La ‘Brettia Ionica’ e la ‘Brettia Crotoniatide’

L’area costiera dello Ionio centro-settentrionale, per quanto riguarda lo studio dell’Archeologia e della Storia dei Brettii, può essere suddivisa in due macro-aree:

  • la prima (Brettia Ionica) va dalla parte più meridionale del territorio di Rossano fino al fiume Neto.
  • la seconda (Brettia Crotoniatide) va dal fiume Neto fino all’Ancinale (nel territorio di Satriano nella parte meridionale della Provincia di Catanzaro)

La costa ionica dal Trionto al Neto (Brettia Ionica)

La Brettia ionica comprende l’area costiera compresa tra il territorio di Rossano e la bassa valle del Neto. Tale territorio è particolarmente interessante per la sua collocazione tra le chorai di Thurii e Crotone. L’area ha rappresentato da sempre uno spartiacque tra i territori sibarita e crotoniate ed è stato interessato, sin dalla colonizzazione di VIII sec. a.C., dalla presenza indigena. Questa diventa peculiare e si caratterizza specificamente con la formazione della confederazione brettia.

L'area della Brettia Ionica
L’area della Brettia Ionica (fonte: Alessandro De Rose)

Dalla metà del IV sec. a.C., infatti, l’area a sud della chora di Thurii vede la formazione di diversi centri fortificati, posti sulle alture della Sila degradanti verso la costa. Si tratta di un modello occupazionale del tutto simile a quello per la Lucania centro settentrionale, in cui più siti fortificati controllano un vasto territorio e si può individuare una gerarchia fra essi. La Sibaritide meridionale è l’esempio meglio conosciuto per l’attuale Calabria di questa forma di occupazione del territorio, che si potrebbe definire tipica di Lucani e Brettii.

Questo territorio, inoltre, comprendeva Petelia, ricordata da Strabone come metropolis dei Lucani, il più importante centro politico della Brettia insieme a Consentia, e il santuario di Apollo Alaios presso Krimisa, che proprio in questa fase conosce una nuova ed importante rivitalizzazione.

Il centro di Castiglione di Paludi, per le scoperte fatte e lo stato di conservazione, è l’esempio migliore di come doveva essere strutturato un abitato fortificato brettio. Il sito, il più vicino al territorio thurino, è posto su una collina che domina il torrente Coserie, che rappresenta la via di comunicazione con la costa. La fortificazione è in opera isodoma e la porta d’accesso, a cortile rettangolare con due torri circolari, è posta a oriente. All’interno della fortificazione sono stati individuati i resti dell’abitato, caratterizzato da edifici a pianta rettangolare, la maggior parte dei quali posti lungo l’asse che collegava la porta d’accesso al centro dell’abitato.
Più a sud un sistema di fortificazioni aveva al centro l’abitato di Cerasello di Pietrapaola, posto su un colle caratterizzato da ripidi pendii, che domina il territorio circostante e controlla le vie di comunicazione tra l’interno montuoso e la costa ionica.
La fortificazione completa le difese naturali già esistenti e si sviluppa, a sud,  seguendo le curve di livello più favorevoli; a sud-ovest corre lungo il ciglio che culmina in uno spuntone roccioso. Qui si ipotizza la presenza di un corridoio e di due torri e dunque di una porta di accesso alla città. All’interno della cinta muraria sono state individuate tracce di abitato, in particolare nel versante occidentale.

Vicinissimo a Cerasello si trova il centro fortificato di Muraglie di Pietrapaola, la cui struttura muraria in opera poligonale a doppio paramento racchiude una superficie di 45 ettari. Sono state rinvenute tracce di abitato databili tra IV e III sec. a.C. Le due cinte sono da considerarsi un unico complesso di fortificazione, in cui il centro di Muraglie rappresentava il baluardo difensivo del più grande e importante centro di Cerasello.

A completare questo sistema di fortificazioni c’è il sito di Pruìja di Terravecchia, che può considerarsi il cardine meridionale dell’intero sistema insediativo brettio della sibaritide meridionale. L’area, che presenta tracce di frequentazione di epoca protostorica, venne fortificata intorno alla metà del IV sec. a.C. con un muro a doppio paramento con emplekton. Sul versante meridionale e su quello settentrionale si trovano due torri circolari; in particolare a nord è ipotizzabile la presenza di una porta d’accesso al centro, di cui sono state rinvenute tracce di abitato, caratterizzato dalla presenza di assi perpendicolari e da una stoà a destinazione pubblica.

Questo complesso sistema difensivo era basato sulla visibilità tra i vari centri fortificati, in cui il centro di Cerasello ricopriva un ruolo centrale dal punto di vista strategico, in quanto era l’unico ad avere contatto visivo con gli altri, in modo da garantire una maggiore difendibilità. Abbiamo testimonianza di questo sistema di comunicazione attraverso Polibio (X, 45-47), che lo descrive in maniera dettagliata.

A connotare ulteriormente la presenza brettia nel territorio tra Thurii e Crotone è la presenza cultuale a Punta Alice del santuario di Apollo Alaios. La conquista italica rivitalizzò l’area e proprio il santuario ne è una testimonianza. Infatti il tempio venne ricostruito sullo stesso posto e con lo stesso orientamento del precedente in età ellenistica e il nuovo edificio sacro, rifatto interamente in pietra, inglobò gli elementi del precedente. Che si tratti di una ristrutturazione caratterizzata dalla monumentalizzazione dell’edificio è testimoniato dall’evidente gusto arcaico indicativo di richiamo alla tradizione.

Nei pressi dell’edificio vennero in seguito localizzate delle strutture, probabilmente un katagògion e un hestiatèrion legati all’esercizio del culto nell’area. La ristrutturazione del tempio e la costruzione degli annessi edifici di accoglienza va messa in relazione, senza dubbio, con una considerevole ripresa del culto ed una frequentazione dell’area del santuario ad opera soprattutto dei Brettii, testimoniata dalla documentazione epigrafica rinvenuta nel luogo. In particolare, nei testi di natura pubblica rinvenuti è stata ravvisata l’indicazione di un sacerdozio eponimico ricoperto da due personaggi la cui onomastica non  lascia molti dubbi sulla loro appartenenza ad un gruppo italico.

L’importanza di tale territorio per la frequentazione italica è ulteriormente
testimoniata dalla presenza di Petelia, la metropolis dei Lucani ricordata da Strabone (VI, 1, 3 C254). I resti della città si trovano sull’ampio terrazzo in località Pianette, dove sorge l’attuale centro di Strongoli, sulla riva sinistra del fiume Neto, nei pressi della foce, che segnava il limite con il territorio di Crotone.

L’identificazione con Petelia, oltre che dalla continuità abitativa dal IV a.C. al IV d.C., è confermata dalle epigrafi romane d’età imperiale, in cui è riportato il nome della città. Dell’antico centro restano visibili alcuni tratti delle mura, costruite in blocchi squadrati di arenaria, che delimitano la spianata naturale sulla bassa valle del Neto. Dell’abitato, solo parzialmente indagato, affiorano in superficie strutture e resti ceramici databili tra il IV a.C. e il IV d.C.

In località Murge di Strongoli, inoltre, è stata localizzata un’area cultuale relativa ad un santuario e un centro fortificato caratterizzato da due cinte concentriche: all’interno della cinta superiore sono state rinvenute tracce di un abitato organizzato.

Non lontano da Petelia, in località Gangemi, è stata rinvenuta una tomba a camera di una donna con ricco corredo, databile al 325-300 a.C., tra cui fibule e un anello d’argento, coltelli e alari. Questa sepoltura testimonia l’elevato grado raggiunto dai ceti dominanti, che ostentano in questo modo la loro ricchezza e la loro posizione, vista anche la particolarità del corredo femminile.

Di particolare interesse, a tal proposito, è la tomba a camera di località Salto di Cariati, il cui corredo, costituito dalla panoplia di un guerriero italico, è direttamente connesso all’attività militare del defunto e dunque è indizio dell’importanza del personaggio e del ruolo della sfera militare per le popolazione italiche.

Il territorio circostante è interessato da una frequentazione capillare, caratterizzata dalla presenza di singole sepolture, necropoli, aree cultuali e grandi insediamenti rurali sparsi nel territorio. In particolare le fattorie erano connotate dalla presenza di fornaci per la produzione di ceramica e laterizi. Quest’attività è una delle componenti dell’economia locale, che si basava essenzialmente sulla pastorizia, l’agricoltura, lo sfruttamento delle risorse boschive e il mercenariato.

C’è da notare, infine, la scelta insediativa di questi siti, tutti posti su colli e  promontori facilmente difendibili e legati alle attività produttive, che permettevano soprattutto di controllare agevolmente le pianura sottostanti e le vie di comunicazione per la costa e per l’interno montuoso. Tale territorio, dunque, si caratterizzava per la presenza della piccola proprietà agricola, testimoniata dalla presenza di numerosi insediamenti rurali, che  rappresentavano l’ossatura dell’economia brettia, intimamente legata
al proprio territorio, ricco di risorse boschive, il legname e in particolare la pece, e particolarmente adatto ad attività quali la pastorizia, come indicano i rinvenimenti di frequentazione rurale nei territori di Bocchigliero, Campana e
Longobucco, posti alle propaggini della Sila.

Le pianure prospicienti la costa, invece, erano caratterizzate dalla coltura dell’olivo e delle vite, come fanno ipotizzare i rinvenimenti di numerose anfore da trasporto di questi prodotti.

La Brettia Crotonitiade.

La Brettia Crotonitiade  comprende l’area della costa ionica tra il Neto e l’Ancinale e il territorio interno dell’attuale Sila. Dopo la vittoriosa guerra contro Sibari, culminata con la distruzione della polis nel 510 a.C., il territorio di Crotone aveva inglobato l’intera chora sibarita. Questa situazione perdura fino alla metà del V sec. a.C., quando la sfera d’influenza crotoniate si riduce notevolmente sia per la fondazione della colonia panellenica di Thurii (444 a.C.), sia per l’espansionismo lucano, che arriva fino alla riva settentrionale del  Neto, come testimonia la presenza di Petelia.

L'area della Brettia Crotoniatide
L’area della Brettia Crotoniatide (fonte: Alessandro De Rose)

Dunque per il periodo in oggetto la chora di Crotone risulta ristretta e gli studi condotti mettono in evidenza diversi mutamenti dei modi insediativi. Nel periodo arcaico-classico si afferma un sistema di sfruttamento delle risorse agrarie basato su centri rurali autonomi e stabili, localizzati in aree strategiche ricche di risorse vitali, come l’acqua, e vicine a pianure estese adatte alle coltivazioni cerealicole, ma anche in aree interne, vicine a vallate favorevoli alla pastorizia. Intorno a queste, inoltre, ruotano centri rurali minori, creando di conseguenza un sistema insediativo capillare che si fonda su una gerarchia.

Nel corso del IV sec. a.C. si assiste ad una contrazione del popolamento rurale, dovuto ad una graduale recessione economica, per cui si passa alla fattoria di uso stagionale, legata al solo sfruttamento della terra. Le aree più interne, alle prime propaggini della Sila, invece, sono interessate da tracce di frequentazione italica. Diversi centri vanno ad occupare aree strategiche e facilmente difendibili, a controllo delle pianure prossime alla polis, ma soprattutto dei collegamenti con l’interno secondo le caratteristiche insediamentali tipiche dei Brettii.

Dunque la frequentazione italica si pone strategicamente ai limiti del territorio crotoniate. Il sito di Rocca di Neto controlla la media valle del Neto, principale asse di comunicazione tra la costa ionica e l’interno montuoso. Esso è posto nei pressi della confluenza del Vitravo nel Neto, a pochi chilometri dalla costa. Purtroppo si hanno poche notizie relativamente a rinvenimenti, a parte la menzione di una grande struttura in blocchi squadrati, indizio della fortificazione
del sito.

Medesima funzione di controllo doveva rivestire il centro identificato a Belvedere Spinello, pochi chilometri più a Nord di Rocca di Neto, da cui provengono dati relativi a tombe, che suggeriscono la presenza di insediamenti rurali nell’area.

Ulteriori dati provengono da Caccuri, sempre relative a sepolture, da Serre d’Altilia, interessato da un abitato ellenistico, e da Santa Severina, dove si hanno notizie relative alla presenza di fattorie ellenistiche, con le necropoli annesse, oltre al rinvenimento di un capitello ionico di IV-III sec. a.C. proveniente dal centro dell’abitato moderno.

Di particolare importanza, invece, doveva essere il centro localizzato sul Timpone del Castello di Cerenzia. Il sito domina l’alta valle del Lese, uno dei principali affluenti del Neto, dotato di imponenti difese naturali, è costituito da tre terrazzi, Castello, l’acropoli, Scuzza, che domina la Valle del Cornò direttamente collegata alla Vigne di Verzino, ricca di tracce di frequentazione ellenistica, e Spartìa. Tracce di una struttura in blocchi calcarei provengono dalla parte più alta del pianoro, mentre nell’area dove il pianoro si allarga maggiormente sono stati rinvenuti resti di strutture e un’area di dispersione di materiale ceramico, riferibili ad un insediamento ellenistico, che probabilmente sfruttava le notevoli risorse della montagna, in particolare il legname e la pece, che da esso si ricavava, e, naturalmente, la pastorizia con i prodotti relativi.

Poco più a sud anche il territorio di Cotronei è interessato dalla frequentazione brettia. L’area è compresa tra il corso del Neto e quel del Tacina, altro importante corso d’acqua calabrese. Qui c’è stato il rinvenimento di ceramica a vernice nera di età ellenistica, stipe votiva contenente ceramiche miniaturistiche di imitazione corinzia e d’importazione corinzia, coppe ioniche B2, coppe con orlo a filetti di produzione coloniale, riferibili ad area cultuale, posta a controllo della via di transito che doveva attraversare l’area, come testimoniato dalla presenza del ponte di prima età imperiale sul torrente Tassito, di cui rimangono ancora tracce della struttura.

Notizie relative ad una sepoltura a inumazione, priva del corredo andato  disperso, che comprendeva oggetti metallici in piombo e ferro, provengono dalla località Rivioti, databile al periodo brettio, relativa, probabilmente, ad un sito rurale.

Dall’alta valle del Tacina provengono dati relativi alla frequentazione italica dal territorio di Petilia Policastro, di cui si conosce la presenza di una fattoria in località Barco Comito, e dal territorio di Mesoraca, dove sono state localizzate, in località Vardara, sepolture ellenistiche, indizio della frequentazione rurale del territorio.

Giuseppe Celsi

Bibliografia e Testi correlati

  1. I Brettii: sintesi storica
    (  articolo del 07-11-2019)