Il Santuario di Hera Lacinia

Introduzione

Il grande santuario extra-urbano dedicato a Hera Lacinia è di certo, tra le aree sacre del mondo ellenico di epoca arcaica, il più importante della Magna Grecia. Il maestoso tempio dorico si trova a circa 10 chilometri più a sud della polis di Kroton, sul leggendario promontorio Lacinio (Lacinion), oggi chiamato di Capo Colonna (o Capocolonna).

Il promontorio Lacinio era già noto al mondo ellenico in epoca precoloniale, come lascerebbe intendere la versione della fondazione mitologica legata al passaggio di Heracles al Lacinio (vedere: Herakles che predisse la fondazione della grande Kroton) ospite di Lacinio, abitante del promontorio; da lui deriva il nome del promontorio che diede anche l’epiteto alla dea venerata: Hera Lacinia.

Oggi tutta l’area sacra ricade nel Parco Archeologico di Capo Colonna, che si estende per circa 50 ettari e nel quale l’omonimo museo raccoglie i cospicui reperti provenienti dall’area di scavo antistante. I rinvenimenti più importanti dal punto di vista storico e artistico sono invece esposti presso il Museo Archeologico Nazionale di Crotone, dove un’apposita sala ospita il Tesoro di Hera.

Del famoso santuario dell’antichità restano visibili oggi pochi resti su cui domina una “desolata ruina” , l’unica colonna del tempio che, sfidando i secoli, è rimasta lì in piedi a perenne testimonianza. Il territorio litoraneo era un tempo di proprietà di importanti famiglie della nobiltà locale. I Marchesi Lucifero e Albani, i Baroni Sculco e Berlingeri, tutti latifondisti, avevano ciascuno una piccola collezione privata costituita con i reperti emersi nelle proprie terre e si interessavano di antichità. Sarà proprio lo Sculco il primo a pubblicare notizie sul santuario e sulla località chiamata ancora “Capo delle Colonne”1.

La storia delle ricerche sul promontorio inizia con gli scavi non autorizzati di J. Clarke e A. Emerson tra la fine del 1887 e gli inizi del 1888, di cui non si conosce documentazione, seguiti nel 1910 dalla grande campagna voluta da Paolo Orsi e condotta dal Ricca. Gli scavi interessarono il muro peribolare, l’area del tempio e, più a nord, l’area del balneum romano. In questi scavi emerse la laminetta bronzea datata al IV secolo a.C. con iscrizione ad Hera Lacinia ( “tas Heras tas Lakinìas”)2 .

Le indagini continueranno episodicamente fino agli anni ottanta in cui sarà ripresa l’attività di ricerca sistematica. Nel 1983 Dieter Mertens inizia le ricerche intorno al tempio, per ricostruirne la forma e l’estensione e degli edifici H e K. Del 1987 la scoperta importante di un edificio, ad oggi il più antico del santuario, detto edificio B. L’ultima campagna 1999- 2004 ha invece indagato il settore più a nord del temenos, mettendo in luce l’abitato di età romana-repubblicana.


Dal santuario arcaico al grande Heraion

L’evoluzione del culto di Hera in Grecia ed in Magna Grecia è trattato in un articolo dedicato.

Nelle colonie achee occidentali il culto di Hera è da ricondurre alle tradizioni religiose dei colonizzatori dall’Acaia Egialeia, come da tradizione, ma anche dall’Argolide e dalla Laconia; le colonie achee si adeguano con tutta una serie di importanti Heraia: a Sibari, a Crotone, a Metaponto, a Poseidonia3. Pur con delle differenze, che riflettono le condizioni dell’identità coloniale, l’Hera della Magna Grecia era la stessa dea di Argo o di Samo.

Le realizzazione di tali Heraion, in forma monumentale, non è però contemporanea alla ktisis, anzi è successiva anche di più di un secolo4; probabilmente necessitava un’effettiva egemonia della colonia sul territorio circostante, la formalizzazione di una organizzazione di culto e la disponibilità di risorse economiche ed organizzative adeguate alla costruzione.

Secondo la visione più comune la costruzione di un santuario monumentale non urbano, simboleggiava il fatto che la colonia avesse acquisito uno status egemonico sul territorio circostante. Numerose città coloniali vantavano siti di culto fondati fuori dall’abitato nei primissimi giorni della loro esistenza e successivamente sviluppati in santuari monumentali, alcuni dei quali davvero spettacolari, tutti nello stile greco più puro. La divinità protetta dal santuario era anch’essa interamente greca, senza alcuna traccia che suggerisse l’influenza di substrati indigeni o contaminazioni successive.

Ma il posizionamento al Lacinio in età arcaica più vicina alla ktisis ubbidisce anche ad altre logiche comuni alle localizzazioni della madrepatria, quali 5:

  • il carisma nativo di luoghi di particolare bellezza paesaggistica o con particolarità geologiche, quali promontori, montagne, grotte, sorgenti e fiumi che ispiravano timore reverenziale, meraviglia e riverenza;
  • i promontori erano anche importanti nel determinare i limiti territoriali del territorio della colonia, come detto, ma sono anche punti di riferimento per la navigazione, ed il Capo Lacinio è il limite meridionale del Golfo di Taranto; analogamento il Capo Sunio a 69 km da Atene, che rappresentava il confine marittimo meridionale dell’Attica, in cui sono stati localizzati dei templi di Atena e Poseidone.

Sul promontorio Lacinio, Hera veniva associata al bestiame: nel santuario stesso le erano consacrati armenti e, secondo il mito delle origini legato alla fondazione del culto, era stato Heracles a fondarlo al suo ritorno con i buoi di Gerione. A Posidonia, come a Crotone, la dea era la vera divinità poliade della città, presiedendo anche all’armonia cosmica e all’ordine civilizzatore di fronte a tutto ciò che era barbaro, sia soprannaturale che umano6.

Inoltre, lo sviluppo delle realtà coloniali non è uniforme, anche per il diverso contesto di arrivo, per cui gli Heraia in Magna Grecia si formano più tardi (VI secolo a. C.) rispetto a quelli della madrepatria (VIII-VII sec. a.C.), sono inquadrabili nella storia locale di ciascuna polis e non sono la riproduzione di santuari della madrepatria7

Ritornando alla fase più arcaica, la presenza di alcuni reperti ceramici più antichi dell’VIII sec. fa ritenere che l’area del promontorio Lacinio fosse adibita a luogo di culto già prima dell’arrivo dei coloni greci. Se consideriamo alcuni reperti trovati nell’edificio B, quali il pendaglio tipo “Alianello”, che con il pendente “a ruota” e la fibula a navicella tipo “Sala Consilina III A” – se ne deduce che le tali popolazioni locali appartenevano alla facies enotria; si tratta certo di pochi documenti, che “pur nondimeno essi devono ritenersi significativi e preme far rilevare come appartengano tutti alla sfera femminile8. Altri reperti sono di importazione, e ciò non sembra però essere significativo di attestazioni di frequentazioni greche dell’area sacra precedenti alla fase coloniale, come invece si verifica in altri contesti del sud Italia, ma piuttosto di “una dedica tardiva di reliquie o di oggetti esotici9. Si tratta di infatti di reperti ritrovat all’interno dell’edificio B del Lacinio, che si data ai primi decenni del VI sec. a.C.10.

Una chiave di lettura della presenza di questi reperti al Lacinio, è che l’Heraion extraurbano costituiva allo stesso tempo segno di confine e polo di attrazione, luogo di scambio culturale e di di mediazione tra i Greci e i gruppi nativi, sia interni che esterni alla polis, per i quali costituiva un punto d’incontro, un luogo di reciproco riconoscimento. A Crotone, il ricco deposito di offerte votive arcaiche nel santuario di Hera conteneva preziosi oggetti greci (un cavallo di bronzo in tradizione geometrica, un diadema d’oro, vari bronzetti) e anche offerte “principesche” di origine non greca: una piccola barca di bronzo sarda, risalente all’VIII o VII secolo, e un ornamento bronzeo di origine Chone o Enotria del VII secolo. Che si trattasse di doni diplomatici o di offerte di visitatori, questi oggetti confermano che Hera, come ad Argo e a Samo, proteggeva e garantiva i rapporti della città con il mondo esterno (e tutti e tre i santuari erano tra i principali luoghi di asilia del mondo greco11.

Il santuario rappresentava un riferimento essenziale per la navigazione e un rifugio sicuro, di cui la dea si faceva garante. Hera proteggeva anche la natura e in particolare i bovini, che pascolavano liberamente all’interno del bosco a lei sacro. La ricerca archeologica sul promontorio del Lacinio è riuscita a fornire per Crotone una cornice materiale in cui inserire le notizie letterarie, permettendone la contestualizzazione nello spazio architettonico e paesaggistico, come dimostra il riconoscimento – persino – delle fosse di piantumazione destinate agli alberi dell’alsos, il bosco sacro12.

Dal VII secolo è presente un tempo arcaico, che, come vuole la tradizione riportata da Licofrone (Alex., 856-865)13, sarebbe dedicato alla stessa Hera. In realtà Licofrone non parla di un edificio, ma piuttosto di un luogo sacro, poichè la nereide Tetis, madre dell’eroe omerico Achille, “pianterà per la dea Oplosmia (comunemente interpretata come Hera) un giardino fruttifero di querce” (Θέτις φυτεύσει κῆπον εὔκαρπον δρυῶν), così che “per quelli” (i crotoniati) “sarà sempre consuetudine per le donne piangere il figlio di Eaco della Doride, il fulmine smisurato” (ovvero l’eroe Achille). Licofrone lascia dunque intendere che la nereide Tetis ha avuto parte alla formazione di un luogo sacro al Lacinio, affinchè la gente del luogo onori in perpetuo la memoria di Achille, caduto nella guerra di Troia.

Una transizione da “luogo sacro” a “struttura (edificio) sacra” appare coerente con l’evoluzione dei templi greci: è durante il periodo geometrico che vennero elaborati i tre elementi costitutivi del santuario greco “classico”: l’altare, il tempio (che ospitava statue e offerte) e il muro di recinzione, che delimitava l’area sacra. Tra questi tre, l’altare sembra, dalle prove disponibili, essere stato il primo a comparire. Era necessario per compiere sacrifici all’aperto e, in molti casi, fu il primo elemento stabile del sito religioso14. In Grecia “la transizione da strutture lignee a costruzioni monumentali in pietra avvenne gradualmente tra IX e VII secolo” 15.

Nella prima metà del V secolo a.C. (circa 470-460) il Santuario di Hera Lacinia viene ricostruito in forma monumentale sopra il precedente tempio arcaico del VII secolo. Contestualmente si provvede alla monumentalizzazione della via sacra. Questo si verifica in un quadro complesso della storia di Crotone nella prima metà del V sec. a.C., quando, dopo la crisi politica seguita alla sconfitta del governo pitagorico, seguono dinamiche di trasformazione e di stabilità. “La costruzione del nuovo tempio di Hera, insieme con l’adozione del sontuoso apparato in marmo di Paros, sembra essere finalizzata ad accrescere il prestigio della comunità locale, ponendosi come fenomeno identificativo della collettività ed esprimendo la volontà di porre la città, anche nei confronti del vicino contesto magno-greco, sullo stesso piano rappresentativo delle polis della madrepatria16.

Nella seconda metà del IV secolo i grandi santuari extraurbani e le mete di pellegrinaggio sembrano ricevere grande attenzione, come dimostramno i consistentissimi interventi architettonici profusi sia sull’Heraion a Capo Colonna che l’altrettanto antico Santuario di Apollo alaios a Krimisa/Cirò. Verso la fine del IV secolo il primo fu dotato di strutture per accogliere i pellegrini, adottando tipologie che nel frattempo si erano evolute in Grecia, tra cui un hestiatorion e un katagogion, ed il Santuario di Apollo alaios sembrerebbe essere stato dotato di strutture simili, come anche anche il Santuario di Vigna Nuova17.
Ancor più importante è stata la ricostruzione monumentale di quest’ultimo tempio (Apollo alaios), dove una sontuosa struttura periptero in pietra, schema di colonne 8×19, sostituisce il predecessore ligneo di età arcaica.

Questa evoluzione costruttiva e funzionale dell’Heraion del Lacinion non deve sorprendere come significativamente descritto da E. Lippolis18: “le aree sacre delle poleis greche conoscono in genere un’attività costruttiva intensa e continua: segno del prestigio della comunità, espressione della disponibilità economica e strumento di redistribuzione sociale della ricchezza accumulata sotto l’egida della sacralità collettiva, i cantieri che interessano i santuari offrono spesso una continua sequenza di interventi che nella maggior parte dei casi interessano l’edificio templare (….). La pratica di ricostruire il monumento architettonicamente più complesso del santuario si afferma naturalmente nelle fasi di maggior crescita della comunità dal punto di vista economico, culturale e politico e decresce invece nei momenti di crisi o stagnazione; inoltre, caratterizza soprattutto le grandi poleis e i luoghi di culto di rilevanza panellenica (…). Al Lacinio, E. Lippolis evidenzia che in età classica si manifesta il “riutilizzo in fondazione” di parti del tempio di età arcaica, come anche si riscontra in altri contesti templari ricostruiti.

Aspetti sociali e rituali

Il santuario extraurbano di Hera al capo Lacinio emerge come uno dei principali poli festivi della Magna Geecia, con una dimensione certamente trans-locale. Anche se nella maniera frastagliata offerta da fonti letterarie di natura, cronologia e attendibilità diverse, tutto parla a favore di un centro di culto molto attivo19.

Così come gli altri grandi luoghi di pellegrinaggio della Grecia, fu per secoli luogo di πανηγύρεις (grandi celebrazioni pubbliche e religiose), di un eccezionale raduno di folle che diventava occasione di confronto di ἤθη20, di circolazione di idee, di trasmissione di forme anche artistiche, visive e letterarie, che poteva coagularsi in narrazioni identitarie comuni, tali da scavalcare i limiti angusti delle poleis rivali21.

I pellegrini, a migliaia ogni anno, recavano dunque i loro doni più cari per propiziarsi la dea;
in particolare, le fanciulle prima del matrimonio si recavano da Hera Lacinia a offrirle vesti e drappi
finemente lavorati. Celebre è l’epigramma con cui la poetessa locrese Nòsside – vissuta tra fine del IV ed il principio del III sec. a.C.).accompagna il dono di un finissimo peplo alla dea, tessuto da lei stessa assieme alla madre Teòfili21 22:

̔́Ηρα τιμήεσσα, Λακίνιον ἃ τὸ θυῶδες
πολλάκις οὐρανόθεν νεισομένα κατορῇς,
δέξαι βύσσινον εἷμα, τό τοι μετὰ παιδὸς ἀγαυὰ
Νοσσίδος ὕφανεν Θευφιλὶς ἁ Κλεόχας.

(Anth. Pal. VI, 265.)

Hera onorata, che spesso dal cielo discendi
e contempli il fragrante Lacinio, questa veste di lino
gradisci che per te di Clèoche la figlia, la bella Teòfila
tesseva con Nòsside sua figlia,


Hera venerabile, che spesso dall’alto dei cieli vieni a contemplare il tuo tempio profumato
del Capo Lacinio, accetta questo vestito di lino che per te ha tessuto la nobile Teofilis,
figlia di Cleoca, insieme con sua figlia Nossis.

Trad. da I Poeti Della Antologia Palatina Vol. 1, Zanichelli, 1940, p. 131

Hera venerabile, che spesso dall’alto dei cieli vieni a contemplare il tuo tempio profumato
del Capo Lacinio, accetta questo vestito di lino che per te ha tessuto la nobile Teofilis,
figlia di Cleoca, insieme con sua figlia Nossis.

Loredana Cappelletti, Esclusive notizie locresi in Nosside (Anth. Pal. 6.132 e 265), Athenaum Vol, 106, II-2018, p. 482

Colpiscono l’immaginario moderno, come quello antico, la ricchezza dei doni e delle opere d’arte esposte – tra cui:

  • il sontuoso mantello (himation) di Alcistene, una veste di porpora del sibarita Alcistene variamente istoriata e tutta folgorante di pietre preziose23
  • il celebre dipinto di Elena eseguito dal pittore Zeusi e le statue dei vincitori olimpici;
  • la serie di prodigi che si credeva avvenissero nel santuario, dove le ceneri deposte sull’altare non erano portate via dal vento e il bestiame sacro pascolava senza pastore nei fertili pascoli dell’Heraion;
  • le ingenti disponibilità di hierà chremata24,

Tali ricchezze rendevano il tempio famoso “non solo per la sua sacralità ma anche per la ricchezza”, come ricorda Livio e confermano i saccheggi subìti; il suo ruolo simbolico, strategico e politico, che lo rende prima luogo di assemblea dei rappresentanti della lega italiota, poi rifugio di Annibale.

Le feste di Hera (πανηγύρει τῆς ρας), cui affluivano tutti gli Italioti, sono attestate nel III sec. a.C. (quando fu scritto dallo Pseudo-Aristotele il “De mirabilis auscultationibus”); ma non sono sopravvissute dopo le dolorose vicende della seconda guerra punica. Probabilmente, durante le festività nei pressi del Santuario Lacinio si riunivano anche le assemblee della Lega Italiota almeno nella prima fase della sua esistenza25.

Sempre sul promontorio del Lacinio sappiamo che donne abbigliate a lutto, con vesti dimesse, commemoravano con un lamento funebre la morte di Achille. Il threnos ritualizzato in onore dell’eroe omerico ricorda la cerimonia che avveniva il giorno precedente la panegyris di Olimpia: nel ginnasio arcaico di Elide, al tramonto, le donne elee celebrano il lutto per Achille presso il suo cenotafio. Su queste basi, soprattutto M. Giangiulio ha insistito sul parallelismo strutturale tra l’Heraion di Crotone e il santuario di Olimpia, basato sulla polarità tra il culto divino di Hera e quello eroico di Achille, oltre che sulla componente agonistica.

L’esistenza di un’ampia via sacra26 che attraversa il santuario – ne è noto un tratto lungo 58 mt dell’ampiezza di circa 8,50, con margines realizzati in blocchi di calcarenite disposti per lungo27 – dà concretezza allo svolgimento delle processioni che, come sappiamo, rappresentavano uno degli eventi centrali nelle celebrazioni festive. La forte erosione del margine del promontorio non consente di individuare l’ultimo tratto della strada che doveva comunque seguitare ulteriormente in direzione est e terminare in una sorta di piazzale nel quale confluivano le processioni religiose e dove, forse, si trovava l’altare di cui parlano le fonti28.

La costruzione, in una fase più avanzata di IV secolo, di un hestiatorion e di un katagogion, conferma non solo la continuità di vita e la piena attività del santuario, ma la necessità di creare strutture stabili per l’accoglienza dei fedeli, o almeno di gruppi selezionati di essi, e delle delegazioni.

Anche i risultati di analisi condotte su una documentazione molto specifica, come quella architettonica, contribuiscano a chiarire il palinsesto generale in cui vivevano il santuario e le sue celebrazioni festive: si tratta dello stesso clima cronologico e ideologico che dà avvio ai grandi cantieri edilizi della madrepatria, circostanza che riattiva, come in un gioco di specchi, la tendenziosa notizia che vuole che la tryphè dei Crotoniati si sia spinta fino a voler istituire giochi in concorrenza a quelli olimpici.

Le componenti del Santuario

Delimitato dall’ampia cortina muraria, di cui oggi restano ben visibili ampi blocchi di opus reticolatum di epoca romana, rinforzata a Nord e a Sud da due torri esterne, il Santuario di Hera Lacinia si articola in due aree orientate ad Est ed attraversate dalla solenne Via Sacra (larga 8,50 m) individuata nel 1987.

Pianta Generale dell’Heraion di Capo Lacinio.
1. Tempio dorico – Edificio A; 2. Edificio B;
3. Via sacra; 4. Propileo (ingresso monumentale);
5. Muro di cinta; H. Hestiatorion (sala per banchetti rituali);
K. Katagoghion (per l’accoglienza e l’ospitalità ai pellegrini).

Il tempio dorico (Edificio A)

Il Santuario di Hera Lacinia ruotava intorno al tempio dorico costruito nel V secolo a.C. (tra il 470 e il 460 a.C.) sopra un precedente tempio arcaico del VII secolo, come attesta l’uso difforme di blocchi di reintegro. Oggi del tempio dorico, che aveva il classico impianto planimetrico a 6×19 colonne, rimane la nota colonna superstite, posta sopra un poderoso basamento composto da dieci livelli di blocchi di arenaria.

La realizzazione del tempio dorico ha richiesto un notevole sforzo economico e l’assistenza di artigiani provenienti dalle isole Cicladi, che viaggiavano insieme al marmo pario consentendone l’installazione nell’elevato dell’edificio 29, ove si fece un uso considerevole di marmo proveniente dalla Grecia, incluso il tetto, parte della trabeazione e le sculture del frontone. In seguito, venne arricchito da opere di importanti artisti, come Zeusi. L’analisi delle coperture marmoree indica
l’adesione a modelli architettonici propri della madrepatria piuttosto che dell’Occidente greco, con forti somiglianze con tempio di Athena a Siracusa, che porta a ritenere le due coperture marmoree opera di una stessa officina, attiva prima a Siracusa e poi a Crotone30.

L’Heraion di V secolo, era stato realizzato in calcarenite (arenaria) provenienti da cave locali31, e con un apparato decorativo che comprendeva sima in marmo con profilo a gola rovescia e protomi leonine, un tetto con embrici e coppi in marmo (marmo egeo insulare, probabilmente pario)32, frontoni scolpiti; grande acroterio (2,5 mt di altezza complessiva) del tipo a volute con schema a lira nascente da un cespo acantino e desinente in una palmetta3334.

Ricostruzione dell’acroterio centrale sulla base del disegno proposto in R.B.Pasqua 2008.
Ricostruzione di acroterio laterale a forma di sfinge. Una delle ipotesi presenti in R.B.Pasqua 2008, sostenuta dal rinvenimento di un frammento di marmo di una piccola zampa felina.
Testa femminile dalla decorazione frontonale del tempio di Hera Lacinia
Foto da Catalogo BBCC-Mic.
Testa femminile dalla decorazione frontonale del tempio di Hera Lacinia. Per la composizione del frontone e i dettagli su questo reperto andare alla pagina dedicata.
Ipotesi ricostruttutiva del tempio dedicato ad Hera Lacinia a Capocolonna Crotone
Ipotesi ricostruttutiva del tempio dedicato ad Hera Lacinia a Capocolonna Crotone. Rielaborazione da ricostruzione 3D di Flipped Prof. con sostituzione delle esemplificazioni degli acrototeri centrale e laterali prima ipotizzate.

Per approfondimenti sul tetto in marmo; consultare questo articolo,
Su Zeusi e del suo dipinto di Elena: questo articolo

Per approfondimenti sul frontone, e le sue decorazioni vi sono diversi articoli e pubblicazioni; tra queste si segnalano:
Roberta Belli, L’acroterio del frontone occidentale del tempio di Hera Lacinia , 2008,
Giuseppe Celsi, Testa femminile dalla decorazione frontonale del tempio di Hera Lacinia,
Roberta Belli, Le sculture frontonali del tempio di Hera Lacinia, 2009

L’hestiatorion (edificio H)

Lungo il lato a sud della Via Sacra, subito dopo la porta d’ingresso e della cinta muraria romana (entrando sulla destra) sorge l’hestiatorion (Edificio H), edificio per banchetti sacri, e che si allinea sull’asse determinato dal grande tempio dorico.

L’hestiatorion del Lacinio ha pianta quasi quadrata (26,30 x 29 m) ed è costituito da un cortile porticato su cui si affacciano 14 vani, anch’essi di pianta quadrata, di uguali dimensioni (4,74 m x 4,75), disposti simmetricamente in due serie di 5 e 2 ambienti.

hestiatorion (Gregorio Aversa)
Ricostruzione della pianta dell’hestiatorion del santuario di Hera Lacinia35.)

Le misure degli oikoi sono funzionali a contenere 7 kline (lettino usato non solo per il riposo ma anche per consumare i pasti) per stanza; alla restituzione ipotetica dell’edificio si ricostruiscono complessivamente 98 klinai36. La stessa capacità ce l’ha ad esempio la stoa di Brauron (99 klinai). Comparandolo con il tramandato cosi detto «oikos hexekontaklinos» di Siracusa (60 klinai), costruito da Agathokles e ammirato per la sua grandezza straordinaria37, l’« hestiatorion » del Lacinio dovrebbe essere stato considerato assai importante all’epoca38.

Particolare della ricostruzione di un oikos con la disposizione dei letti tricliniari
Enzo Lippolis – Disegno da Edifici pubblici e pasto rituale in Attica (2012)
(elaborazione grafica da un disegno di Piet de Jong, in Camp 1986)

Il termine “banchetti sacri” è da riferirsi al consumo di pasti rituali collettivi, un aspetto del culto ampiamente praticato in ambiente greco già dall’età geometrica ed arcaica. “Il sacrificio e il conseguente pasto rappresentano due momenti fondanti dell‘attività rituale”; (…) oltre agli aspetti di carattere religioso, il pasto rituale è in relazione con la pratica dei rapporti sociali, all‘interno del sistema della polis, (..) così che “nessun potere politico può essere esercitato senza offerta sacrificale”39.

“La commensalità rituale collettiva rappresentava il necessario corollario dell’azione sacrificale ed era volta a stabilire rapporti, da un lato, tra la comunità umana e il referente divino, dall’altro, fra gli individui costituenti tale comunità, configurandosi, pertanto, come una complessa azione cultuale cui era sottesa un’elaborata operazione politico-sociale“. … “In virtù di tali profonde implicazioni di natura socio-politica, l’analisi delle strutture che ospitavano il banchetto sacro, gli hestiatoria appunto, permette di ricostruire indirettamente i cambiamenti verificatisi nella polis e, parallelamente, la definizione del paradigma di sviluppo architettonico contribuisce, per estensione, a tratteggiare la progressiva strutturazione spaziale e monumentale del santuario greco40 41.

Già in età classica il banchetto rituale non è svolto all’aperto, ma è abitualmente ospitato in edifici noti come hestiatoria, che tra la fine del VI ed il V secolo si strutturano in numerosi vani destinati ad ospitatare i klinai ed in altri locali distinti funzionalmente per funzioni accessorie (cucine, magazzini, ecc). Questo modello degli hestiatioron e delle forme di partecipazione al banchetto rituale muta in età ellenistica con lo spostamento dei centri del potere, dalle città-stato ai regni: il nuovo quadro storico, imperniato non più sulle poleis, ma sulle monarchie, non necessitava più del consolidamento e dell’affermazione periodica dell’identità cittadina nei santuari, soprattutto nelle realtà di nuova fondazione42.

Ritornando all’edificio H del Lacinio (inzialmente indicato come Edificio B), il convincimento che si tratti di un hestiatorion non è legato alla sola restituzione architettonica, anche il materiale archeologico dà altre indicazioni per la destinazione proposta: “Notevole è la ceramica con molti piatti e vasi potori, notevole è ancora la massa di ossa e denti d’animale e conchiglie, che si trovavano, fra l’altro, nel saggio del colonnato est, al livello del pavimento. La funzione di tutto questo materiale sembra essere evidente: si tratta, probabilmente, di resti di banchetti“. Per quanto riguarda la datazione “l’edificio fu costruito molto probabilmente nel IV secolo a.C.” e venne utilizzato “come « hestiatorion » almeno fino al tardo III secolo a.C.38.

In ambito magno-greco la tradizione del consumo di pasti rituali collettivi trova esempi significativi, sebbene in periodi cronologici differenti, nel santuario extra-muraneo di Afrodite a Locri (cd. Stoà ad U nell’area di Centocamere, databile nel VI secolo a.C.) e nel santuario di Hera Lacinia a Capo colonna.

In primo piano l’Edificio H (Hestiatorion, sala per banchetti rituali)
Fonte foto: The Greek world : art and civilization in Magna Graecia and Sicily, Rizzoli, 1996, p. 338

Il katagogion (Edificio K)

Lungo il lato nord della Via Sacra si trova il katagogion (Edificio K), albergo per ospiti privilegiati, dotato di un peristilio con colonne stuccate e capitelli di ordine dorico della seconda metà del IV secolo a.C.

L’edificio K (38×34 m.) presenta l’accesso tramite la via sacra sul lato sud, su cui affacciava con un portico dorico proseguito anche lungo il lato est a forma di elle. L’accesso avveniva, tramite un corridoio, direttamente nel peristilio su cui affacciavano su tutti e quattro i lati ambienti uguali (5,10×5,10 m.).
Il confronto planimetrico più calzante è con il Leonidaion di Olympia utilizzato come struttura d’albergo, per ospitare le delegazioni giunte per i giochi olimpici. In analogia con tale confronto l’edificio K viene interpretato come un Katagogion, servito forse per ospitare le delegazioni per le riunioni della lega Achea43.

È un edificio che non può mancare nei santuari di rilevanza interregionale che ricevevano numerosi visitatori. L’etimologia deriva dal verbo gr. κατάγω (alloggio), che è il termine usato nel 426 a.C. da Tucidide (III, 68,3) per descrivere un edificio dell’Heraion di Platea44. Un grande katagogion si trova a Epidauro. Si tratta di veri e propri alberghi, comprendenti numerosi ambienti organizzati intorno a un cortile45.

Heraion del Lacinio: al centro a via sacra che culmina in alto con la porta del propileo monumentale d’accesso ad Ovest; a sinistra l’Edificio H (hestiatorion, sala per banchetti rituali); a destra l’Edificio K (katagoghion, per l’accoglienza e l’ospitalità ai pellegrini).
Il propileo (προπύλαιον) di accesso all’area sacra,
in un fotogramma estratto da video dell’Istituto Luce del 1957
Il propileo (προπύλαιον) di accesso all’area sacra, come si presenta nel 2022;
la passerella in legno al centro della foto simula la via sacra
Cartolina in B&N, con in primo piano l’edificio del katagoghion

L’Edificio B

A nord del tempio dorico si trova un altro grande edificio rettangolare (22×9 metri) definito edificio B, di cui rimangono tracce di fondazioni in calcarenite. Emerso dagli scavi aperti tra il 1987 ed il 1990 la costruzione è orientata ad Est, in modo più approssimativo rispetto al grande tempio, con un deciso spostamento dell’asse verso settentrione46. In prossimità del basamento quadrato è stato rinvenuto un horos, un cippo di confine arcaico in calcarenite, che doveva delimitare una primitiva area sacra di grande importanza.

L’ipotesi più accreditata per questo edificio è che potrebbe trattarsi del primo luogo di culto risalente alla prima metà dell’VIII sec. a.C., abbandonato poi nel V sec. a.C. quando fu costruito il tempio classico.

Tra costruzione e l’abbandono definitivo, è stato oggetto di due successivi rifacimenti. Un crollo dell’edificio ha consentivo la conservazione dei materiali ex-voto contenuti all’interno.

La presenza, in fondo alla cella rettangolare, di un basamento in blocchi di calcare, posizionato asimmetricamente, che fa pensare ad una base per una statua di culto o una mensa per le offerte; potrebbe perciò trattarsi del più antico luogo di culto dedicato alla divinità.

Vicino al cippo è stato trovato il famoso diadema d’oro, datato intorno alla metà del VI sec. a.C. e che con ogni probabilità doveva incoronare il simulacro dì Hera. Nei pressi del cippo sono stati ritrovati anche altri importanti oggetti – tra cui spiccano gli splendidi bronzetti arcaici (Gorgone, Sfinge e Sirena), prodotti in madrepatria -, che “potrebbe farci pensare ad una specie di “luogo riservato” dove potevano aver trovato collocazione doni speciali”: presso l’horos sono stati, infatti, rinvenuti la barchetta nuragica ed una borchia d’argento sulla quale è stata applicata una lamina d’oro ritagliata da un altro dono prezioso. Ed ancora: nella terra in cui era incapsulata la corona/diadema è stato rinvenuto un anello aureo.46. L’ipotesi più accreditata è perciò che dopo la fondazione del tempio maggiore (l’edificio A) questo tempio arcaico non venne demolito, ma riutilizzato come thesauròs, ossia un edificio destinato a conservarvi le offerte dei cittadini e della comunità urbana.

Per una descrizione più dettagliata dell’edificio B vedere in Spadea 199447

L’Edificio B visto da est. Foto da R. Spadea – Santuari di Hera a Crotone

La Via Sacra

La strada sacra del santuario è stata scoperta tra il I988 ed il I989, sul margine settentrionale dell’edificio B. Ne è stato scavato un tratto lungo m 58 circa e largo m 8,50 circa, con margines realizzati in blocchi di calcarenite disposti per lungo, e ne sono stati messi sinora in luce gli strati di abbandono che possono ascriversi al III secolo a.C. Costituisce l’asse mediano che attraversa longitudinalmente il temenos collegandolo con il bosco sacro, i punti di approdo e l’altra grande area sacra nelle “quote Cimino”.

Come detto in precedenza la forte erosione del margine del promontorio non consente di individuare l’ultimo tratto della strada che doveva comunque seguitare ulteriormente in direzione est e terminare in una sorta di piazzale nel quale confluivano le processioni religiose e dove, forse, si trovava l’altare di cui parlano le fonti.

Spicca la grandiosità delle dimensioni, ma questo era da attendersi se si pensa che lungo tale maestosa arteria si snodavano le processioni che andavano a concludersi sulla punta del promontorio.
Si ritiene che la strada sacra sia sorta nel momento dell’ultima fase di vita dell’ edificio B, ovvero nel primo venticinquennio del V secolo a.C., allorché il grande vigore urbanistico che anima la polis, si riflette nel santuario di Hera con la costruzione del monumentale tempio poco più a Sud dell’edificio B. È il momento della tryphé crotoniate, conseguente alla vittoria su Sibari e successivo alla partenza di Pitagora dalla città48.

Il bosco sacro.

Da Tito Livio apprendiamo dell’esistenza di un lucus, termine che in latino individua un “bosco sacro”, termine considerato equivalente al greco àlsos, c”cinto da una selva fitta e da alti abeti”. L’esistenza sul promontorio Lacinio di un bosco di alti abeti, costituito cioè da un’essenza arborea, forse relitto botanico del manto primigenio di conifere boreali, che doveva. rappresentare un’ evidente difformità nell’ambito del paesaggio vegetale, di certo mediterraneo, potrebbe avere stimolato il suo riconoscimento come luogo sacro già da parte delle comunità indigene.

Per approndire l’argomento:
Domenico Marino – Boschi sacri e giardini nell’antico Lacinio (2003)

Alcune vicende storiche

Annibale, la colonna d’oro e le sue iscrizioni

Verso la fine della seconda guerra punica, dal 207 al 203 a.C., Annibale si era ritirato nella terra dei Bretti, che era rimasta la sua ultima roccaforte in Italia, ove manteneva le posizioni.

Tito Livio racconta (Ab Urbe condita libri, XXIII, 33) che gli ambasciatori di Filippo V di Macedonia che stavano venendo in Italia per sottoscrivere un trattato con Annibale, avevano preso terra al capo Lacinio per non usare la troppo ovvia e controllata rotta diretta dall’Epiro a Brindisi.

(LA) «Qui, vitantes portus Brundisinum Tarantinumque, quia custodiis navium romanorum tenebantur ad Laciniae Iunonis templum in terra egressi sunt. Inde per Apuliam petentes Capuam, media in praesidia romana inlati .»(IT) «Costoro, evitando il porto di Brindisi e quello di Taranto, perché erano tenuti da presidi navali romani sbarcarono presso il tempio di Giunone Lacinia. Di là si diressero attraverso l’Apulia a Capua, ma incapparono in mezzo a posizioni romane

“Il rispetto dell’alleanza viene solennemente affermato alla presenza di un folto gruppo di divinità, invocate a garanzia del patto. Il testo è in greco, ma gli studiosi concordano nel giudicare il documento come la traduzione da un originale punico e nel vedere, nei primi teonimi, l’elenco delle principali divinità cartaginesi care ad Annibale. Questo il testo in Polibio XXIII, 34: «Giuramento che stringono il generale Annibale, Magone, Mircano, Barmocaro, tutti i senatori cartaginesi che sono insieme a lui e tutti i Cartaginesi che militano assieme a lui, con Senofane di Atene, iglio di Cleomaco, ambasciatore che ha inviato presso di noi il re Filippo, figlio di Demetrio, a nome suo, dei Macedoni e degli alleati. Alla presenza di Zeus, di Era e di Apollo, del Nume tutelare dei Cartaginesi, di Eracle e di Iolao; alla presenza di Ares, di Tritone e di Posidone; alla presenza degli dèi che proteggono i soldati, del sole, della luna, della terra, dei iumi, dei porti e delle acque; alla presenza di tutti gli dèi di Cartagine; alla presenza di tutti gli dèi che proteggono la Macedonia e il resto della Grecia; alla presenza di tutti gli dèi che presiedono alla guerra, di tutti gli dèi che intervengono in questo giuramento …» “49.

I delegati di Filippo V vengono avvistati al largo del capo Lacinio dai romani quando cercarono di ritornare in Macedonia (Ab Urbe condita libri, XXIII, 34):

(LA) « ad Iunonis Laciniae, ubi navis occulta in statione erat, perveniunt. Inde profecti cum altum tenerent, conspecti a classe romana sunt(IT) « Giunsero al tempio di Giunone Lacinia, dove attendeva nascosta la nave. Quando partiti di là furono al largo, li avvistò la flotta romana »

L’opinione degli studiosi è che la scelta di Annibale di collocarsi al Lacinio discenderebbe dal suo desiderio di ripercorrere le gesta di Heraklés50, seguendo il suo percorso in Italia, fino al Lacinio ove secondo una certa tradizione il semidio ne avrebbe fondato il tempio di Hera51. Così in;

(Eneide III, 552) … attollit se quia adpropinquantibus aut recedere montes videntur, aut surgere diva
lacinia contra Iunonis Laciniae templum, secundum quosdam a rege conditore dictum, secundum alios a latrone Lacino, quem illic Hercules occidit, et loco expiato Iunoni templum constituit. alii a promontorio Lacinio, quod Iunoni Thetis dono dederat, †quod ante Troicum bellum conlaticia pecunia reges populique fecerunt. quidam dicunt templum hoc Iunonis a Lacinio rege appellatum, cui dabat superbiam mater Cyrene et Hercules fugatus; namque eum post Geryonem extinctum de Hispania revertentem hospitio dicitur recipere noluisse, et in titulum repulsionis eius templum Iunoni tamquam novercae, cuius odio Hercules laborabat, condidisse. in hoc temploilludmiraculifuissedicitur, ut si quis ferro in tegula templi ipsius nomen incideret, tamdiu illa scriptura maneret, quamdiuis homo viveret, qui illud scripsisset.

E’ in questo suo desiderio di emulazione e di rispetto verso i culti di Heraklés e di Hera praticati al Lacinio, anche per quello che rappresentavano per gli alleati greci e brettii, che si collocherebbe il riguardo di Annibale verso il tempio di Hera Lacinia, ove fece incidere su una stele (στήλη) in greco e punico, il racconto delle sue gesta (Tito Livio, Ab urbe condita, 28.46.16).

(LA) « propter Iunonis Laciniae templum aestatem Hannibal egit, ibique aram condidit dedicavitque cum ingenti rerum ab se gestarum titulo, Punicis Graecisque litteris insculpto(IT) « Annibale trascorse l’estate vicino al tempio di Giunone Lacinia, dove eresse e dedicò un altare con un’iscrizione incisa in caratteri punici e greci, che esponeva, in termini pomposi, i risultati che aveva eseguito

Annibale, del resto, si era nutrito di cultura greca, aveva imparato il greco, fino a parlarlo discretamente, dallo spartano Sosilo che lo aveva poi accompagnato per tutta la guerra e ne avrebbe scritto la storia (Corn. Nep. Hann. 13)52. Della stele, andata perduta, parla anche lo storico greco Polibio, vissuto qualche decennio dopo i fatti; Polibio probabilmente visitò il santuario di Hera Lacinia e qui lesse l’iscrizione lasciata da Annibale a ricordo delle sue imprese, dalla quale trasse dati e notizie utili per la scrittura della sua Storia romana, tra cui la formazione e l’esatta consistenza dell’esercito del cartaginese53.

Pol. III, 33, 18: ἡμεῖς γὰρ εὑρόντες ἐπὶ Λακινίῳ τὴν γραφὴν ταύτην ἐν χαλκώματι κατατεταγμένην ὑπ᾽
Ἀννίβου, καθ᾽ οὓς καιροὺς ἐν τοῖς κατὰ τὴν Ἰταλίαν τόποις ἀνεστρέφετο, πάντως ἐνομίσαμεν αὐτὴν περί γετῶν τοιούτων ἀξιόπιστον εἶναι: διὸ καὶ κατακολουθεῖν εἱλόμεθα τῇ γραφῇ ταύτῃ
.

Questo atteggiamento di rispetto ed attenzione verso il santuario del Lacinio però contrasta con quanto raccontato da Celio Antipatro, citato da Cicerone, secondo cui Annibale per finanziare i costi della guerra avrebbe voluto appropriarsi di una colonna d’oro massiccio che si trovava in quello stesso tempio54; Iuno apparsagli in sogno lo ammonì di non compiere quel gesto sacrilego, minacciando di privarlo della vista anche dell’unico occhio con cui vedeva; il generale, spaventato, non solo non asportò la colonna, ma, con l’oro ricavato dal trapanamento della colonna per saggiarne il materiale, fece realizzare la statua di una piccola giovenca che pose in cima alla colonna55.


Hannibalem Coelius scribit, cum columnam auream, quae esset in fano Iunonis Laciniae, auferre vellet dubitaretque utrum ea solida esset an extrinsecus inaurata, perterebravisse, cumque solidam invenisset, statuisse tollere.
Ei secundum quietem visam esse Iunonem praedicere ne id faceret, minarique, si fecisset, se curaturam ut eum quoque oculum, quo bene videret, amitteret.
Idque ab homine acuto non esso neglectum; itaque ex eo auro, quod exterebratum esset, buculam curasse faciendam et eam in summa columna conlocavisse.
(Cicerone, De divinatione, I, XXIV, 48)

Celio (scil. Antipatro) scrive che Annibale, desideroso di portar via una colonna d’oro che si trovava presso il tempio di luno Lacinia, ma dubbioso che fosse d’oro massiccio o soltanto dorata all’esterno, la fece trapanare e, accertatosi che fosse tutta d’oro, decise di asportarla.
Durante il sonno gli apparve Giunone e lo ammonì a non farlo, minacciandolo che, se l’avesse fatto, essa gli avrebbe fatto perdere anche l’unico occhio con cui vedeva bene.
Quell’uomo sagace non trascurò l’ammonimento e, con quella parte d’oro che era stata tolta nella trapanazione, fece fare una piccola effigie d’una giovenca e la fece collocare in cima alla colonna.
(Cicerone, De divinatione, I, XXIV, 48)

La visione di Annibale nella prospettiva culturale romana, attento a rispettare la minaccia della dea contrasta ancora nel racconto di Livio del non rispetto della sacralità del luogo quando – prima della sua partenza per l’Africa, richiamato in patria dal senato cartaginese – fece trucidare i prigionieri italici che si erano rifugiati nel tempio – che era rimasto inviolato fino a quel momento.

Liv. XXX 20, 5-6:
5. iam hoc ipsum praesagiens animo praeparaverat ante naves. Itaque inutili militum turba praesidii specie in oppida Bruttii agri quae pauca metu magis quam fide continebantur dimissa, quod roboris in exercitu erat in Africam transuexit,
6. multis Italici generis, quia in Africam secuturos abnuentes concesserant in Iunonis Laciniae delubrum inviolatum ad eam diem, in templo ipso foede interfectis.

5. ma ormai da tempo prevedendo proprio questa cosa aveva allestito con anticipo le navi. E così dopo essersi disfatto di un’inutile massa di soldati con il pretesto della difesa di città del territorio bruzio, le quali rimaste in scarso numero erano raffrenate più dalla paura che dalla lealtà, trasportò in Africa tutto il nerbo dell’esercito,
6. avendo fatto prima vergognosamente trucidare nel tempio stesso tanti altri di stirpe italica che rifiutandosi di seguirlo in Africa si erano rifugiati nel santuario di Giunone Lacinia inviolato fino a quel giorno.

Liv. XXX 20, 5-6

Traduzione da Alessandro Campus, Iscrizioni che non ci sono (più), in Aristonothos, n. 17 (2021), DOI: https://doi.org/10.13130/2037-4488/15616, nota 25, p. 285-286

Cenni sulla fase di età romana

Al termine della seconda guerra punica (202 a.C.), nel 194 a.C. a Crotone vi fu dedotta una colonia romana. La localizzazione della colonia (presso il Capo Lacinio o nell’acropoli della città è ancora oggetto di discussione.


Una delle ultime ipotesi è che presso il Lacinio vi fosse un presidio sotto forma, ad esempio, di conciliabulum a scopi militari dipendente dalla colonia di diritto romano posizionata sul sito storico di Crotone. In seguito vennero costruite domus private e strutture pubbliche, tra il ben noto balneum.

Ancora molto prima degli scavi archeologici

Egli riconosce le tecniche costruttive romane e l’uso decorativo dei mosaici come prova della passata grandezza e dell’estensione del sito, che non si limitava solo alla colonna superstite ma comprendeva un intero quartiere monumentale.

Dopo poco più di un ventennio, per abbellire l’erigendo Tempio di Fortuna Equestre a Roma il console Quinto Fulvio Flacco fece smontare il tetto marmoreo del Tempio di Hera Lacinia che venne trasportato a Roma. L’operazione sollevò aspre polemiche nel Senato: l’opinione pubblica fu indignata perché il materiale era stato sottratto non in un bellum iustum, ma profittando dei poteri magistratuali. Il Senato, dopo averlo giudicato, ordina la restituzione dei marmi ai Crotoniati e di compiere sacrifici riparatori da offrire a Giunone (Hera). Ma a Kroton non si trova più nessun artigiano in grado di rimontare il tetto marmoreo (Tito Livio, Ab Urbe Condita, 42.3); un’altra ipotesi per il mancato ripristino della copertura marmorea e che “la situazione di crisi economica e sociale di Crotone che, a due decenni dalla deduzione della colonia romana, non si era ripresa dallo stato di prostazione in cui versava e quindi non era in grado di sostenere l’onere finanziario per il ripristino56.

Ulteriori saccheggi avvennero nel corso del I° sec. – probabilmente tra il 72 ed il 71 a.C., ad opera di pirati cilici e cretesi, come ricordato da Plutarco57.

Il tempio dovette restare attivo e pieno di offerte per qualche decennio, fino al 36 a.C., quando la colonia romana fu assediata ed il tempio depredato da Sesto Pompeo (Appiano, Bell. Civ., v, 133) in fuga dalla Sicilia (App. Bell. Civ., V. 14, 133). Sesto Pompeo, in lotta contro il secondo triumvirato, dopo la sconfitta nella battaglia di Nauloco il 3 settembre del 36 a.C., fuggi da Messina e da qui si imbarcò verso l’Oriente tentando di sfuggire al generale M.V. Agrippa, incaricato da Ottaviano; giunto al promontorio Lacinio, depredò il tempio di Giunone. In seguito fece vela verso Corcira e poi verso Cefalonia, per poi trovare la morte a Mileto nel 35 a.C.. L’attestazione dell’assedio è data dalla “significativa presenza di ghiande missili”58.

Sesto Pompeo potrebbe essere rimasto qualche tempo a controllare la colonia del Lacinio, o ne aveva un’influenza anche prima del suo atto sacrilego, come sembrerebbe dimostrare la presenza di numerosissimi Asses con l’immagine di Pompeo Magno distribuiti con omogeneità sino alla tarda repubblica59, anche se in realtà queste emissioni monetarie di Sesto Pompeo sono state rinvenute in diversi siti costieri del litorale tirrenico e ionico come Vibo Valentia, Locri, Scolacium e Crotone e possono essere messe in relazione con gli eventi della guerra civile di 42-36 a.C., in cui Bruttium fu direttamente coinvolto60.

La rivitalizzazione in età imperiale

Una serie di dati archeologici provano che – dopo un primo restauro ipotizzabile ed eseguito con materiali fittili, forse tra l’età tardo repubblicana e quella imperiale, si provvide ad effettuare lavori sulla copertura del tempio, mettendo in opera, tra l’altro, elementi marmorei (sima con testa leonina). Un indizio è dato in tal senso della presenza in tutta l’area del Santuario si trovano tegole timbrate al nome di quel Q. Laronius che era stato legato di Agrippa proprio in quella guerra, e fu ricompensato, dopo la vittoria, con il consolato nel 33 a.C. (Fausto Zevi, Presentazione del volume: Kroton. Studi e ricerche sulla polis achea e il suo territori, 2015)).

Questi interventi, insieme ad altre attività edilizie nel santuario – tra cui l’esecuzione di lavori per realizzare le terme annesse al complesso santuariale (come testimoniato dalla dedica epigrafica pavimentale di due duoviri quinquennalis, Lucilius Macer e Titus Annaesus Thraso), il restauro del muro in peribolo impiegando blocchi in opus quadratum, e il restauro della cella del tempio, con reimpiego di blocchi in opera reticolata – che viene ricordato dalla descrizione di von Riedesel; il viaggiatore tedesco poteva misurare l’altezza del primo filare in opera quadrata pari a palmi 7,5 sul quale vedeva poi svilupparsi l’opera reticolata (cfr. Mertens 1983, 229) – sono da mettere in relazione con tentativi di ripresa, nell’ambito di una politica religiosa romana56.

L’area sacra, come detto, venne chiusa sul versante settentrionale ed occidentale da una poderosa cinta muraria, costituita da uno zoccolo in opera quadrata e da un alzato in opera reticolata. L’accesso sul lato ovest era garantito da un’imponente porta a tenaglia, fiancheggiata da un avancorpo rettangolare con funzione di torretta difensiva; un’altra torre difensiva è stata individuata a nord del propileo. L’intera opera di fortificazione è stata attribuita da studi recenti alla prima età augustea, realizzata in seguito alla famosa razzia di Sesto Pompeo (Aversa 2006; Ruga 2013, 190-191; Medaglia 2010, 277 invece ritiene lo zoccolo in opera isodoma risalente a una fase più antica).

Tratta della cinta muraria con il propileo lungo la via sacra.
Planimetria dell’Area archeologica di Capolonna con i principali elementi di età greca e romana (da Roberto Spadea – Il Tesoro di Hera (BDA n. 88), 1994). In rosso è evidenziato il limite del temenos verso sud e verso ovest; in grigio la via sacra. A: tempio; B: edificio B; P: via sacra; H: Hestiatorion; K: Katagogion; T: temenos; TN: Torre NAO; CR: Casa Romana

Il perdurare della devozione nei confronti di Hera Lacinia in età imperiale è ancora attestato tra il 98 ed il 105 d.C. dall’ara dedicata da Oecius procuratore imperiale (libertus procurator)61, in favore di Ulpia Marciana, sorella di Traiano62.

Alcuni aspetti poco noti

Una tradizione riportata in alcuni testi informa della credenza che se qualcuno avesse inciso il proprio nome su una tegola di marmo del tempio, l’incisione sarebbe svanita nel momento della sua morte.

Qual’è l’immagine che della Dea avevano i krotoniati? Pare che una moneta di età ellenistica ne riporti una versione personificata: il volto di Hera Lacinia.

Approfondimenti

Per quanto non esposto o indicizzato in questa pagina, oltre ai diversi libri o sezioni di libri reperibili sull’argomento, rinviamo alle seguenti sezioni dei siti del GAK:

Loading

Bibliografia, Note

  1. il paragrafi ed i 3 successivi sono ripresi da: “Parco Archeologico di Capo Colonna” – sito web del Segretariato Regionale della Calabria del Mic[]
  2. Paolo Orsi, “Croton. Prima campagna di scavi al santuario di Hera Lacinia“, in N.Sc., s. V, VIII, Suppl. 1911, pp. 77-118; l’analisi della laminetta è alle pagine 94-95[]
  3. Alfonso Mele – Magna Grecia. Colonie achee e Pitagorismo (2007), p. 39[]
  4. Emanuele Greco, “Achei di Occidente e santuari extraurbani: per un riesame dei dati“, in R. Ployer – D. Svoboda-Baas (a cura di), Magnis Itineribus, 2021[]
  5. Betsey A. Robinson, Landscape and Setting in A Companion to Greek Architecture (Blackwell Companions to the Ancient World), John Wiley & Sons, 2016, pp. 10-11[]
  6. F. De Polignac, Cults, Territory, and the Origins of the Greek City-State. Chicago, 1995, pp. 102-103[]
  7. Emanuele Greco, op.cit., 2021[]
  8. Roberto Spadea – Santuari di Hera a Crotone,1997[]
  9. Enzo Lippolis, Valeria Parisi, “La ricerca archeologica e le manifestazioni rituali tra metropoli e apoikiai“,in Atti del 50% CSMG Taranto 2012, pp. 433-434[]
  10. Per i riferimenti Bibliografici – LATTANZI 1991, pp. 69-71; SPADEA 1992; SPADEA 1994; SPADEA 1996,in particolare pp. 41-80; SPADEA 1997, pp. 236-251; SPADEA 2005 – vedere Enzo Lippolis, Valeria Parisi, “La ricerca archeologica e le manifestazioni rituali tra metropoli e apoikiai“, in Atti del 50% CSMG Taranto 2012, pp. 423-455[]
  11. Nel mondo greco-classico l’asilo si configura una forma di protezione universale, indifferenziata e automatica relativa ai luoghi sacri, come santuari, poichè l’inviolabilità associata al luogo
    sacro si trasmette automaticamente, senza alcuna mediazione, a tutti coloro che vi entrano. Per approfondire: Fabrizio Mastromartino, L’asilo nella società e nella cultura greco-antica, in L’Acropoli, rivista bimestrale diretta da Giuseppe Galasso, n. 2, 2009[]
  12. Valeria Parisi – Colonie in festa. Qualche riflessione sugli aspetti archeologici delle feste nelle città della Magna Grecia (2020), 283[]
  13. Il testo dell’Alessandra con il testo riguardante Crotone ed il Lacinio è proposto in un articolo separato, riferito alla traduzione in italiano dal greco di Emanuele Ciaceri[]
  14. F. De Polignac, Cults, Territory, and the Origins of the Greek City-State. Chicago, 1995, pp. 16-17[]
  15. Mazarakis Ainian, From Rulers’ Dwellings to Temples: Architecture, Religion and Society in Early Iron Age Greece, 1997, pp. 226-234[]
  16. Roberta Belli, Scultura architettonica e officine itineranti: il caso dell’Heraion al Capo Lacinio, 2010, p. 175[]
  17. Roberta Belli Pasqua – Hestiatoria nella tradizione rituale delle colonie d’Occidente, 2012, pp. 25-26[]
  18. Enzo Lippolis, “Restauro e reimpiego nelle poleis della Grecia: esempi e forme di una prassi negata“, in Atti del convegno Selinus 2011, Roma 2016, pp. 329- 353[]
  19. Valeria Parisi – Colonie in festa. Qualche riflessione sugli aspetti archeologici delle feste nelle città della Magna Grecia (2020), p. 281-283[]
  20. Nell’antica Grecia, ἤθη (ēthē) si riferiva alle usanze, ai costumi, e alle pratiche morali di una società. Questi costumi erano profondamente radicati nella vita quotidiana e spesso riflettevano i valori e le credenze collettive.[]
  21. Andrea del Ponte – Pellegrini e migranti nelle storie di ktíseis peloponnesiache, 2016[][]
  22. A Nosside si attribuiscono dodici epigrammi di argomento soprattutto votivo, sepolcrale ed epidittico, rinvenibili nell’Antologia Palatina, consultabili in greco antico con traduzione sul sito locriantica.it[]
  23. Rif. Pseudo-Aristotele, De mirabilibus auscultationibus, 96[]
  24. Per hierà chremata si intendono i beni sacri posseduti dalla divinità e posizionati nei santuari, tra cui monete, gioielli, oggetti e beni mobili di valore, e che formano il patrimonio a disposizione del Santuario[]
  25. F. Ghinatti, Ricerche sulla Lega Italiota, « Mem. Acc. Patavina», CI. Se. Mor. 64 (1961-62), 5 e 9-10).[]
  26. La via sacra (in greco antico: Ἱερὰ Ὁδός, Hierá Hodós) è così chiamata in analogia alla strada da Atene a Eleusi che costituiva il percorso della processione dei Misteri Eleusini, celebrata in onore di Demetra e Persefone[]
  27. S.Medaglia, Carta Archeologica della Provincia di Crotone, 2010, p. 277[]
  28. LIV., XXN, 3, 7-8; VAL. MAX. 1, 8, ext. 8; PLIN. Nh. II, 240. Riferimenti in S.Medaglia 2010, Op. Cit., p. 278; nella nota 1231 una riflessione critica sulla localizzazione dell’altare. “… fama est aram esse in vestibulo templi cuius cinerem unquam moveri vento“, Livio, XXIV, 3, 7-8; “... in Laciniae Iunonis ara sub diu sita cinerem immobilem esse prestantibus undique procellis …“, da Plinio, Nh., II, 240[]
  29. Giorgio Rocco, Il ruolo delle officine itineranti cicladiche, 2010; Roberta Belli – Scultura architettonica e officine itineranti: il caso dell’Heraion al Capo Lacinio, 2010[]
  30. G.Rocco 2010, op.cit, pp. 160-161[]
  31. Per la localizzazioni di tali cave: Domenico Marino – Cave di Età Greca nella Chora meridionale di Kroton, 1996[]
  32. Roberta Belli – Le sculture frontonali del tempio di Hera Lacinia, 2009[]
  33. Bavaro, Passarelli 2008: Victor Mariano Bavaro, Gabriella Passarelli, Ipotesi ricostruttiva dell’acroterio occidentale del Tempio di Hera Lacinia, in Mezzetti 2008, 157-172.[]
  34. In Roberta Belli – L’acroterio del frontone occidentale del tempio di Hera Lacinia, da Atti del 47° convegno di studi sulla Magna Grecia, Taranto 2007, 2008, ne è proposta una ricostruzione grafica ed è così descritto l’acroterio “è costituito da due fusti che si diramano verso l’alto formando tre piani di coppie di volute sormontate da una grande palmetta e completate, sulla base del confronto con altri esemplari, da ulteriori palmette ed elementi di raccordo nei punti di tangenza delle volute lungo il profilo esterno[]
  35. Gregorio Aversa – “Lo sviluppo del santuario di Hera Lacinia: problematiche generali e nuove ipotesi”, in Roberto Spadea – Ricerche nel Santuario di Hera Lacinia, Gangemi, 2006, Fig. 23 p. 33. Esemplifica con legenda il disegno Schützenberger, da Mertens 1996, p. 339 (Mertens D., L’architettura del mondo greco d’Occidente, in G. Pugliese Carratelli (a cura di), I Greci d’Occidente (Catalogo della mostra), Milano 1996, pp. 315-346[]
  36. Roberta Belli Pasqua – Hestiatoria nella tradizione rituale delle colonie d’Occidente, 2012[]
  37. Il cosiddetto Edificio dei Sessanta letti ricordato da Diodoro (XVI 83,2.1-9). Rif.: Elisa Chiara Portale “L’immagine di Agatocle e l’arte dell’età di Agatocle“, 2013[]
  38. Florial Seiler – Un complesso di edifici pubblici nel Lacinio a Capo Colonna, in Atti Taranto XXIII, 1983, p. 231-243[][]
  39. Rachele Cava, Tesi di dottorato: “L’architettura degli edifici per il consumo di pasti in comune nello spazio del sacro tra Grecia, Magna Grecia e Sicilia.“, 2017.
    Vedere in particolare l’approfondimento su “1.3. Il pasto collettivo” pp.11-14[]
  40. Rita Sassu, “L’hestiatorion nel santuario greco: un problema interpretativo e funzionale“, in Mediterraneo antico, XII, 1-2, 2009, 317-338[]
  41. Rita Sassu, “La commensalità rituale nel santuario greco. Alcune osservazioni sul significato sociale del sacrificio cruento”, in “Il cibo e il sacro. Tradizioni e simbologie”, 2020, pp. 99-114[]
  42. Rita Sassu, op. cit., 2020, p. 109[]
  43. D.R. Calabria, Il Parco Archeologicio di Capo Colonna[]
  44. Hellmann M.Ch., L’architecture grecque, II, Paris 2006, pp. 229-231[]
  45. M.Bianchini “Alcune tipologie edilizie: l’altare, il katagogion, l’hestiatorion, l’heroon, l’abitazione“. Sull’argomento vedere anche R.B.Pasqua 2012[]
  46. R. Spadea – Santuari di Hera a Crotone, #Edificio B[][]
  47. Roberto Spadea – Il Tesoro di Hera (BDA n. 88), 1994, pp. 4-9[]
  48. Roberto Spadea – Il Tesoro di Hera (BDA n. 88), 1994, pp. 3-4[]
  49. Sergio Ribichini, “Annibale e i suoi dèi, tradotti in Magna Grecia. Un approccio comparativo“, in G. De Sensi (ed.), “La Calabria nel Mediterraneo. flussi di persone, idee e risorse. Atti del Convegno di Studi (Rende, 3-5 giugno 2013)”, Soveria Mannelli 2013, 13-41.[]
  50. Che è retoricamente suggerita dallo stesso Livio indica come utrum Hannibal hic sit aemulus itinerum Herculis, ut ipse fert? (Liv, XXI, 41,7), cioè che è proprio Annibale che pretende di essere un emulo di Heracles”[]
  51. Claudia Santi – Gli dei di Annibale, in Polygraphia 2019, n.1[]
  52. Giovanna De Sensi – Annibale, il Lacinio e l’ultima trincea sull’Istmo (2017), p. 171[]
  53. Cesare Zizza, Le iscrizioni nelle Storie di Polibio: teoria e prassi dell’uso di materiale epigrafico per (ri-)scrivere la storia (2017), in Historikà[]
  54. La presenza della colonna d’oro è riportata anche in Livio XXIV, 3: “… ex milia aberat inde templum, ipsa urbe nobilius, Laciniae Iunonis, sanctum omnibus circa populis; …. columnaque inde aurea solida facta et sacrata est ….[]
  55. M.D. Campanile, Dolo erat pugnandum, cum par non esset armis: le risorse di Annibale, 2001[]
  56. Alfredo Ruga – La copertura del tempio A,1996, p. 100[][]
  57. Plutarco, Le Vite Parallele, “Pompeo” XXIX, 6: “Le navi dei pirati erano più di mille e le città di cui si erano impadroniti quattrocento. Dei templi prima inviolabili e inaccessibili assalirono e distrussero quelli di Claro, di Didima, di Samotracia, il tempio della dea Ctonia a Ermione, quello di Asclepio a Epidauro, quelli di Poseidone all’Istmo, al Tenaro, a Calauria, quelli di Apollo ad Azio e a Leucade, quelli di Era a Samo, ad Argo e al capo Lacinio.“.
    Per un approfondimento vedere la seguente annotazione: plutarco-le-vite-parallele-pompeo-xxix-6[]
  58. Roberto Spadea, L’abitato del promontorio Lacinio e la colonia romana di Crotone, in Ricerche nel Santuario di Hera Lacinia, 2006[]
  59. E.Arslan – Archeologia urbana e moneta: il caso di Crotone, 2005, p. 93[]
  60. Paolo Visonà, Susanne Frey-Kupper – The romanization of the ager Bruttius and the evidence of coin finds. Part I, 1996, p. 81[]
  61. Un libertus procurator di Augusto indica un liberto che ricopriva una carica di procuratore, cioè un agente amministrativo o finanziario dell’imperatore Augusto, probabilmente nello specifico dei latifondi imperiali nell’area di Crotone-Petelia[]
  62. L’ara venne trovata nel 1843 in un fondo del marchese Anselmo Berlingieri. Rif. Vito Capialbi – Di un’ara dedicata alla Giunone Lacinia,1846[]