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Il ruolo del GAK nella riscoperta archeologica di Crotone

In margine al Convegno  “L’altra faccia dell’archeologia . Ricerca scientifica programmata e sviluppo economico. Analisi e proposte”, organizzato dall’Assessorato ai Beni Culturali della Provincia di Crotone che si è tenuto Giovedì 9 dicembre 1999 presso il Palazzo provinciale, essendo stato invitato a fornire una testimonianza, a nome della mia associazione (Gruppi Archeologici d’Italia), quale  responsabile regionale,  ho colto l’occasione per richiamare  le vicende archeologiche di Crotone negli anni ’70, nelle quali il Gruppo Archeologico Krotoniate si è trovato coinvolto avendo operato, sin dalla sua nascita avvenuta nel dicembre  ’72, una sua scelta che  era quella di contribuire a salvare quanto, in seguito agli scavi edilizi in pieno centro cittadino e nelle aree di espansione  moderna continuava ad  essere irremidiabilmente distrutto.

Tale testimonianza che non mi è stato possibile  leggere, per esigenze di tempo, dopo gli eloquenti interventi  e relazioni delle autorità e degli studiosi partecipanti, essendomi alla fine del convegno limitato ad accennare  per sommi capi alle tematiche  sulle quali fornivo il mio contributo, la offro in questa sede perché possa costituire  oggetto di riflessione da parte di chi la vorrà leggere.

I Gruppi Archeologici d’Italia, fondati nel dicembre ’65,  hanno avuto una visione nuova dell’archeologia, hanno visto l’altra faccia dell’archeologia, diversa da quella ufficiale pure se coincidente nelle finalità.

Fino  ad allora la diversità, rispetto all’archeologia ufficiale, era rappresentata dal collezionismo privato e dagli scavatori clandestini  (o tombaroli)  che tale collezionismo alimentavano. Talvolta collezionisti e autori di scavi clandestini coincidevano. E tale fenomeno continua tuttora anche se in misura minore.

Del resto anche l’archeologia ufficialmente espressa conservava una visione prevalentemente orientata al recupero delle opere d’arte da conservare e da esporre nei musei. Tant’è  vero che gli uffici periferici della Direzione Generale alle Antichità presso il Ministero della Pubblica Istruzione si denominavano Soprintendenze alle antichità  e belle arti. Da ciò l’uso invalso ancor oggi, presso i meno informati, di dire che ad esempio un “blocco di lavori”  è stato disposto da quelli delle belle arti.

D’altra parte l’archeologia ufficiale in quegli anni era vista dalla gente come un potere che piove dall’alto, che ostacola lo sviluppo economico, particolarmente l’edilizia, in contrasto con gli interessi della collettività.

Esemplare in tale senso è quanto si è verificato a Crotone negli anni ’70.

Tralasciamo gli anni del dopoguerra, in particolare gli anni ’60, quando in assenza di funzionai statali a Crotone gli scavi edilizi nelle nuove aree di espansione erano controllati soltanto da “tombaroli” e collezionisti di monete antiche.

In quegli anni la quasi totalità dei cittadini disconosceva il problema.

Fu dal  1973 in poi che la città cominciò ad accorgersi dell’esistenza di un problema archeologico connesso allo sviluppo edilizio  urbano e ciò dovuto al fatto che alcuni scavi edilizi operatori in pieno centro cittadino riportavano alla luce settori consistenti del tessuto urbanistico antico. Pertanto ciò che veniva fuori dagli scavi giornalmente era sotto gli occhi di tutti.

E fu in quel frangente che la presenza di funzionari della Soprintendenza alle antichità in Crotone, anche in dipendenza  della creazione del Museo Statale, avvenuta qualche anno prima, determinò in alcuni cantieri edilizi la sospensione degli sbancamenti ad opera delle ruspe e la conversione sia pure momentanea, concordata con l’impresa che conduceva i lavori, dello scavo edilizio nello scavo archeologico. Dico “momentanea”  perché completato lo scavo archeologico nonché i rilievi ed il recupero dei materiali mobili venuti fuori dallo scavo,  le preesistenze archeologiche riportate alla luce venivano irremidiabilmente distrutte.

Si determinò pertanto quel contrasto tra archeologia e sviluppo edilizio della città, con i suoi risvolti di carattere economico, che videro successivamente schierati contro l’archeologia  i beneficiari di edilizia economica popolare lungo l’asse di via Cutro.   Il Gruppo Archeologico Krotoniate, nato in quegli anni, esercitò a sua volta, con la collaborazione dei suoi giovani aderenti, un qualche tipo di controllo sui cantieri edilizi, recuperando, nei materiali di risulta provenienti da tali  scavi, numerosi reperti archeologici pertinenti a settori di  abitato urbano antico che erano sfuggiti al controllo dei funzionari della Soprintendenza.

Il contributo scientifico alla conoscenza della  storia di Crotone, attraverso tali recuperi,  con preciso riferimento alla provenienza dei materiali,  fu notevole ed importante.

Ad esempio materiali dell’età del bronzo,  provenienti da uno scavo edilizio cittadino parzialmente indagato dalla Soprintendenza, costituirono la prima testimonianza sull’esistenza di un insediamento enotrio  crotoniate molto prima della colonizzazione greca di epoca storica.

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