La “Chora” di Crotone: le località archeologiche di Casabona

Articolo estratto da La Provincia KR del 07-12-2014

L’autore non è specificato dalla fonte del testo. La bibliografia è parzialmente presente. Le foto e le illustrazioni richiamate nel testo non sono presenti nella fonte.

Questo studio s’interessa dei ritrovamenti archeologici fortuiti avvenuti nel territorio limitrofo a Crotone (, e precisamente nel comune di Casabona)

I ritrovamenti, dei quali sono venuto a conoscenza, dovrebbero servire a far conoscere, soprattutto a quelle persone non addette ai lavori, la grande e singolare importanza del vastissimo hinterland crotoniate. Quanto sarà esposto ed esibito, nel corso della trattazione, si fonda esclusivamente su risultati di personali ricognizioni sul terreno, con un’adeguata documentazione fotografica.

I reperti che via via saranno esibiti non sono di mia proprietà, ma sono degli occasionali ritrovatori che mi hanno permesso di rendermi conto delle situazioni nelle quali erano stati trovati gli oggetti stessi. Per questa ragione le conclusioni non possono essere esaustive, né rigorosamente “scientifiche”, in quanto non si è trattato di scavi regolari, ma solo devastazioni vere e proprie, operate da potenti ed impietosi mezzi meccanici, i quali hanno letteralmente cancellato qualsiasi traccia di siti importantissimi, di cui le sole testimonianze superstiti sono le mie modeste fotografie, spesso scattate in condizioni disastrose ed in tutta fretta. Spesso, nonostante qualche rischio, ho avvertito le forze dell’Ordine e gli organi competenti del settore, ma la cosa dopo un blando e generico vincolo sul terreno, è finita lì, senza provocare nulla d’operativo per verificare almeno le segnalazioni.

Per rimanere coerente con l’argomento esaminerò non solo Crotone, ma tanto più la sua “Chòra”, vale a dire i territori situati nell’immediato entroterra della potente Polis di Milone e di quelli ubicati sulle fasce costiere.

Per ogni località sarà seguito un ordine cronologico ad iniziare dal Neolitico fino alla conquista romana, dal basso impero all’epoca tardo-antica o barbarica.

Ciò avverrà, è ovvio, solo per quelle che presentano un così vasto periodo di frequentazione antropica. Il tutto, mi auguro, dovrebbe servire ad una conoscenza almeno topografica ma anche storica, delle vicissitudini dell’antica Kroton e del territorio gravitante nella sua sfera economica e politica. Aprioristicamente so già che le deduzioni finali potranno essere senz’altro carenti, per il fatto che a fronte dei ritrovamenti da me verificati, chissà quanti di altri non ho avuto sentore; in ogni caso credo che sarà ugualmente possibile apportare qualche contributo più consistente alla conoscenza delle passate vicende della nostra città e del suo tormentato territorio.

Il primo grosso centro agricolo della provincia di Crotone oggetto da’ attenzione è CASABONA. Molte località di questo comune si sono rivelate assai ricche di testimonianze archeologiche d’epoche diverse. Anche qui, come altrove, le distruzioni operate da sbancamenti forestali e da lavori agricoli si contano a centinaia. E chissà quanto altro materiale antico è stato riseppellito nel silenzio omertoso di chi ha trovato o distrutto. Le poche testimonianze che sono riuscito a mettere insieme, pur numerose, rappresentano, ahimè, la minima parte di quanto sarebbe potuto essere salvato ed acquisito.

Una prima località degna d’interesse, si trova sulla sponda destra del fiume Vitravo, la cui parete, a picco sul piano di scorrimento delle acque, per effetto di smottamenti e di frane, ha evidenziato nel mese d’Agosto dell’anno 1975, un notevole frammento di muro, costruito con ciottoli fluviali a secco, che presenta, nella parte mediana, sulla sinistra, un foro rettangolare adibito ad espluvio delle acque. La costruzione appare in sostanza ben conservata.

Verso la parte destra, dove si forma lo spigolo, si è verificata una frana. L’altezza della struttura raggiunge i 2,30 metri circa e molto probabilmente è la parete esterna di un ambiente relativo ad un grosso edificio. Sulla sinistra del muro, ad un livello leggermente più basso, sono venuti in luce dei grossissimi “Pithoi” (= grandi giare per contenere derrate alimentari), alti m. 1,30; l’orlo è di tipo espanso orizzontale, in argilla ben depurata di colore rosa. La loro caratteristica peculiare, in tutto sono tre, è quella di essere stati sottoposti ad accurato restauro in epoca antica. Infatti, presentano dei consistenti e numerosi tasselli di piombo. Evidentemente erano adibiti a contenere provviste di cereali, forse grano. In uno di loro, sul fondo, sono stati ritrovati numerosi chicchi del cereale. E’ logico, perciò, che il vano nel quale i grossi contenitori ceramici erano alloggiati, servisse da granaio o deposito di derrate alimentari in genere.

L’interessante struttura muraria ed i pithoi si trovano ad oltre tre metri sotto l’attuale piano di campagna, ma non è da credere che in origine l’edificio fosse collocato sulla parete a picco della sponda fluviale. E’ chiaro, dunque, che sia rimasto interrato per effetto dei depositi alluvionali accumulatisi durante le piogge ed altresì il corso del fiume doveva essere diverso e più distante dal punto attuale. In epoca più tarda avrà subìto una o più deviazione dell’alveo, provocando in tal modo sia l’erosione della parete e sia l’evidenza della struttura.

I Pithoi, altrimenti intatti, furono vandalicamente frantumati da mani ignote ed incompetenti, alla ricerca d’inesistenti tesori nascosti e tutto il piombo dei restauri asportato. A quel punto fui obbligato, per ovvi motivi di tutela, ad avvertire le Autorità di Polizia, nella persona dell’allora dirigente, Commissario Capo di Pubblica Sicurezza, dott. Domenico Bagnato, il quale venne con me per rendersi conto della situazione. Ma, a parte ciò, non successe nulla.

Le devastazioni proseguirono. Pensate: sarebbe stato possibile, all’epoca, salvare le grandi giare! Ma non fu così. L’unica cosa che mi fu possibile documentare è una moneta di bronzo di Siracusa, un esakalkos (gr. 5,85) del periodo d’Agatocle, che reca sul D/ la testa di Persefone volta a sinistra. Sul R/ un toro cornupeta verso sinistra su linea d’esergo, in alto clava e lettera, in basso legenda IE. La datazione dell’esemplare si può collocare agli anni compresi tra il 274 ed il 216 av. Cr. (Cfr. E. Gabrici, “La monetazione bronzea della Sicilia antica”, tav. 5, 2). Per la datazione cfr. G. K. Jenkins, “Electrum coinage at Syracuse”, in “Essays presented to Stanley Robinson”, 1968 n. 151.

Quota altimetrica circa 350 m.s.l.m, è segnata dalla profonda vallata del torrente omonimo, con numerose anse a stretto raggio. Il regime idrico del corso d’acqua è irregolare e torrentizio, vale a dire secco e pietroso in estate, impetuoso nella stagione autunnale ed invernale. Sulla fascia alta del torrente, verso il monte S. Michele di S. Nicola dell’Alto lato Nord-Est, in una vasta area ricoperta dalla tipica vegetazione a macchia mediterranea collinare, L’ ENEL ha messo in opera numerosi tralicci per l’energia elettrica ad alta tensione. Durante lo scavo delle buche di fondazione per gli elettrodotti, sono riaffiorate interessanti vestigia del passato, ahimè, ancora una volta preda degli occasionale ritrovatori, che, improvvisatisi archeologi, si sono divertiti a sforacchiare il terreno, rendendolo più simile ad una groviera.

Sul declivio a valle sono state saccheggiate molte sepolture d’epoca greca, di queste alcune sono state scavate male e frettolosamente. Sono riuscito a prendere visione soltanto di una tomba e del relativo corredo e di un’altra ho potuto verificare l’unico oggetto in essa ritrovato. La sepoltura n. 1 era sostanzialmente intatta, composta da grossi blocchi di tufo squadrati e con lastre monolitiche ai due lati di chiusura. Lo scheletro, con le ossa in connessione ed in posizione supina, era orientato con la testa a Nord-Est ed i piedi a Sud-Ovest.

Le misure della tomba, coperta da tegole di terracotta, erano m. 2,15 di lunghezza e m. 0,80 di larghezza. Il piano della deposizione era in terra battuta . Sul lato destro, in un interstizio rettangolare tra i blocchi, è stata rinvenuta una lekythos panciuta, con decorazione a reticolo, alta cm. 11,5 cm., intatta e con la base modanata. E’ fornita di un’ansa a nastro ricurvo; la trombetta salvagocce è a vernice nera sbiadita. Sulla spalla e sul corpo vi sono due strisce nere intercalate da una banda a risparmio. L’argilla è di colore rosso e ben depurata.

Nei pressi della testa è stato ritrovato un alabastron a vernice nera e figure rosse. E´alto cm. 22,5 e presenta l’orlo superiore espanso; un kyma di tipo jonico ad ovuli incornicia la figura di un Erote ignudo, volante verso sinistra, con cesta nella mano protesa e capelli raccolti alla nuca: in basso globuletti e benda; la figura è delimitata da una palmetta chiusa e volute. Fa da podion alla scena una teoria di cani correnti. La base è modanata, con orlo inferiore e medio in nero, il resto è a risparmio. L’argilla del reperto è assai depurata e di colore rosa. L’alabastron è intatto e, per quanto riguarda la forma, deriva chiaramente dagli alabastra apodi attici con anse excise. Questo tipo di vaso era certamente destinato ad uso funerario (Cfr. G. Richter, “Shapes and Names of Athenian Vases”, New York, 1935, 17. Cfr. anche Beazley, Review CVA USA 2). Per quanto concerna la fattura della raffigurazione si può affermare che sia sufficientemente accettabile e ricorre spesso nella produzione ceramica apula. La datazione potrebbe essere all’incirca la seconda metà del IV secolo av.Cr. ( F. G. Lo Porto, “Civiltà indigena e penetrazione ellenica nella Lucania orientale”, tav. 41, 2,4, pag. 192). La medesima raffigurazione ricorre su numerosi esemplari simili, illustrati dal Trendall & Cambitoglou, alla tav. 232, “The alabastra group”, n. 1-2, 3, 4, 5-6, 7,8, in “The red-figured vases of Apulia”, vol. II, Late Apulian, Oxford 1982.

Altri elementi del corredi erano due vaghi di collana in terracotta, foderati in oro. Come ben si vede si trattava di una tomba fornita da un corredo sobrio. La tomba n. 2, alla cappuccina, diversamente dalla precedente, era orientata con la testa verso est ed i piedi ad Ovest, alquanto dissestata e senza pavimentazione. L’unico oggetto di corredo recuperato è stato un coperchio di una lekanis apula, in argilla rosea (foto n. 7), dipinto a vernice nera con discreta lucentezza. L’orlo ripiegato è decorato con i cani correnti; sul pomello vi sono listelli neri disposti a raggiera; sui due lati, tra palmette fiancheggiate da volute e foglie, un profilo muliebre, con la chioma ricciuta parzialmente coperta da una reticella (il kekryphalos) ornato di punte. Il coperchio, con diametro di circa cm. 16, è in frammenti, ma non lacunoso. Non è stata, invece, trovata la vasca della lekanis. Datazione: 330-320 av.Cr. ( Cfr. F.G. Lo Porto, Op. Cit., tav. 41, n. 1,1, pag. 192).

Dai corredi delle due tombe si evince subito che le due sepolture siano coeve. Le due strutture funerarie, delle quali ho avuto la possibilità d’avere visione più o meno diretta, non erano certamente isolate; prova ne sia che dalle buche praticate sul terreno e dai frammenti di tegole e coppi, disseminati un po’ dappertutto, s’arguisce che la necropoli era formata da più di dieci tombe; altre ancora attendono di essere scoperte. Di quelle saccheggiate indiscriminatamente non ho avuto notizie circa i corredi e l’orientamento degli scheletri. 

Tutti questi elementi spingono ad ipotizzare la presenza di una necropoli pertinente all’insediamento ubicato più a monte ed a distanza di un centinaio di metri dal settore delle tombe. Più in alto, nei pressi del secondo elettrodotto, ad una quota altimetrica superiore, rispetto a quella della necropoli, si notavano chiare tracce di un agglomerato di edifici. In effetti, dovunque erano stati praticati scavi, venivano alla luce tegole, frammenti di coppi poligonali e rotondi, numerose pietre, nonché frammenti di ceramica acroma ed a vernice nera. In uno di questi saggi, aperto da mani non certamente qualificate, né tanto meno ufficiali, s’era evidenziata una situazione di crollo, con uno strato di circa 70 cm. di spessore.

La struttura, probabilmente un muro d’edificio (foto n. 8 e n. 9) aveva un orientamento Nord-Sud. Il contesto non è molto chiaro, perché è stato parzialmente danneggiato dalle buche aperte per le fondazioni in cemento dei pilastrini che reggono i tralicci. Inoltre lo scavo avrebbe avuto necessità di un allargamento. Mi sono limitato, perciò, ad una sommaria pulizia di quanto affiorava della struttura e, durante tale operazione, mi è stato possibile rinvenire frammenti ceramici acromi ed a vernice nera, i quali offrono la possibilità, almeno, d’inquadrare il tutto in una cronologia più o meno definita.

Per quanto concerne la ceramica acroma (foto n. 10) sono presenti orli di grossi bacili (lèbetes), pareti d’anforoni e bordi superiori d’olle e piattelli ad orlo ricurvo (cfr. Catalogo della Mostra “Enea nel lazio”, Roma, Settembre-Dicembre 1981, pag. 204, D 99. Cfr. anche Emiliozzi, Op. cit., 1974, pag. 205, S. : Lavinium II, pag. 246). L’argilla dei frammenti è depurata, di colore rosa-chiaro o giallina. Potrebbe trattarsi di prodotti ceramici fabbricati “in loco” e questo postulerebbe la presenza di fornaci che, però, allo stato, non sono attestate. Alcuni dei frammenti sono in connessione e ciò farebbe ipotizzare che l’edificio sia stato abbandonato di colpo di colpo. La datazione dei reperti oscilla tra il IV ed il III secolo a.C.

Più interessanti e significativi sono i frammenti a vernice nera (foto n. 11). Si notano orli di coppe con baccellature, anse di Skyphoi tipo C (cfr. “Locri Epizephyrii”, vol. 1, Sansoni 1977, Claudio Sabbione, in “Problemi d’interpretazione dei materiali ceramici”, pag. 51-72). Un frammento di parete di Skyphos dipinto, (s’intravede la parte superiore di un’ara) a figure rosse e due frammenti di bronzo (i primi due in basso, a sinistra della foto) certamente resti di pentole o di colini. I frammenti ceramici si possono datare allo stesso periodo del materiale acromo e di quello rinvenuto nelle sepolture, vale a dire verso la seconda metà del IV e gli inizi del III secolo a.C. L’argilla dei frammenti a vernice nera ha un colore grigiognolo o giallo-paglierino ed appare più depurata, rispetto a quella dei cocci acromi. In tal modo anche questi potrebbero essere prodotti locali. Abbastanza vasta l’estensione del giacimento ed in questo caso si potrebbe ancora tentare di salvare l’archeozona che, forse, in antico, era occupata da un “Frourion” o da un agglomerato di grosse fattorie a conduzione agricola e pastorale. Per verificare l’una o l’altra delle ipotesi sarebbe necessario, però, un intervento con scavi regolari, condotti da personale scientificamente qualificato. Potremmo anche trovarci al cospetto di uno dei numerosi posti occupati da alcune tribù dei Brettii.

Località “Santa Lucia” (maggio 1980). Ubicata a Sud di Casabona e quasi al centro della vallata prospiciente il paese di Belvedere Spinello. Allorché mi recai a visitarla, era primavera inoltrata e quindi non mi fu possibile esaminare esaurientemente il contesto. Dai resti affioranti tra la fittissima vegetazione, mi resi conto dell’esistenza di un sito archeologico di notevole portata, occupata verosimilmente da un edificio antico di grossa rilevanza, vale a dire una “Villa Rustica” o una costruzione a carattere sacro.

Il primo reperto in evidenza era un grosso blocco di granito biancastro di forma arcuata, con uno spessore di circa 30 cm. Dalla forma (foto n. 12) si ricavava che il blocco potesse far parte di un’arcata di volta. A breve distanza c’era un altro reperto in pietra granitica (identica per colore e struttura a quell’esaminata in precedenza) e cioè un capitello con base quadrata, con doppia scanalatura e parte del fusto largo cm. 50, alto circa cm. 60; a fianco, sulla sinistra, blocchetto a forma di parallelepipedo.

I ruderi, a prima vista, potrebbero essere d’epoca imperiale romana (tra il I ed il II secolo d.C.), anche in considerazione del fatto che nelle immediate vicinanze si erano rinvenuti frammenti di ceramica sigillata con decorazioni impresse. Oltre a ciò non mi è possibile dire di più, in quanto l’erba alta e fitta non mi permisero l’acquisizione di ulteriori elementi. Comunque, sulla base dei reperti esibiti e che ancora dovrebbero essere “in situ”, si deduce che il posto nell’antichità fosse occupato da una struttura imponente ed insolita, specie dal punto di vista architettonico.