L’articolo sintetizza le informazioni archeologiche da diverse fonti. Sono proposte anche alcune foto e le schede di segnalazione inviate dal GAK alle autorità competenti
Localizzazione e storia dei ritrovamenti
L’area si trova nella chora di Kroton, cioè il territorio agricolo circostante l’area urbana della antica città magno-greca, qualche km più a sud dell’attuale città di Crotone e ad una decina di chilometri dalla cinta urbica in direzione S/O.
Manca della Vozza è il toponimo che identifica con maggiore puntualità il sito da cui provengono tracce sicure dell’esistenza di questo luogo di culto, intercettato e danneggiato pesantemente sul finire degli anni ’60 ed all’inizio del decennio seguente a causa della costruzione del tratto limitrofo della Statale 106.

1
La località Manca della Vozza, si trova ai margini nord-occidentali della pianura collinare di Sant’anna – che oggi include il lago (artificiale) di Sant’Anna, l’aeroporto e numero attività agricole – in un’area valliva contrassegnata da un fondo di argille del Pleistocene, da una folta vegetazione e dalla presenza di numerose sorgenti che alimentano il fiume Esaro: ciò può far supporre che all’origine del santuario fosse appunto un culto delle acque, elemento particolarmente prezioso negli argillosi e secchi tavolati del Marchesato2.
Il sito, che si presenta come uno dei più rilevanti luoghi di culto della chora krotoniate, si pone lungo un’importante via di penetrazione che metteva in comunicazione la costa con la vallata del Tacina ed assicurava un agevole collegamento con gli altipiani presilani e silani. La ricchezza del santuario è testimoniata non solo dall’abbondanza dei materiali, ma anche dalla loro qualità; fra l’altro si segnalano anche dei frammenti di foglie d’oro, forse relative ad una corona, ed una lamina d’oro con decorazione semplice a tratti verticali3.
Non lontano dall’area occupata dal santuario nei pressi delle sorgenti ci sono tracce di un insediamento attivo nelle fasi iniziali del Bronzo medio e poi nel Bronzo recente. Il sito appare frequentato anche nella prima età del ferro4: C.Sabbione dettaglia infatti che “una fibula ad arco serpeggiante siciliana è stata recuperata fortuitamente a breve distanza dal santuario”5. La presenza di reperti da riferirsi a periodi antecendenti alla fondazione di Kroton, lascia pensare che questo luogo sacro possa essersi verificata una “sovrapposizione di santuari greci a luoghi di culto indigeni“, come anche a Timpone del Gigante (Cotronei) o presso l’Heraion del Lacinio6.

La scoperta e le campagne di scavo
Oggetto di razzia dei tombaroli, anche con mezzi meccanici, fu poi assiduamente frequentato dai soci del Gruppo Archeologico Krotoniate, all’epoca da poco costituito (1974). Vennero rinvenuti e consegnati al Museo centinaia di reperti sfuggiti alle mire dei tombaroli o trascurati perché invendibili, compresi i resti di decine di lampade del Sele (lucerne fittili sorrette da figure femminili che si stringono i seni, trovate anche all’Heraion del Lacinio), ed i resti di una divinità alata.
Alle lampade del Sele, abbiamo dedicato un articolo di approfondimento.

Foto da M.Corrado, da Fame di Sud, 2016

Da Arche Diem
Molto materiale purtroppo è stato disperso: si sono raccolte voci di rinvenimenti di statuette in bronzo, di una testina di marmo, di monete tra cui un incuso di Sibari5.
Solo successivamente, nell’estate del 1980, vi è stata effettuata una breve campagna di scavo da parte della Soprintendenza archeologica della Calabria, che ha portato alla luce un settore di una stipe contenente soprattutto microceramica votiva, ma anche frammenti di statuette femminili di tipo vario.
Se oggi è possibile avere una conoscenza anche di carattere scientifico su tale santuario – secondo per importanza dei santuari extraurbani della polis di Kroton dopo quello di Hera Lacinia a Capo Colonna – lo si deve ai recuperi operati dal Gruppo Archeologico Krotoniate ed alla documentazione acquisita dallo stesso Gruppo.
Nel dicembre 2018, un nuovo intervento della Soprintendenza ABAP per le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, per quanto limitato, ha permesso di re-individuare il muro di sostruzione scoperto nel 1980, ripulirlo dalla vegetazione spontanea, scavarne gli strati di interro, georiferirlo ed effettuarne un rilievo fotogrammetrico. Nell’area circostante, poi, sono stati individuati numerosi blocchi in crollo, originariamente pertinenti a questo stesso impianto. L’indagine ha permesso di confermare la datazione del sito tra l’età arcaica e l’età ellenistica e di precisare le caratteristiche costruttive del muro. Esso appare infatti costruito sullo strato di argilla naturale, presenta in facciavista un foro per lo scarico delle acque ed è associato ad uno strato di pietrame di piccole e medie dimensioni, allettate alle sue spalle: alla luce di ciò, si è ipotizzata per questo apprestamento una duplice funzione, di sostruzione della pendice e di captazione e sfogo delle acque di superficie. Infine, un piccolo saggio (2×2 m) ha permesso di indagare, solo parzialmente e superficialmente, una stratigrafia che si è rivelata ricca di materiale ceramico miniaturistico: solo la ripresa e l’approfondimento dello scavo permetteranno di chiarire la natura di questo deposito, che, comunque, conferma la natura santuariale dell’area.7
L’edificio templare
Il materiale rinvenuto nel corso di una campagna scavi, e altrimenti recuperato, documenta le fasi di vita del santuario, comprese tra la metà del VII e dell’inizio del III sec. a.C., con ceramica attica e di altre produzioni, oggetti di natura votiva, frammenti di statuette fittili e ceramica miniaturistica 8. La vita del santuario raggiunge il massimo splendore verso la fine del VI sec. e soprattutto agli inizi di quello successivo, per protrarsi quindi in tono più modesto fino agli inizi del III sec. a.C.(Gian Piero Givigliano, op. cit., 2010).
Un’idea della ricchezza del santuario può venire anche dal recupero di minuti frammenti di foglie d’oro probabilmente pertinenti a una corona. Il materiale più abbondante è costituito dalla coroplastica votiva. Tra gli esemplari più antichi si ricordano alcuni frammenti di statuette che ornavano almeno due diverse lampade o kothones su stelo, del tipo studiato all’Heraion del Sele e databili ai primi decenni del VI secolo a.C. Si ricorda che altri esemplari di questa classe furono rinvenuti a Capo Colonna, ed un altro frammento
proviene da scarichi dell’area urbana di Crotone5.
Poca la ceramica locale, mentre è presente quella d’importazione attica e corinzia(Gian Piero Givigliano, op. cit., 2010). Tra i prodotti peculiari dell’artigianato krotoniate che celebrano il ruolo di nutrice della dea, chiunque essa sia, sono stati trovati anche al Lacinio e in santuari di altre città magnogreche. Nello specifico di questo tempio sono databili alla metà del VI sec. a.C. 9.
L’esistenza di un edificio templare, di cui non è stata messa in luce alcuna struttura, è testimoniata dal rinvenimento di numerose terrecotte architettoniche, soprattutto sime, antefisse, frr. di gocciolatoi, che costituiscono l’esempio più antico e completo del sistema di copertura fittile definito “acheo” 10, probabilmente prodotto da botteghe krotoniati, oltre che da alcuni grandi blocchi squadrati di calcarenite rinvenuti in giacitura secondaria.
Alcuni frammenti appartengono a un singolare tipo di antefissa non figurata, la cui parte superiore è appuntita al centro, con volute laterali; quella inferiore presenta un listello con guttae. Questa antefissa, che pare usata con tegole di riva con alto bordo a linguette, trova analogie con esemplari di Cirò Marina, probabilmente più tarde. È attestata una sima bassa, a sguscio piano con foglie dipinte, con l’attacco di gocciolatoio a tubo; resta un esemplare anche di questi ultimi, con ampia corona di foglie pure dipinte. Assai singolari sono molti frammenti di geison, la cui decorazione è organizzata su varie fasce orizzontali sovrapposte, a bastoncelli aggettanti oppure ornate a rilievo molto basso con meandri o con treccia semplice; altri esemplari presentano anche una fascia a listelli verticali oppure una serie di guttae. L’identità delle dimensioni, pur nella varietà dell’articolazione decorativa, sembra indicare la pertinenza di tutte le varianti a un solo edificio, o almeno a un complesso prettamente unitario. Resta difficile comprendere se le varianti corrispondono ai diversi lati dell’edificio oppure appartenessero a più fasi e rifacimenti successivi. Altri frammenti appartengono ad altri tipi di geison non meglio ricostruibili. Si tratta quindi di un complesso assai vario e articolato, con forme assai peculiari, come i geisa a fasce orizzontali, di cui non è facile proporre paragoni (al di là di una generica assonanza di gusto con le decorazioni a bassissimo rilievo su registri orizzontali delle tipiche arule di Crotone, Sibari e rispettivi territori); queste decorazioni architettoniche dall’aspetto in qualche modo rustico, appartenevano ad edifici di dimensioni piuttosto ridotte, databili all’incirca tra il tardo arcaismo e il V secolo5.

11
Il tetto
Il tetto di Sant’Anna è manifesta espressione di una produzione artigiana legata a una bottega crotoniate, specializzata nella realizzazione di terrecotte architettoniche di rivestimento. Questo imitava tutti gli elementi formali dell’architettura dorica in pietra ed è databile al 580/ 570 a.C. sulla base di stringenti confronti con il tetto di un piccolo edificio arcaico posto a sud del tempio di Athena a Poseidonia. L’unitarietà formale e dimensionale delle terrecotte ha spinto gli studiosi a ritenerle parte di un unico edificio al quale devono pure ricondursi «il discreto nunero di frammenti di elementi architettonici in calcare bianco, soprattutto capitelli» che, in via del tutto ipotetica, potrebbero appartenere alla fase più recente del tempio12.
La realizzazione artigianale di queste terrecotte non denota soltanto abilità tecnica, ma anche una raffinata capacità decorativa e simbolica, con le superfici spesso arricchite di pitture in policromia (tonalità di rosso, nero, crema) e motivi geometrici e vegetali. Il sistema di montaggio e assemblaggio delle lastre assicurava sia la protezione contro le intemperie sia una notevole resa estetica, rivolgendosi contemporaneamente a esigenze pratiche e religiose.
L’introduzione del tetto «a corna»13 riflette la volontà di dotare l’edificio sacro di una veste architettonica suggestiva, capace di rafforzare il senso del mistero e della potenza della divinità ospitata nel santuario. Il ricorso a motivi simbolici legati al bestiario sacro (le corna) e alla natura (decorazioni vegetali), oltreché alla raffinata elaborazione cromatica delle superfici, testimonia un’esperienza religiosa intensa e profondamente legata al paesaggio e ai ritmi della società coloniale greca d’Occidente. Le antefisse “a corna” di S. Anna si distinguono per una decorazione già evoluta, sebbene le “corna” non fossero ancora eccessivamente accentuate rispetto a esempi successivi.
Le antefisse «a corna» sono un elemento tipico originato nell’area greca, in particolare nelle produzioni peloponnesiache dei tetti di edifici sacri inquadrate tra ultimi decenni del VII e primi decenni del VI secolo a.C., quando accanto a quella corinzia si sviluppa anche la componente argiva, con sistemi di copertura con embrici piani separati dai coppi a spioventi che terminano nelle caratteristiche antefisse esagonali del tipo ad apici, appunto comunemente note come antefisse “a corna”. Tale tipo è presente anche in Occidente, proprio come testimonia il ritrovamento nella chora crotoniate. Questo legame stabilisce un importante canale di continuità culturale e artistica tra la Grecia propriamente detta e le colonie della Magna Grecia. Il tetto ritrovato a S. Anna mostra infatti caratteristiche tipologiche e decorative che richiamano direttamente i modelli originari ma anche le evoluzioni stilistiche di VI secolo a.C., con l’associazione delle antefisse «a corna» a motivi floreali tipici dell’ambito corinzio. Il tetto «a corna» di S. Anna di Cutro è lo specchio di una società che ha saputo coniugare modelli importati dalla Grecia con innovative soluzioni locali; le particolarità decorative e costruttive, unite all’importante ruolo simbolico e religioso, ne fanno un riferimento imprescindibile per lo studio dei contatti e delle trasformazioni dell’architettura arcaica degli Achei d’Occidente.14.
Si deve infine evidenziare la presenza di antefisse a corna (Hörnerantefixe) è comune ad un’area ampia della medesima koiné architettonica achea attestata sia nella polis di Kroton (via XXV Aprile, Fondo Gesù, Campo Sportivo, Cooperative, Vigna Nuova), ma anche dalle terrecotte provenienti sua chora (santuari extra-urbani di S. Anna di Cutro e dal tempio di Apollo Aleo a Punta Alice). Questa ampia diffusione rende probabile che Crotone è il luogo di origine di questa classe di terrecotte secondo la maggioranza degli studiosi.

Il culto femminile
L’analisi del materiale evidenzia strette analogie tra il santuario di S. Anna e quello di San Biagio alla Venella presso Metaponto, mentre per alcuni aspetti si rilevano consonanze con il santuario sibarita di Francavilla Marittima, oltre che con l’Heraion del Lacinio. Tali elementi hanno suggerito per l’interpretazione del culto, la presenza di una divinità femminile caratterizzata da più aspetti legati al mondo femminile, da quello della riproduzione a quello connesso all’aldilà, oltre che dal legame con il mondo naturale, come è proprio dei culti extraurbani16.
La divinità femminile, forse collegata ad una sorgente perenne presente nell’area, nei confronti della quale doveva essere una pratica rituale diffusa la dedica di statuette fittili, delle quali si sono conservati numerosi esemplari.
Sulla divinità venerata a Sant’Anna e sugli aspetti precipui del culto ad essa attribuiti vi sono ancora molte incertezze dovute all’ambiguità e al carattere per nulla definito del complesso degli ex-voto. L’assenza di iscrizioni dedicatorie chiarificatrici e la mancanza di specificità nelle figurine fittili, i cui attributi non sono peculiari di un’unica divinità, invitano alla cautela. Sia la sfera topografica e sia quella delle offerte votive, sembra rinviare «ad una potente divinità della natura connessa con l’ambiente agrario, con la vegetazione e l’acqua, ma anche con l’elemento animale, le cui funzioni abbracciano aspetti differenti dell’essere e della realtà naturale»17.
G. Maddoli18, per l’analogia dei materiali votivi, pensa a culti direttamente o indirettamente mutuati dall’Heraion del Lacinio ed adattati ad esigenze locali: “Certamente anche altri dèi del pantheon avevano culto a Crotone e nel territorio, ma nessuno di essi rivesti un ruolo così centrale, così poli-funzionale come quello di Hera. L’immagine della dea di Crotone dovette anche irradiarsi nel territorio e riproporre, in presenza di determinati punti di concentrazione abitativa e di favorevoli condizioni, prime fra tutte la presenza di sorgenti, certi aspetti del culto direttamente o indirettamente mutuati dal grande santuario Lacinio e opportunamente adattati alle esigenze locali: penso in particolare al santuario di S. Anna, santuario di campagna che sorge in una vallata con sorgenti d’acqua, la cui vita è attestata dagli inizi del VI e continua fino al III a.C. Vi ritroviamo le Messe figurine femminili in terracotta presenti a Capo Colonna insieme ad altri tipi che richiamano il santuario di S. Biagio a Metaponto e rientrano in una sorta di koinè dell’artigianato coroplastico acheo di VI secolo dietro il quale è lecito vedere anche una comunanza di divinità venerate“.
Il materiale votivo
Nell’ambito del materiale votivo, lo stato della ceramica rinvenuta è estremamente frammentario; il divario tra il livello di conservazione e la quantità tra questa classe di materiali e gli altri rinvenimenti venuti in luce in occasione dei brevi scavi effettuati nell’area e dei numerosi recuperi appare molto evidente, qualora si consideri il grande numero della coroplastica votiva, anche di alta qualità, trovata nella zona 19. Inoltre, anche in questo caso non è possibile ricostruire le modalità di deposizione dei votivi stessi.
l materiali più antichi si possono fur risalire a una fase compresa tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C., mentre quelli più recenti – rinvenuti in quantitativi modesti -giungono sino al III sec. a.C. Il nucleo di manufatti votivi più corposo, come dimostrano i dati stratigrafici, va dalla fine del VI al primo quarto del V secolo a.C. e verosimilmente segna l’acme del santuario. Molto abbondante è la coroplastica i cui tipi, variegati e di stampo acheo-coloniale, non sono talvolta estranei a influssi greco-orientali 17.
Il tipo coroplastico maggiormente documentato è quello della “signora degli animali” (potnia theròn, in greco Πότνια Θηρῶν), così chiamata per la caratteristica presenza di animali, in genere capre, cerbiatti o anatre, tenuti nelle mani chiuse e portate in avanti; numerose sono anche le statuette femminili panneggiate e con copricapo a polos stanti e sedute 20.
Il pendio di Manca della Vozza presenta delle buche (favisse) contenenti gli ex-voto in eccesso che venivano eliminati e seppelliti in prossimità del santuario fra cui oltre alla coroplastica richiamata lastre in terracotta di rivestimento dell’orditura lignea del tetto “a corna” dell’edificio o degli edifici dedicati nel VI secolo a.C. alla dea: un’Artemide alata, signora della natura e degli animali, molto simile a quella di Metaponto – S. Biagio21.

Foto GAK.
Nel complesso dei frammenti messi in luce le forme ceramiche attestate sono anche in questo caso le kylikes (coppe di vino in ceramica), la cui presenza è testimoniata da un certo numero di anse, alcune delle quali permettono di ricostruire l’esistenza di esemplari di discrete dimensioni. Occorre sottolineare anche la presenza di crateri, tra i quali un frammento di orlo a figure nere con pantera e resto dell’ala di una Gorgone, databile alla fine del VI secolo e un frammento di ansa di cratere a colonnette con trofeo di palmette affrontate, inquadrabile intorno alla metà del medesimo secolo, a cui si aggiunge un’altra ansa, molto frammentaria, pertinente ad un cratere a volute, con bordi rilevati decorati da un motivo vegetale. Sono attestate anche le lekythoi, tra cui quella in miglior stato di conservazione è un esemplare a figure nere con Satiri e Menadi, databile entro l’ultimo venticinquennio del VI secolo23.
In analogia con il Lacinio, anche nei santuari di S. Anna e di Vigna Nuova sono attestate kylikes e, nel caso di S. Anna, anche crateri: in quest’ultima situazione, tuttavia, le pratiche del culto dovevano essere diversificate almeno in parte rispetto agli altri, vista la grande quantità di coroplastica votiva che non è invece attestata negli altri due santuari24.
Sull’analisi dettagliata dei reperti di figure femminili, tra cui alcune korai, si rinvia a C.Sabbione 198325.
Tra i reperti recuperati dal GAK, in prossimità della briglia fu trovata una mascheretta in terracotta del Dio Esaro (aisaros) bambino, riconoscibile dalle corna sulla fronte tipici delle divinità fluviali, ed imberbe come su certe monete d’argento di Kroton (sulla mascheretta vedere l’approfondimento nell’articolo dedicato al fiume Aisaros).

F. Cristiano, raccogliendo una segnalazione di M.Corrado, evidenzia anche un “frammento di lamina di cinturone, contrassegnato dai caratteristici forellini in alto, decorato elegantemente a sbalzo da motivi vegetali e con foro di aggancio dalla tipica forma a ferro di cavallo”, plausibilmente corrispondente ad “attestazioni a dediche private o a particolari esigenze di carattere rituale che (…), possono evocare anche scenari di tipo iniziatico”26.
Gallerie Fotografiche
Frammenti di statuette fittili votive recuperate dal GAK presso il Santuario greco-arcaico di Sant’Anna di Cutro (Manca della Vozza). Reperti e schede di catalogazione.
—
Archivio Foto dall’Articolo di Margherita Corrado in Fame Di Sud
—
Correlazioni
Altro in Bibliografia
- Margherita Corrado – “Ruspe a Manca della Vozza, archeologi in allarme. Sbancamenti sull’area del santuario“, articolo per “Il Crotonese” del 28-01-2016 in GAK ARS.
![]()
Bibliografia, Note
- Domenico Marino – Le Sirene di Kroton (2010) – p. 12 La chora meridionale[↩]
- Claudio Sabbione, Attività della Soprintendenza archeologica della Calabria nelle province di Reggio e di Catanzaro, in Atti XVI Convegno Studi Taranto “Locri Epizefiri, 1976, pp. 925-928[↩]
- Gian Piero Givigliano, “Sant’Anna di Cutro” In: Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, n°18, 2010. Vol. “Siti : San Cesario sul Panaro – Siccomonte” pp. 186-188.[↩]
- Medaglia 2010, sito n. 313 – p. 302-303[↩]
- Claudio Sabbione, op.cit., 1976[↩][↩][↩][↩]
- Domenico Marino – Prima di Kroton, 2008, p. 68[↩]
- https://www.fastionline.org/s/excavation/item/68398, anche in copia d’archivio in BD-GAK[↩]
- Spadea-Belli 2007, p. 510[↩]
- Spadea-Belli 2007, p.510 – nota 13[↩]
- Spadea-Belli 2007, p.510 – nota 14[↩]
- Da Spadea-Belli 2007, p. 510, p. 521 fig. 12[↩]
- Medaglia 2010, sito n. 313 – p. 303[↩]
- Il termine “tetto a corna” si riferisce a una specifica tipologia di antefisse (elementi decorativi posti alle estremità delle tegole di gronda) che caratterizzano alcune coperture di edifici greci arcaici. Queste antefisse presentano delle protrusioni che ricordano delle corna, da cui il nome.[↩]
- Gregorio Aversa – Definizione dell’architettura arcaica degli Achei d’Occidente, in Atti Congresso “Gli Achei in Grecia e in Magna Grecia: nuove scoperte e nuove prospettive” – 10-11/10/2016, Egio (Greece), Ed. 2019, p. 201-222[↩]
- Gregorio Aversa – Kroton e la madrepatria: elementi di conformità o divergenze ?“, 2006[↩]
- Spadea-Belli 2007, p.510[↩]
- Medaglia 2010, sito n. 313 – p. 304[↩][↩]
- Gianfranco Maddoli – I Culti di Crotone in Atti XXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto 7-10 Ottobre 1983, pp. 313-366[↩]
- Spadea-Belli 2007, p.514, nota 36[↩]
- Spadea-Belli, 2007[↩]
- Margherita Corrado – S. Anna di Cutro: la fine è nota. Alterata l’area in cui sorgeva un santuario extraurbano dell’antica Crotone, in FameDiSud, 2016[↩]
- Spadea-Belli 2007, p. 510, p. 522 fig. 13[↩]
- Spadea-Belli 2007, p. 514[↩]
- Spadea-Belli 2007, p. 514; nota 38[↩]
- Claudio Sabbione “L’Artigianato Artistico” in Atti XXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto 7-10 Ottobre 1983, pp. 245-301[↩]
- Francesco Cristiano, “Per una archeologia della guerra nella Calabria preromana” in “Tra paralia e mesogaia”, a cura di A. Taliano Grasso, S. Medaglia (Ferrari Editore), 2021, p. 323-324, con disegno del reperto a p. 343[↩]




