au XIème siècle, Rivista di studi bizantinie neoellenici. Florence : Edizioni All’Insegna del Giglio, pp.118-119[↩]
- Chiara Raimondo, Le città dei Bruttii tra tarda Antichità e alto Medioevo: nuove osservazioni sulla base delle fonti archeologiche: Ed. All’Insegna del Giglio, 2006, p. 531[↩]
- G. Noyé, Ville, économie, et société dans la province de Bruttium-Lucanie du IVe au VII siècle. Ed. All’Insegna del Giglio, 1994, p. 727[↩]
- E.A. Arslan, Un Complesso cultuale paleocristiano a Botricello, Aquileia Nostra, vol.45-46, 1974-1975, p. 602[↩]
- Noyé, op.cit., 1994, pp.727-728[↩]
- Raimondo, op.cit., 2006, pp.535-536[↩]
- G. Noyé, in “La Calabre de la fin de l’antiquité au Moyen Age”, Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, vol. 103, p.892[↩]
- Noyé, op. cit. 1991, p. 890[↩]
- Raimondo, op. cit., 2006, pp. 543-546[↩]
- Raimondo, 2006, op. cit., pp.524-535, p.528[↩]
- Agnese Racheli, Osservazioni su alcune classi di materiali rinvenuti in territorio calabrese, MEFRM, 1991 pp.716-724[↩]
- G. Procopio, in Annali dell’Ist. ital. di numismatica 1, 1954 p. 153; Alfredo Ruga – Il ripostiglio di Crotone, località Punta Scifo, ritrovamento 1916, 2010[↩]
- Louis Duchesne – Les évêchés d’Italie et l’invasion lombarde, 1903); Louis Duchesne – Les évêchés de Calabre, 1973[↩]
- Vera Von Falkenhausen, “Magna Grecia bizantina e tradizione classica. Vicende storiche e situazione politico-sociale”. in Atti XVII Convegno Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1977[↩]
- Procopio, De Bello Gothico, III, 6.[↩]
- Sulla possibile localizzazione di questi 2 toponimi verdere Rosalba Arcuri – La Calabria nella Guerra gotica di Procopio di Cesarea (2008), p. 70-71 nota 102[↩]
- Procopio, VIII, 26[↩]
- Rosalba Arcuri – La Calabria nella Guerra gotica di Procopio di Cesarea (2008), p. 72 nota 113[↩]
- Enrico Zanini, Le Italie Bizantine, Bari, 2008, pp. 57-58[↩]
- Enrico Zanini, Le Italie Bizantine, Bari, 2008, p. 58[↩]
- François Lenormant, La Grande-Grèce; paysages et histoire, 1881, pp. 428-451[↩]
- Marc Duret – In Agro Crotoniensi, Archéologie et histoire de Crotone durant le period romaine, 2023, p. 59[↩]
- Ghislaine Noyé, “Aristocrazia, barbari, guerra e insediamenti fortificati in Italia Meridionale nel VI secolo, 2015, p. 141-142[↩]
- Dialogi (Gregorius Magnus), Liber III, CAPUT XXXVI. De Maximiano Syracusanae civitatis episcopo, testo in latino in Wikisource[↩]
- Reg. Gregorii, VII, 23 , pp . 46 7 s.[↩]
- Enrico Zanini, Le Italie Bizantine, Bari, 2008, p. 72[↩]
- Registrum epistolarum (o Epistolae) è la raccolta delle circa 850 epistole pontificali sopravvissute di Gregorio Magno, che coprono l’intero arco temporale del suo pontificato (590-604). In particolare, l’episodio riguardante i Longobardi si desume dalla Ep. VI-13 e Ep. VI-23; per il testo delle Ep. vedere in Giuseppe Brasacchio, Op. cit., 1977, Vol II, pp. 80-81[↩]
- J.D. MANSI, Sacrorum consiliorum nova et amplissima collectio, Florentiae 1759 s., X, cc. 867 s., XI, cc. 301 s.; XIII, e. 384 et passim; XVI, e. 195[↩]
- La testimonianza più nota di questo prolungato periodo di buoni rapporti tra i due poteri è costituita dalla famosa lettera del 599 con cui Gregorio Magno chiede l’intervento del duca Arechi per risolvere i problemi connessi con il trasporto dalle montagne della Sila fino ai porti della costa tirrenica delle travi necessarie al restauro delle coperture delle chiese di Roma (Ep., IX, 124-127, del 599). Rif. Enrico Zanini, Le Italie Bizantine, Bari, 2008, p. 284[↩]
- Enrico Zanini, Le Italie Bizantine, Bari, 2008, p. 284[↩]
- ripresa da G. Noyé, La Calabre et la frontière, Vl-X siècles, in Castrum 4. Frontière et peuplement dans le monde méditerranéen au moyen age, Rome-Madrid 1992, pp. 277-308[↩]
- Chiara Raimondo, Alfredo Ruga – Note su Crotone tra IV e VII secolo, 2010[↩]
- Enrico Zanini, Le Italie Bizantine, Bari, 2008, p. 95-96[↩]



