Crotone, con l’operazione Achei, sgominato traffico illecito di beni archeologici calabresi

Il Gruppo Archeologiche Krotoniate, nel riscontrare l’importante notizia di cronaca di oggi riguardo l’operazione di polizia che ha consentito il recupero di patrimonio archeologico di grande valore del crotonese e del cosentino, e la cattura dei responsabili, esprime grande soddisfazione per questa vasta operazione coordinata dalla procura di Kr – con il nucleo C.C. Tutela P.C.

Si congratula e ringrazia il procuratore di Crotone ed comandante del Nucleo carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza.

Vincenzo FABIANI


RASSEGNA STAMPA

Conferenza Stampa

Dal Canale YouTube IlCrotoneseTV

Crotone, traffico illecito di beni archeologici calabresi: 21 indagati, due in carcere, perquisizioni in Italia e all’estero

Articolo da: La Stampa, del 18-11-2019

di Rino Giacalone

CROTONE. In codice è stata denominata operazione «Achei» dal nome della prima popolazione ellenica che abitò la Grecia. Perché l’indagine riguarda il mondo dell’arte di quel periodo, oggetto di razzie criminali e di guadagni illeciti ingenti da parte di un’agguerrita holding criminale.

A coordinare l’inchiesta è stata la Procura di Crotone, a occuparsene fino dal 2017 sono stati i carabinieri del comando Tutela patrimonio artistico e culturale. Finché la scorsa notte son oscattati arresti e perquisizioni, in Italia (Crotone, Bari, Benevento, Bolzano, Caserta, Catania, Catanzaro, Cosenza, Ferrara, Frosinone, Latina, Matera, Milano, Perugia, Potenza, Ravenna, Reggio Calabria, Roma, Siena, Terni e Viterbo) e all’estero (Francia, Germania, Inghilterra e Serbia).

Oltre 350 carabinieri hanno messo così fine all’attività di una banda di tombaroli che ha devastato importanti porzioni delle aree archeologiche di «Apollo Aleo»” a Cirò Marina, di Capo Colonna, di «Castiglione di Paludi» nel Comune di Paludi, del Cosentino, dell’area di Cerasello. In totale sono 180 gli indagati, per 23 dei quali sono già scattate le misure cautelari.

Sono finiti in carcere 

  • Giorgio Salvatore Pucci, 58 anni, di Cirò Marina,
  • Alessandro Giovinazzi, 30 anni, di Scandale
Giorgio Salvatore Pucci
Alessandro Giovinazzi

per passione erano diventati esperti archeologi e sono state aperte loro le porte di importanti case d’asta in Germania e Inghilterra, dove venivano venduti i reperti trafugati, finiti anche in mercati del nord Europa, nascosti dentro auto o camion.

Gli altri 21 indagati finiti agli arresti domiciliari tra Crotone, Milano, Perugia, Catanzaro, Benevento e Fermo sono:

  • Antonio Camardo, 56 anni di Pisticci
  • Raffaele Gualtieri, 56 anni di Isola Capo Rizzuto (Kr)
  • Santo Perri, 58 anni di Sersale (Cz)
  • Alfiero Angelucci 70 anni di Trevi (Pg)
  • Enrico Cocchi, di Castano Primo (Mi)
  • Francesco Comito, 30 anni di Rocca di Neto (Kr)
  • Giuseppe Caputo, 42 anni di Dugenta (Bn)
  • Sebastiano Castagnino, 47 anni di Petilia Policastro (Kr)
  • Simone Esposito, 35 anni di Rocca di Neto (Kr)
  • Giuseppe Gallo, 68 anni di Strongoli (Kr)
  • Domenico Guareri, 65 anni di Isola Capo Rizzuto (Kr)
  • Vittorio Kuckiewicz, 72 anni di Fermo (Fm)
  • Franco Lanzi, 67 anni di Norcia (Pg)
  • Leonardo Lecce, 70 anni di Crotone
  • Raffaele Malena, 72 anni di Cirò Marina
  • Marco Godano Otranto, 26 anni di Crotone
  • Renato Peroni, 48 anni di Magnago (Mi)
  • Vincenzo Petrocca, 55 anni di Isola Capo Rizzuto
  • Aldo Picozzi, 67 anni di Castano Primo (Mi)
  • Domenico Riolo, 37 anni di Scandale (Kr)
  • Dino Sprovieri, 53 anni di Cirò Marina (Kr)

Alcuni di loro sono stati filmati dai carabinieri mentre guidando ruspe e mezzi meccanici scavavano nelle aree protette dal vincolo archeologico, rubando ciò che il sottosuolo conservava ma anche compiendo irreparabili danni. Gli indagati sono accusati di associazione a delinquere finalizzata all’impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, di danneggiamento del patrimonio archeologico statale, di ricettazione ed esportazione illecita.

«Siamo davanti – hanno commentato i magistrati che si sono occupati dell’indagine – a una vera e propria Criminalità Archeologica Crotonese, la cui base era a Isola di Capo Rizzuto, una rete perfettamente organizzata dove erano distinti i compiti di ognuno, molti dei soggetti indagati con i proventi mantenevano le loro famiglie garantendo anche una certa agiatezza».

Le indagini sono scattate nel 2017 a seguito di segnalazioni e denunce arrivate da dirigenti e funzionari di diversi uffici delle Soprintendenze ai beni culturali calabresi. Un’ultima denuncia risale allo scorso anno: facendo i sopralluoghi (durante uno di questi sono stati colti in flagranza alcuni degli indagati)  i militari hanno trovato sul terreno profondi scavi a testimonianza delle escavazioni clandestine e a riprova delle razzie e saccheggi di opere d’arte anche parecchio importanti e di immenso valore, commercializzato in Italia ed all’estero attraverso la rete di ricettatori. Le indagini hanno visto partecipi anche gli investigatori di Europol ed Eurojust.

Foto da RaiTV
Foto da RaiTV

Franceschini: plauso ai carabinieri per il blitz

«Grazie a sofisticate tecniche investigative e alla collaborazione di Europol e delle forze di polizia estere competenti, in Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Serbia, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha condotto a termine con successo una vasta operazione di contrasto al traffico illecito di reperti archeologici dalla Calabria al Nord Italia e verso l’estero recuperando migliaia di beni e sequestrando materiali utilizzati per gli scavi clandestini. – ha commentato il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini –

Un’operazione che dimostra ancora una volta l’eccellenza del Comando dei carabinieri che opera dal 1969 a difesa del patrimonio culturale italiano». «A loro, alla Procura di Crotone che ha diretto le indagini, e a tutti i soggetti che vi hanno partecipato  – ha aggiunto il ministro – va il plauso del governo italiano».


Foto da Esperia TV
Foto da Esperia TV

“Achei”, scavi con le ruspe per trovare reperti: «si cancella l’identità e la memoria»

Articolo da: QuiCosenza.it

Da una serie di segnalazioni alla scoperta di tombaroli che da anni avevano messo in piedi un traffico di beni archeologici di ingente e inestimabile valore

CROTONE – L’operazione Achei è tra le più importanti indagini europee che parte dalla Calabria nella lotta al traffico di beni culturali. A sottolinearlo è il tenente colonnello Valerio Marra comandante del gruppo Carabinieri Tutela patrimonio culturale: «Questa operazione nasce da una serie di segnalazioni arrivate dalla Sovrintendenza ma anche di denunce raccolte dalle stazioni dei carabinieri di scavi clandestini, in particolare in aree archeologiche della provincia di Crotone. Un’attività strutturata che poi si è sviluppata sempre più e ha visto la presenza di numerosi soggetti. Due erano i capi che controllavano un gruppo di tombaroli che saccheggiavano attraverso un’azione indiscriminata anche con ruspe e pale meccaniche. Poi una rete fitta in Italia e nei 4 paesi europei, di soggetti che fungevano da ricettatori. Noi – ha spiegato Marra – quantifichiamo il valore in diversi milioni di euro ma è una stima per difetto perchè i reperti sequestrati nel corso delle oltre 80 perquisizioni a cui aggiungiamo i 23 arresti, sono veramente diverse migliaia».

La violenza che uccide la storia e la cultura. «Una violenza che si sostanzia non solo sul terreno – ha spiegato il comandante Marra – ma pregiudica in maniera irreversibile la possibilità da parte degli studiosi e degli archeologi di studiare il territorio e comprendere bene le dinamiche e la storia di un popolo e un territoprio dalle origini. Si cancella l’identità e la memoria. Ecco perchè le scavazioni clandestine, aldilà del condannabile traffico illecito di beni culturali costituiscono un ulteriore vulnus, al terreno alla storia e alla ricerca archeologica autorizzata».

Escavatori per trovare reperti. In un’area di interesse archeologico è stato spiegato in conferenza stampa, si scavava con impietosa violenza, scagliando colpi al suolo attraverso l’utilizzo di un escavatore, nell’ingordo intento di sottrarre quanto di più prezioso il sottosuolo ancora custodiva. La scena è stata filmata dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale con l’aiuto di un drone. In quella circostanza, il disegno criminoso non è stato portato a compimento solo grazie all’intervento immediato degli stessi militari che bloccarono, in flagranza di reato, alcuni degli arrestati di oggi. Nelle stesse riprese appaiono anche altre persone che, seppure non impegnate direttamente nell’attività di scavo clandestino, erano intente ad “esaminare” il terreno mediante l’impiego di sofisticati metal detector.

Saccheggi che andavano avanti da anni. E’ “un sistema di saccheggi” che andava avanti da anni quello scoperto in Calabria. L’organizzazione, costituita da tombaroli, intermediari e ricettatori  “per qualità e quantità di illeciti commessi, nonché per caratteristiche strutturali ed organizzative” rappresenta un vero e proprio fenomeno criminale radicata nella provincia di Crotone e capace di alimentare il reddito di interi gruppi familiari. Le fasi del traffico illecito sono state documentate dettagliatamente attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, riprese video, pedinamenti, sequestri, fino ad arrivare alla vendita ai collezionisti finali. I vertici dell’organizzazione hanno diretto e controllato l’attività dei componenti, pianificato le singole spedizioni ed individuato i luoghi di interesse, grazie alle specifiche competenze in materia.

Inoltre, hanno predisposto modalità operative tali da scongiurare, o quanto meno contenere, il rischio di controlli da parte delle forze dell’ordine, anche attraverso l’utilizzo di canali di comunicazione di difficile intercettazione. I sodali, dal canto loro, si sono mostrati astuti e prudenti, consapevoli di dover “parlare poco” e di utilizzare un linguaggio criptico per riferirsi al materiale archeologico: “appartamenti”, “asparagi” o “motosega”, termine con il quale veniva abitualmente indicato il dispositivo “cerca metalli”.


Indagini di carabinieri e polizie estere

Estratto da Il Quotidiano di Calabria del 19-11-2019

Articolo di Michele Inserra

Quella che i magistrati definìscono “Criminalità Archeologica Crotonese”, era radicata nella provincia di Crotone (prevalentemente nel territorio di Isola di
Capo Rizzuto) ed era capace di alimentare i bilanci di interi nuclei familiari. Una struttura piramidale in cui i ruoli di ciascuno erano ben definiti.

La misura cautelare emessa a di Soptintendenze e raccordo di Eurojust a conlcusione dell’attività investigativa è stata avviata nel maggio del 2017 e conclusa nel luglio del 2018. L’inchiesta ha preso il via da una serie di accertamenti di iniziativa, conseguenti ad alcune acquisizioni info-investigative, a seguito delle quali veniva riscontrata la presenza di numerosi scavi clandestini all’interno di varie aree archeologiche.

Per gli investigatori ai vertice dell’organizzazione criminale c’erano Giorgio Salvatore Pucci, 59 anni di Cirò Marina, e Alessandro Giovinazzi, 30 anni di Scandale, entrambi cultori di archeologia e conoscitori dei luoghi in cui reperire materiale archeologico da introdurre illecitamente sul mercato. Costoro sono stati costantemente impegnati nell’attività di ricerca clandestina di reperti e stabilmente tra loro collegati nel circuito di commercializzazione degli stessi.

Per gli investigatori il referente dell’organizzazione per la commercializzazione era un gioielliere crotonese di Rocca di Neto, Luigi Aiello, che nelle carte della Procura, viene descritto come ben inserito nel settore illecito.

Gli scavi clandestini sono stati effettuati, prevalentemente, nel Crotonese. Le indagini sono scattate a seguito di segnalazioni e denunce, che hanno poi trovato
riscontro nei successivi approfondimenti dei carabinieri e di forze di polizia dei Paesi esteri.

L’attività investigativa dei carabinieri del Nucleo carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza è riuscita a ricostruire un rilevante traffico – a livello nazionale ed internazionale – di reperti archeologici rinvenuti attraverso l’esecuzione di scavi clandestini anche nei siti archeologici di “Apollo Aleo” di Cirò Marina, di Capo Colonna, di “Castiglione di Paludi, nel Cosentino (che, seppur non soggetta a vincolo, riveste un indiscutibile interesse archeologico), nell’area di Cerasello ed in tante altre aree private dislocate nel territorio della provincia di Crotone e Cosenza.

Proprio il parco archeologico cosentino, per via della sua bellezza ed importanza storica, è da sempre preda di ricerche clandestine di reperti archeologici del suo sottosuolo. Il Nucleo Carabinieri Tpc di Cosenza, dalla sua istituzione, ha ricevuto costanti e frequenti segnalazioni degli scavi abusivi. L’ultima segnalazione risale al 22.01.2018 con la quale la Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Catanzaro, Cosenza e Crotone comunicava la presenze di alcune buche rinvenute in prossimità dei resti archeologici, probabile testimonianza dell’intrusione di scavatori clandestini”.

Il monitoraggio delle aree archeologiche eseguito nel corso delle indagini ha evidenziato il sistema di saccheggi posti in essere, da anni, da un gruppo di tombaroli che, agendo nell’ambito di una organizzazione criminale con specifica ripartizione di ruoli e servendosi di tale struttura, ha fornito materiale archeologico al mercato clandestino da destinare alla commercializzazione in Italia ed all’estero per il tramite di una fitta e complessa rete di ricettazioni, con ciò delineando una articolata organizzazione costituita da tombaroli, intermediari e ricettatori che, per qualità e quantità di illeciti commessi nonché per caratteristiche strutturali ed organizzative, rappresenta un vero e proprio fenomeno criminale.

I componenti del gruppo utilizzavano un linguaggio criptico (“appartamenti”, “asparagi”, “motosega”) per eludere eventuali indagini e avevano in dotazione sofisticati strumenti elettronici per la ricerca dei metalli nel sottosuolo (facevano spesso ricorso all’impiego del minilab, tra i cercametalli più potenti in vendita).

In una circostanza l’attività di scavo è stata interrotta dall’intervento dei Carabinieri della Compagnia di Crotone (su input dei colleghi del Nucleo Carabinieri TPC di Cosenza), che hanno sorpreso in flagranza di reato alcuni membri dell’organizzazione.

Significative, infatti, sono le immagini realizzzate, mediante l’utilizzo di un drone, che testimoniano la violenza con cui un’area di interesse archeologico il gruppo criminale ha operato degli scavi clandestini, con pietoso violenza, scagliando colpi al suolo attraverso l’utilizzo di un escavatore, nell’ingordo intento di sottrarre quanto di più prezioso il sottosuolo ancora custodiva.

Valida è risultata essere la piena collaborazione con la Sovrintendenza Archeologica delle province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, che ha fornito in
ogni fase un fattivo contribuito nelle specifiche competenze.

Business di svariati e danni irreparabili

«Svariati milioni di euro>>. E’ la stima economica del traffico di reperti archeologici, risalenti al V, IV e III secolo avanti Cristo, sgominato dai carabinieri
del Comando Tutela patrimonio culturale di Cosenza .

I capi o presunti tali: Giorgio Salvatore Pucci, 58enne di Cirò Marina, e Alessandro Giovinazzi, 30enne di Scandale, ritenuti al vertice di un’organizzazione in grado di intessere relazioni con una casa d’asta a Londra e un sito online tedesco in cui venivano venduti i beni trafugati con danni irreparabili anche alla stratigrafia, con la conseguenza di rendere quasi impossibili ricerche e scavi futuri. Crateri, piatti a figure rosse, statuine ma anche monete, fibule, spilloni …

(Il blitz è stato esteso) anche oltre i confini italiani, con perquisizioni in tutte le regioni e in quattro Paesi europei, ovvero Francia, Germania, Regno Unito e Serbia (dove uno dei trafficanti è stato arrestato in un procedimento autonomo), tant’è che gli indagati sono in tutto 103 nel provvedimento firmato dal gip Romina Rizzo. Un’indagine che ha richiesto la collaborazione di varie autorità giudiziarie in ambito europeo col «prezioso raccordo» di Europol e Eurojust, ha sottolineato il procuratore Giuseppe Capoccia, che ieri ha potuto vedere in viso, collegata in videoconferenza, la sua collega Teresa Magno, appunto di Eurojust; ma ieri a Crotone è intervenuto anche Michele Villanueva di Europol.

Con loro si è rapportato la giovanissima pm Ines Bellesi, alla sua «prima indagine importante» (ha portato a termine il lavoro iniziato dal collega Alfredo Manca), ha
sottolineato, con riferimento agli accertamenti successivi alle acquisizioni info-investigative e alla verifica di requisiti normativi e procedimentali in ambito internazionale. Sono leggi diverse, ha spiegato ancora il procuratore Capoccia, e «così come è difficile far capire ai nostri colleghi europei il reato di associazione mafiosa, che esiste soltanto in Italia; è stato difficile fare notare che quelli che erano messi all’asta e in vendita sono beni illecitamente trafugati perché appartenenti allo Stato italiano».

Una filiera internazionale dei traffici, insomma, con base operativa nel Crotonese, dove «anche se non è stata accertata un’interferenza della ‘ndrangheta non possiamo escludere che qualcuno possa essersi impossessato di reperti per vantarsi di essere avanzato culturalmente oltre che dal punto di vista criminale». Nell’inchiesta Jonny un filone in tal senso era emerso, in quanto uno degli esponenti della famiglia di ‘ndrangheta degli Arena di Isola Capo Rizzuto, Francesco, avrebbe manifestato interesse per questo settore: era peraltro in contatto con alcuni personaggi venuti fuori da un’altra indagine dei carabinieri del Ntcp di Cosenza, quella che nel gennaio 2017 portò all’operazione Tempio di Hera.

Ma i nomi ricorrono. «Sono recidivi», ha sottolineato il tenente colonnello Marra, che ha denunciato che la devastazione avviene col «silenzio assenso della popolazione locale» . Sul anno irreparabile al territorio ha insistito il capitano Bartolo Taglietti, comandante del Nctp di Cosenza, mostrando un video realizzato con un drone che ha consentito di filmare in maniera discreta un’azione invasiva compiuta dagli indagati nella località Cerasello di Casabona.

L’ufficiale si è soffermato sulla «suddivisione dei ruoli» della squadra di tombaroli e su intercettazioni sconcertanti: «Già la valle è cupata>>. Nel senso di scavata, sfregiata, sfinita. «Prossimamente ci cupiamo Paludi. Paludi deve sparire sulla cartolina pure».

Dopo aver scandagliato Cerasello puntavano al Cosentino
di Antonio Anastasi

La cricca progettava anche di spostarsi nel Cosentino, a Paludi appunto, poiché la pianificazione di continue ricerche clandestine era una costante, secondo quanto emerso dalle indagini. Sette persone si danno appuntamento e commentano. E mirano a ulteriori scavi, rivelando, secondo gli inquirenti, la sistematicità della devastazione del patrimonio culturale a colpi di ruspa. Non solo l’area del tempio Apollo Aleo di Cirò Marina, Paludi e Cerasello, lo sguardo
si estendeva anche alle “Mura di Annibale”, luogo di interesse archeologico
nelle vicinanze di Pietrapaola, dove si trovano diversi reperti archeologici.

Giovinazzi afferma di aver rinvenuto una moneta di pregevole valore «con la testa di toro». E ancora: «abbiamo trovato certe monete di qualità… escono mischiate. E’ uscita una Taranto, con la civetta … scavo con l’escavatore rasente … e prende una Metaponto, ma quella ha le sette bellezze! Stateri. Ha la testa quella con i capelli tutti, Terina, la collana perlinata, dalla parte di dietro c’è la spiga … certe invece sono uscite nuove». E il coindagato Francesco Gomito, di Casabona: «oggi mi sento che troviamo, c’è mastro Franco».
«Interessante ai fini della valutazione della pericolosità sociale delle persone monitorate» viene ritenuta dal gip Romina Rizzo la conversazione da cui si apprende che Gomito afferma di voler staccare due teste applicate a una fontana dove si stavano rifornendo d’acqua per restaurarle e rivenderle. «Mi devo scippare queste due teste mastra Frà. Qualche giorno veniamo io e te, punta e mazzetta, e ce le scippiamo. Queste restaurate un 7, 8mila euro l’una ce le fanno. Poco ma sicuro».

Gli indagati fanno riferimento anche all’utilizzo di potenti cercametalli (minilab), mentre Gomito scende per dare una mano a Giovinazzi nel posizionamento dell’escavatore. Quindi la squadra commenta il fatto di aver terminato il lavoro in quella valle avendo scandagliato tutto. Ma non basta. Gomito: «te l’ho detto, Francescuzzo non ne trova più monete, già la valle è cupata mò prossimamente ci cupiamo Paludi. Palud,. deve sparire sulla cartolina pure».

Lo scenario, dicevamo, era catastrofico, come attestala relazione del funzionario della Soprintendenza Abap Giovanni Verbicaro. «Tutto il pendio e l’area di interesse archeologico è stata sconvolta dal passaggio del mezzo meccanico che ha distrutto le tracce dell’occupazione antica. Sulla base della geomorfologia del luogo e sul tipo di reperti rinvenuti ancora in situ è ipotizzabile l’asportazione, ad opera dei clandestini, dei corredi funerari di alcune tombe, il cui numero non è precisabile. Si tratta di vasellame di epoca ellenistica e elementi di armature in bronzo. Trai materiali di maggior rilievo è stato recuperato, durante il sopralluogo, ciò che è rimasto di quelli che dovevano costituire i corredi funerari delle sepolture sconvolte, ossia due coppette a vernice nera, alcuni frammenti di ceramica depurata acroma e a vernice nera pertinenti a coppette e alle, due orli di pithoi, una punta di lancia in ferro, un laterizio con impronta di canide e altre tegole frammentarie, attribuibili queste ultime alle tombe intercettate e distrutte dal mezzo meccanico e di cui risulta impossibile deflnire l’esatta tipologia ossia se trattasi di tombe a cassa o alla cappuccina».

Un danno per l’archeologia dei Brettii, di cui uno studio condotto negli anni Ottanta da Pier Giovanni Guzzo e da Silvana Luppino ha evidenziato l’importanza con riferimento alle località Cerasello, Pruìja di Terravecchia e Castiglione di Paludi in quanto centri fortificati facenti parte di un sistema coordinato di si ti a carattere difensivo, basato sul collegamento visivo tra vari insediamenti ricadenti nelle prime propaggini dell’entroterra silano.

Nel mirino dei predoni anche Capocolonna
di MICHELE INSERRA

Gli scavi clandestini erano all’ordine del giorno in diverse aree di interesse storico del Crotonese e nel Cosentino. Diverse le segnalazioni, in particolare quella del Polo Museale della Calabria.

“In data 10 novembre 2017 il personale di custodia, nel corso dei consueti controlli all’apertura al Parco archeologico di Capo Colonna, verificavano circa 50 buche, presumibilmente dovute a scavi clandestini, nei pressi dell’area “termale” si legge nella denuncia.

Tali attività clandestine, inoltre, venivano verificate anche dal direttore del Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna, Gregorio Aversa che, nella sua relazione aggiungeva: «Lo scrivente ha pertanto effettuato sopralluogo nella mattinata con lo stesso personale prendendo atto della cosa e, contestualmente, ha verificato la registrazione del sistema di videosorveglianza da cui risulta il passaggio nella notte alle ore 21,49 di un’auto sospetta, marca Ford modello Fiesta di colore rosso. Nelle immagini si vede che l’auto viene parcheggiata nei pressi del piazzale antistante la chiesa e resumibilmente due persone ne discendono, muovendosi al di là della recinzione nell’area del Balneum per almeno un’ora e mezzo circa» .

Qualche settimana dopo, il 26 novembre, Aversa segnala l’acccertamento di diverse buche nell’area delle “terme romane”, all’interno del Parco Archeologico di Capo Colonna, area già oggetto di altri scavi clandestini. Nel contempo, il direttore del Museo, denunciava anche l’inefficienza del sistema di videosorveglianza.

Quelle di Aversa non erano di certe le uniche segnalazioni alle autorità giudiziarie. Scavi clandestini che avvenivano non solo in siti archeologici ma anche in proprietà private, come nel caso di Paolo Nereo Morelli, ispettore onorario Mibact per il territorio di Crotone, che in ragione del proprio potere ispettivo comunicava: “in data 21 ottobre 2017, alle ore 16:56 riceveva dal vicino di casa segnalazione telefonica relativa alla presenza di due “tombaroli” che operavano in quel preciso momento all’interno della sua proprietà (adiacenze vigneto) con l ‘ausilio di cercametalli e strumentazione di scavo. Accolta la segnalazione, si recava pochi minuti dopo, in prossimità della sua abitazione, dove notava uscire dalla strada attigua, due persone in un’auto Fiat Punto vecchio modello) condotta da un giovane individuo ( circa 30 anni di età) di corporatura esile, con barba incolta e cappellino con visiera”. Da ulteriori approfondimenti si era risaliti all’identificazione dei due soggetti di Isola Capo Rizzuto, entrambi già noti alle forze dell’ordìne.

Scenario catastrofico a Cirò Marina

Una delle ultime segnalazioni ai carabinieri è pervenuta da Ernesto Salerno, incaricato regionale per i beni culturali per la Calabria e consulente alla direzione scientifica dei lavori presso il santuario “Apollo Aleo”. Il professionista denunciava, presso la Stazione dei carabinieri di Cirò Marina, di aver accertato,
l’esecuzione di diversi scavi clandestini consistenti in buche di varie dimensioni
presso il santuario di “Apollo Aleo”, sito in località Punta Alice di Cirò Marina.

« Certi ragazzi di Rocca di Neto stanno facendo gli scavi al tempio nostro, di Apollo, vanno, tagliano la rete e vanno a fare … prendono monete nello scavo, allora si è incazzato il soprintendente ed ha chiamato i carabinieri ». Uno dei siti più saccheggiati dai trafficanti di reperti arrestati è l’area del tempio di Apollo Aleo, a Cirò Marina. Lo segnalarono i carabinieri della Stazione locale alla Procura di Crotone.

Nell’area degli scavi archeologici, dai sopralluoghi eseguiti insieme ai funzionari della Soprintendenza archeologica, e in particolare insieme al funzionario Ernesto Salerno, del resto, emergeva la presenza in vari punti del sito che il terreno di superficie era stato scavato clandestinamente per poi essere ricolmato. L’azione di scavo clandestino, finalizzata alla ricerca di reperti archeologici, non si limitava solo all’area oggetto delle ultime ricerche ma si estendeva anche in altre zone del sito archeologico, infatti è stata notata la presenza di più buche che denotavano tecniche da meta! detector.

Nelle conversazioni intercettate ricorre spesso la terminologia legata a beni archeologici, come il lekythos, vaso dal corpo allungato, a collo stretto con un’unica ansa e ampio orlo. Era utilizzato nella Grecia antica e nelle zone magno-greche per conservare e versare olio profumato e unguenti, ed era impiegato dagli atleti nelle cerimonie funebri e come segnacolo sepolcrale.

E’ significativa l’assonanza con il termine “lecito”. Ma l’attività venuta alla luce grazie all’inchiesta di lecito non aveva nulla.

Ma torniamo a Cirò Marina, dove i carabinieri recepirono anche la denuncia del capo operaio della ditta Gallo che svolgeva i lavori al santuario di Apollo Aleo. Lui di buche ne notò 15 era l’ottobre 2018.

Struttura piramidale con ruoli precisi.

Una sorta di associazione piramidale. Ognuno ricopriva un ruolo strategico all’interno del gruppo dei razziatori di professione.

Giorgio Salvatore Pucci e Alessandro Giovinazzi, erano costantemente impegnati nell’attività di ricerca clandestina di reperti e stabilmente tra loro collegati nel circuito di commercializzazione degli stessi. E nella veste di figure apicali organizzavano e dirigevano il gruppo criminale, programmando i singoli saccheggi archeologici e contribuendo materialmente alla loro realizzazione.

Per i detective, invece, Antonio Camardo (56 anni di Pisticci), Raffaele Gualtieri (56 anni di Isola Capo Rizzuto) e Santo Perri (58 anni di Sersale) mettevano al servizio del gruppo le conoscenze acquisite in materia per effetto del loro costante impegno nell’attività di ricerca clandestina di reperti archeologici.

Committenti e ricettatori, perchè si occupavano i piazzare i pezzi: Alfiero Angelucci (70 anni di Trevi-Pg), Vittorio Kuckiewicz (72 anni di Fermo), Franco Lanzi (67 anni di Norcia-Pg) e Renato Peroni (48 anni di Magnago-Mi). Partecipavano all’associazione provvedendo alla commercializzazione, tanto nel mercato interno che in quello estero, dei reperti recuperati nel corso delle ricerche clandestine.

Enrico Cocchi (di Castano Primo-Mi), inoltre, sarebbe il principale coordinatore e finanziatore delle attività dell’associazione. Forniva il proprio fondamentale apporto alle illecite attività del sodlJizio, occupandosi della commercializzazione
dei reperti archeologici illecitamente trafugati.

Altro ruolo fondamentale era quello di Raffaele Malena (72 anni di Cirò Marina): per gli inquirenti l’uomo offriva un fondamentale contributo attraverso l’opera di restauro dei beni archeologici, che venivano in tal modo resi più appetibili per il
mercato, favorendo in tal modo la causa associativa, aumentando le prospettive di introito per la cassa comune. Nel ruolo di restauratori anche Vincenzo Paradiso e Giuseppe Rea.

Nell’ambito della struttura associativa, erano stabilmente inseriti Giuseppe Caputo, Sebastiano Castagnino, Francesco Comito, Simone Esposito, Giuseppe Gallo, Domenico Guareri, Marco Otranto Godano, Vincenzo Petrocca, Franco Piciollo, Dino Sprovieri. Sarebbero loro i “tombaroli” di professione, il cui apporto era assolutamente fondamentale per la realizzazione del programma associativo, trattandosi di coloro che eseguivano materialmente le operazioni di scavo presso i luoghi indicati dagli organizzatori, così recuperando il necessario materiale archeologico che veniva successivamente immesso sul mercato.

“Fondamentale, sotto il profilo della necessaria e preliminare predisposizione degli strumenti necessari a garantire la corretta esecuzione delle spedizioni clandestine, la figura di Riolo Domenico (37 anni di Scandale), il quale aveva il
precipuo compito di caricare e trasportare l ‘escavatore che veniva poi impiegato nell’attività di ricerca dei reperti archeologici nei vari luoghi di volta in volta
indicati” scrivono i magistrati nell’ordinanza.

In tale contesto si inseriva la figura di Leonardo Lecce (numerosi i contatti tra questi e Santo Perri, Giorgio Pucci e Sebastiano Castagnino) dedito all’acquisto
di reperti archeologici forniti dai sodali ed a sua volta commercializzati.

Questo lo scenario generale descritto dagli inquirenti: “E’ emersa l ‘esistenza di una squadra capeggiata e diretta da Alessandro Giovinazzi e composta da Francesco Comito, Umberto Giovinazzi, Simone Esposito, Raffaele Gualtieri, Marco Otranto Godano, Dino Sprovieri, Giuseppe Gallo, Vincenzo Petrocca, Domenico Guareri, Domenico Riolo, dedita alla ricerca clandestina di beni archeologici nel territorio calabrese ed in particolare nelle province di Crotone e Cosenza; altre figure come Giuseppe Perri, Sebastiano Castagnino, per l’area del catanzarese ed altre, tra cui Giuseppe Caputo, Franco Piciollo per le rispettive aree di residenza”.

Ci sono anche delle anomalie rilevate nel corso delle indagini. Simone Esposito e Alessandro Giovinazzi gestivano informalmente il bar “Caffè Noir” di Santa Severina lungo la Statale l07, intestato a Carolina, la sorella di quest’ultimo e compagna del primo. “Un impegno fittizio – scrivono i magistrati- considerato il loro quotidiano coinvolgimento nella ricerca clandestina di reperti archeologici, soprattutto del Giovinazzi, il quale appariva costantemente dedito alla ricerca clandestina di reperti archeologici. In tale conversazione Esposito Simone lasciava intendere, rivolgendosi al suo amico, di destinare i guadagni derivanti dalla ricerca clandestina ai debiti accumulati nella gestione del bar”.

Londra e Monaco le case d’asta più gettonate. Agganci anche in Francia, con pezzi venduti fino a 125.000 euro.
di ANTONIO ANASTASI

«Sono a Londra, torno sabato»: parola di Giorgio Salvatore Pucci, di Cirò Marina, ritenuto il promotore della holding del traffico di reperti E’ emersa l’incessante attività di vendita di reperti archeologici sia in Italia che all’estero. A Londra, in particolare, erano gli agganci con acquirenti interessati ai beni, come emerge da uno dei colloqui intercettati in cui Pucci parla con l’umbro Alfiere Angelucci, ritenuto uno dei principali ricettatori.

In un altro brano Pucci parla di pezzi, venduti «molto tempo fa, per diversi milioni di lire» , ma è un argomento incidentale che fa capolino mentre discute della vendita di uno specchio pregiato e delle difficolta a procurare documenti attestanti la provenienza e della resistenza all’acquisto da parte di alcuni Stati esteri. E afferma che l’unico Stato rimasto è l’Inghilterra ed a riguardo aggiunge: «infatti Bertolami è di Roma, però l’asta è andata a farla a Londra. Hai capito?» .

Quindi l’appuntamento è per la sera dove si trova « questa vigna … l’attrezzatura
è qua … ci scialiamo facciamo 4, 5000 euro a testa se troviamo una moneta buona per Londra
» . E ancora: «Domani faccio il pagamento a Bertolami, per quei tre vasi che mi deve mandare. Mo’ vediamo che arriva. Se sono belli mandiamo le foto a Gigi » . Bertolami Fine arts, una delle principali case d’asta con maggiore operatività a
Londra, era ignara della provenienza illecita dei reperti trafugati. In un brano Pucci parla di un pezzo da vendere a 125mila euro alla casa d’asta, dei quali una persona esige il 25 per cento per la dichiarazione di irregolarità.

Il mercato estero rappresentava un’attrazione anche per il gruppo di Alessandro Giovinazzi, come dimostrerebbero conversazioni intercettate nel corso delle quali l’argomento in trattazione restava fermo sui reperti archeologici e gli interlocutori si mostravano molto preparati. E’ la conversazione in cui Dino Sprovieri afferma che «le due Poseidone lui e la Metaponto gliel’ha messa 60.000 euro».

Non solo Londra. Francesco Comito di Casabona allude a Savoca, nota casa d’asta on-line di Monaco di Bavier: «ne ha venduto sopra quindici…otto» . Da Monaco andava e veniva anche Pucci: «Se io trovo qualcosa di importante vengo in Germania ed andiamo a Monaco. «il fatto che c’è sempre bisogno e me li vendo qua, anche se in Germania prendo il doppio, li mettono all’asta e passano 3, 4 mesi per prendere i soldi . . . andiamo da Gorny e Mosch» . Lo zio di Pucci si propone, al suo rientro in Germania, di contattare di persona questa casa d’asta. Pucci, quindi, afferma: «glielo puoi dire, senti io ho un nipote che va a cercare queste cose, trova pure monete, vasi, cose, voi siete interessati? Siete interessati, gli dici, che me li faccio mandare e ve li porto io».
Una prassi nota anche al restauratore Elio Malena, già facente parte della gang di tombaroli sgominata con l’operazione Tempio di Hera due anni fa: a colloquio con Pucci parla della necessità di trovare contatto con la casa d’asta, “tipo Gorny e Mosch”, che possa fare da mediatore. Quindi descrive un pezzo, ipotizzando un utilizzo per la cura personale in antichità, in epoca tardo elllenistica.

Ma sono numerose le conversazioni registrate nel corso delle indagini che tracciano l’ampiezza del traffico illecito di reperti archeologici (che in alcuni passaggi viene definito per bocca degli stessi indagati come un vero e proprio “business”) che si snoda attraverso una fitta rete di rapporti che si estendono
tanto sul territorio nazionale che su quello estero, dove pure veniva destinato
il materiale rinvenuto. «Li ha vendutia Londra monete archeologiche, monete greche … – diceva ancora Pucci – tutti conosco io. Fino a Roma conosco tutti i tombaroli».

Ma i contatti erano anche in Francia e in Serbia, dove uno degli indagati è
stato arrestato in un procedimento autonomo.


Traffico di beni archeologici, il procuratore Capoccia: “Appetiti illegali su un tesoro dimenticato, denunciare chi impoverisce territorio”

Estratto da Il Dispaccio

Crotone deve rendersi conto che e’ al centro di interessi internazionali e custodisce un tesoro, spesso i crotonesi se lo dimenticano, che accende gli appetiti illegali di mezzo mondo: per questo servono segnalazioni da parte di tutti che denuncino chi impoverisce questo territorio“. Lo ha detto il Procuratore della Repubblica Giuseppe Capoccia nel corso della conferenza stampa per illustrare gli esiti dell’operazione “Achei” che ha smantellato una rete di trafficanti di beni archeologici. Il Procuratore ha poi sottolineato “l’efficacissima collaborazione in ambito europeo, per questa attivita’ che apre scenari mai abbastanza indagati, di Europol ed Eurojust che hanno permesso perquisizioni in quattro stati Europei“.

Qui la ricchezza – ha sottolineato il tenente colonnello Valerio Marra, comandante Gruppo carabinieri Tpc di Roma – sta sotto il terreno. Ricchezza che qualcuno ha cercato di violentare e di cancellare per sempre per farne un mercato illecito. Partiamo da questa premessa per capire la dinamica criminale di un’organizzazione strutturata e organizzata“.
Alla conferenza ha partecipato, in collegamento dalla sede di Eurojust de L’Aia, il magistrato Teresa Magno, mentre a Crotone era presente Miguele Villanueva, di Europol. “Questa di Crotone – ha detto Villanueva – e’ la piu’ grande operazione di supporto investigativo in corso in Europa in materia di contrasto al traffico di beni culturali. Attivita’ importante per la qualita’ dell’indagine, oltre che per il numero di persone arrestate“.

Quattro perquisizioni sono state eseguite nella città di Siena, nei confronti di altrettanti indagati per ricettazione, nell’ambito della vasta operazione dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, diretti dalla Procura di Crotone, che ha smantellato un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di reperti archeologici. In casa di un medico, molto conosciuto in città, è stato rinvenuto vasellame verosimilmente di epoca etrusca che è stato sequestrato in attesa di ulteriori accertamenti tecnici volti a definirne l’origine. Le altre tre perquisizioni non avrebbero portato risultati.


Il traffico di beni archeologici tra Crotone e l’Europa: le foto degli arrestati

Estratto da La Gazzetta del Sud

Domenico Riolo
Domenico Riolo
Sebastiano Castagnino
Sebastiano Castagnino
Francesco Comito
Francesco Comito
Simone Esposito
Simone Esposito
Alessandro Giovinazzi
Alessandro Giovinazzi
Raffaele Gualtieri
Raffaele Gualtieri
Domenico Guareri
Domenico Guareri
Leonardo Lecce
Leonardo Lecce
Marco Otranto Godano
Marco Otranto Godano
Vincenzo Petrocca
Vincenzo Petrocca
Domenico Riolo
Domenico Riolo
Sebastiano Castagnino
Sebastiano Castagnino


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