La Crotoniatide

Il territorio krotoniate, o “Crotoniatide“, che gli scrittori del XIX sec. indicavano come “Crotonitide”, è il territorio sotto l’influenza ed il controllo della polis magno-greca di Kroton; si estendeva grosso modo come l’attuale territorio della Provincia di Crotone.


La Crotoniatide in Atto Vannucci

Vediamone la descrizione fornita da Atto Vannucci in “Storia dell’Italia antica” (1873)
(Nota: nel testo originale di Vannucci viene utilizzato il termine “Crotonitide“, ma attualmente più utilizzato è il termine “Crotoniatide“, più corretto in quanto viene utilizzato il suffisso -ate che il toponomastica ha valore aggettivale e di solito indica appartenenza a una persona o una famiglia o ad un elemento geografico. Il testo sintetizza le conoscenze degli eruditi di fine XIX secolo, anche con qualche incertezza ed errori.).

Aree Egemonia Sibari, Crotone, Locri, Reggio VI sec. a.C. (De Sensi Sestito)

Dalla sponda sinistra del Tacina sino alla destra dell’Hylia che oggi è il “Calonato” (1) (2) stette la Crotonitide costeggiante dentro terra le falde della Sila e confinante coi Bruzi. Ivi belle marine e monti e valli e pianure, e aria dolce e salubre, e fertilissime terre bagnate dall’ Esaro e dal Neto di cui nei versi sono celebrate le amene rive e le ricche e odorose pasture(3).

Ivi sporgevano in mare i tre promontori lapigii (oggi Capo delle Castella, Capo Rizzuto, e Capo delli Cimiti) ricordanti gli Iapigi, antichi dominatori della contrada (4): e più oltre il grande promontorio Lacinio (Capo delle Colonne) il quale, spingendosi per otto miglia nel mare, col Capo di Leuca racchiude il golfo di Taranto; promontorio famosissimo presso gli antichi, perchè da esso come da punto ben noto prendevano le distanze delle città, dei promontori, e dei seni (5).

A sei miglia di qui sulle due rive dell’Esaro sorse la nobilissima città di Crotone fondata, a quanto fu detto, in età molto antica dagli Iapigi, e ingrandita poscia da una colonia d’Achei (6); magnifica, popolosa, ardita, guerriera, fornita di porto, con molte forze di mare e di terra, ricca di fertili campi, di commerci e d’industrie, assicurata da grandi mura di dodici miglia di giro, e da una fortezza atta a difenderla dalla parte di terra e di mare; fiorente di civiltà sopra tutte le greche d’Italia per gli ammaestramenti morali e civili che le dette Pitagora. I suoi cittadini forti in battaglia andarono gloriosi anche per loro spesse vittorie ai giochi di Olimpia: e quindi dicevasi l’ultimo dei Krotoniati essere il primo degli altri Greci (7); e le sue donne erano belle così che Zeusi le prese a modello per comporne la sovrana bellezza di Elena (8).

Per tanta abbondanza di beni la bella e beata Crotone fu posta sopra tutte le città meglio adatte a menarvi più agiata e più gioconda la vita (9). Ma nelle tristi vicende delle discordie civili se ne andò la forza antica, la prosperità, e ogni bene: e più tardi altri la vide piena di male arti, di frodi, e di brutti costumi (10). Tutti gli antichi splendori scomparvero. L’aria stessa celebrata per salubrità proverbiale, divenne malsana, come è anche oggi l’estate nella moderna Cotrone. L’ ameno Esaro è . un povero e melmoso ruscello che di antico non serba che il nome. La fortuna del luogo e del popolo è ricordata solo dalle belle e ricche monete su cui l’aquila sta simbolo dell’antica potenza (11).

E quasi senza lasciare vestigi perirono anche le vecchie città soggette a Crotone; l’antichissima Cone edificata già dai Pelasgi (12); Petelia e Macalla, forte per natura e per arte, ricordata a Strongoli da ruderi, da monete, e da epigrafi (13); Siberene (Santa Severina) attribuita da Stefano Bizantino agli Enotri ; Crimisa (Krimisa) (14) non lungi dal promontorio Crimiso detto ora punta dell’Alice e qualche altro luogo di cui appena ricordasi il nome.

Dopo il fiume Hylia – ovvero l’odierno torrente Fiumenicà , confine dei Crotoniati, continuando per la spiaggia marina, nella prima parte del golfo di Taranto, fu la Sibaritide.

Megas Hellas
La Magna Grecia meridionale, le colonie, le etnie dei fondatori

La Crotoniatide in Giuseppe De Luca

Qualche anno prima un’altro studioso napoletano, Giuseppe De Luca, in “Il reame delle due Sicilie: descrizione geografica, storica, amministrativa” (1860), p. 115-119 , aveva proposto una diversa descrizione della Crotoniatide.

“La Magna Grecia fu divisa in più repubbliche e piccoli stati indipendenti, ed è facile di distinguerle, e per le città autonome che batterono le proprie monete, e che furono le metropoli di ciascuna regione, e pe’ naturali confini posti da geografi antichi. Le regioni, in che la Magna Grecia era divisa, furono la Locride, la Caulonitide, la Scilletica, la Crotonitide, la Sibaritide o Turiatide, la Siritide o Eracleotide, la Metapontica e la regione Tarentina”.

“La Crotonitide era rinchiusa tra ‘l mare e la gran falda della Sila, e si estendeva dalla sinistra sponda del Tacina insino alla destra del Calonato, confinando co’ Brezii, e comprendendo l’odierno distretto di Cotrone. Ha una superficie di vario aspetto, interrotta da monti, da valli e da pianure, irrigata da fiumi di lungo corso, terminata dalle belle e sorridenti rive del Jonio.

E qui vennero i Japigi, i Caoni o gli Enotri, e le greche colonie degli Achei, in questi luoghi circondati di favolose tradizioni; e qui traevano a gara da tempi remotissimi, trovando fertili le terre, dolce e mite il clima, e l’aere salubre. E tanti uomini armarono per terra e per mare i Crotoniati, che sembra no, se non favolose, almeno esagerate le tavole militari che di essi rammentano gli storici. Ma per le vicende de’ tempi e per la mutata condizione delle cose, una contrada cosi celebre vedesi oggi intristita per buona parte dell’anno da aria malsana e nocevole; perché, venuta manco la popolazione, e renduto ignudo di alberi il suolo, alle pestifere esalazioni de’ ristagni del Neto si uniscono quelle delle terre argillose, che si screpolano agli ardenti raggi del sole.

La spiaggia di questa contrada s’incurva in piccoli seni, ed ha alcune punte sporgenti; e sono da notare il Capo delle Castella, il Capo Rizzuto, e più oltre quello detto delli Cimiti, i quali formavano i tre promontori i Japigi degli antichi. Nelle vicinanze dell’ultimo di questi capi furono trovati ruderi di un serbatoio di acqua di opera laterizia, ed un tempietto, e fondamenti di antiche fabbriche e pavimenti a musaico. E di qui si apre una baia profonda, sparsa d’isolotti e di scogli, la quale ha termine nel capo delle Colonne, noto nell’antica geografia col nome di Promontorio Lacinia. E sulla punta di questo promontorio sorgeva il celebre tempio di Giunone Lacinia, più celebre di Crotone stessa, dice Livio, e comune santuario degli Enotri, fondato da tempi remotissimi, e probabilmente da’ Pelasgi (15). Alla magnificenza di quel tempio concorsero tutt’i popoli della Magna Grecia, e i Crotoniati e i Sibariti sopra tutti gli altri; e molte tavole ebbe dipinte dal celebre Zeusi di Eraclea.

Davanti alla spiaggia del promontorio Lacinio, alla distanza di 10 miglia, Plinio pone l’ Isola de’ Dioscuri, cosi detta probabilmente da qualche tempietto innalzato a Castore e Polluce, numi de’ naviganti. E poco discosta di qui eravene un’altra detta di Calipso, quella stessa, secondo l’opinione degli antichi, che Omero descriveva col nome di Ogigia.

Crotone era 6 miglia lontana dal promontorio Lacinio, città primaria della regione, ed una delle più forti e più illustri della Magna Grecia. I primi fondatori furono i Japigi o i Pelasgi, ai quali in processo di tempo si aggiunse una colonia di Achei, e più tardi un’altra colonia di Corintii. E crebbe la città grandemente, e giunse a tale segno di prosperità che poté essa pure formare altre colonie, tra le quali è ricordata quella di Caulonia, e quelle mandate a Pandosia e a Terina. Ma alla sua massima potenza e gloria si levò Crotone dopo l’arrivo di Pitagora, verso l’anno 535 av. l’era volgare, il quale guadagnando con soave eloquenza i cuori di un popolo sgagliardito e corrotto, filosofando nel ginnasio, ne’ templi, net senato, seppe richiamarlo alla modestia e alla temperanza; e i giovani preferirono allora alle voluttà i doveri di uomo e di cittadino e lo studio delle lettere, e le donne stesse, deponendo gli ornamenti muliebri, li offersero in dono a Giunone protettrice della città; quindi i Crotoniati furono indirizzati al buon costume, alla sapienza, al buon governo politico.

Entrarono i Crotoniati in guerre lunghe e sanguinose, e vinsero i Sibariti, ma furono vinti da’ Locresi, e saccheggiati da’ Siracusani guidati da Agatocle. Entrarono nelle guerre tarentine e cartaginesi, e furono lacerati da partiti contrarj.

Ebbe Crotone monete sue proprie, simili a quelle delle altre città nostre di origine achea; e il tipo costante è il tripode; ma ve n’ha di altre dove vedesi la testa di Apollo o di Minerva o di Giunone, e molte co’ tipi diversi di Ercole. Ebbe templi superbi, e furono celebrati, sopra tutti gli altri, quelli di Ercole, di Apollo, delle Muse, di Cerere e di Marte. La città era circondata di forti mura, e avea nobili edifizj, e fu riguardata come la più bella città d’Italia.

Presso Crotone e dalla parte del mare era uno stagno, ricordato sotto il nome di Melimno (16), e formato di acque marine: fu prosciugato nella costruzione delle nuove mura della città, ma il sito conserva ancora il nome antico. E quivi intorno soprastante al mare si eleva un monte aprico, con belle vigne ed alberi fruttiferi sulle falde, e pascoli abbondevoli nelle alture e con fonti di acque freschissime; e fu forse l’ombroso Latimno, ricordato da Teocrito (17).

Siberena era città di questa contrada, fondata probabilmente da’ Sibariti, e nota tra gli antichi pei suoi pregiati vini. Il nome di quella città si conserva ancora in quello di S. Severina.

Petilia, detta pure Macalla da’ greci scrittori, era città antica di questa regione, fondata da coloni tessali, i quali portarono la rimembranza e il culto di Filottete, ch’era il loro patrio eroe, e al quale innalzarono un tempio ed un sepolcro. La città fu posseduta da’ Bruzii, fu alleata de’ Romani, e resisté valorosamente alle armi di Annibale, il quale non prese la città ma le rovine di Petilia. Cessate le guerre cartaginesi, i Romani fecero di riedificare e ripopolare la città, la quale crebbe prosperevolmente. Di Petilia restano lapide importanti, e monete, quasi tutte di bronzo, co’ varj tipi di Giove, Apollo, Diana, Minerva, Cerere, Marte, Ercole, ch’erano numi adorati nella città, e aveano altari e templi.

Petilia era poco discosta dalla marina del. Ionio, 15 miglia lontana da Crotone; e pare che fosse nel sito dell’attuale Strongoli, dove furono trovate iscrizioni, e le greche epigrafi più antiche; ed era in una bella situazione sopra un alto monte fortificato dalla natura e da spesse muraglie; e sono vestigj della floridezza e magnificenza della città i frammenti di colonne a canalate con capitelli dorici simili a quelli di Pesto, e molte colonne di granito di Egitto.

Nelle vicinanze di Petilia era il monte Clibano degli antichi, oggi monte Visarda (18), tra Paleocastro e S. Severina; e Bristacia, città antichissima degli Enotri, tra le sorgenti del fiume Lipuda; e più oltre della foce di questo fiume era il promontorio Crimisa, oggi punta dell’Alice, il quale tolse questo nome dalla vicina città di Crimisa. Sopra quel promontorio sorgeva un tempio sacro ad Apollo Aleo, così detto probabilmente dalle supposte peregrinazioni di Filottete; ma niun vestigio vedesi di quel tempio, forse perché il promontorio è tutto ricoverto di cedri, di aranci e di alberi di ogni sorta, che ne covrono le rovine. In quelle vicinanze furono trovate monete di Taranto, Metaponto e Petilia, e lucerne, e rottami di marmo, e rozzi vasi ch’erano forse in antichi sepolcri. E 3 miglia lontana da quel promontorio sorgeva la città di Crimisa, fondata probabilmente da’ Tessali, nel sito dell’odierna Ciro, innalzata sulle rovine della città antica. E con lo stesso nome fu noto tra gli antichi il fiume che segna il confine tra la Crotonitide e la Sibaritide, e che ne’ tempi successivi cangiò in quello d’ Ilia, ch’è da riconoscere nel Fiuminicà di oggidì, che dà nome ad un vicino promontorio, tra’ fiumicelli dell’ Arso e di s. Venere”.

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Note

  1. ndr: in realtà l’Ilia, o Hylia, è da identificare con il torrente Fiumenicà, al confine tra Crucoli e Cariati; nel XXIX secolo persisteva ancora una errata conoscenza dei nomi dei fiumi che sfociavano nel mar Ionio tra Mirto e Cirò, derivante da errori presenti già dal XVI sec. sulle carte geografiche[]
  2. Strabone, VI, 2; Tucidide, VII, 35.[]
  3. 5 Teocrito, Idill. , IV, 17-18, 21-25; Dionisio, Perieg. , 370.[]
  4. Eforo in Strabone, VI , 2.[]
  5. Plinio, III, 6, e 15 e 16 ; Mela, II, 4).) ”e perchè sulla sua punta sorse il tempio di Giunone Lacinia, detto più antico della guerra di Troia, splendido di bella architettura, di colonne, di statue, di famose pitture; e ricchissimo dei voti, e dei preziosi doni che la folla dei devoti vi recava dalle vicine e dalle lontane contrade; con intorno un sacro bosco pieno di pingui pascoli ove i greggi pascevano senza custodia di pastore, sicuri dalle insidie delle fiere e degli uomini , e aumentavano la ricchezza e il lusso del tempio” ((Livio, XXIII, 33; XXIV, 3; Cicerone, De Divinat. , 1 , 24 e De Invent. , II , 1 ; Servio, Ad Aen..III, 553; Strab., VI, 2; Plinio, XXXV, 36; Pausania , VI, 13; Vitriolo. De Giunone Lacinia, dissertatio qua templum in Crotoniati agro olim positum illustratur, Neapoli 1S12; Vito Capialbi , Di un’area dedicata alla Giunone Lacinia, Napoli 1816; Saint-Non, Voyage pittoresque de Naples et de Sicile tom. 3, p- 105, Paris 1783. []
  6. Antioco in Strabone , VI, 2; Erodoto, VII, 47[]
  7. 3 Livio, XXIII, 30; XXIV, 2 e 3; Erodoto, III, 137; V, 47; Polibio, X, 1; Strabone, VI,2; Diodoro, VIII, 17; X,3; XII, 9; XIV,103; Ovidio, Met. XV, 15 ; Plinio, III, 15; Porfirio. Vita Pythag. ^ 18; Silio Italico, XI, 18[]
  8. Cicerone, De Inventione II, 1[]
  9. Teocrito, Idill., IV, 31 e Schol. , ivi[]
  10. Petronio, Sat. 116[]
  11. Millingen, Numisni. de l’ancienne Italie pag. 17; Valentini, numismatica di Cotrone, nel Calabrese, Cosenza 1843; Carelli, Nuova Italiae veteris, Lipsiae 1850, tav. CLXXXV, n. 43 e segg.; Nola-Molisi, Cronaca dell’antichissima città di Crotone e della Magna Grecia Napoli 1619[]
  12. Apollodoro in Strabone , VI , 1[]
  13. Strabone, loc. cit. ; Livio, XXVII, 20; Virgilio, Aen.III, 402, e Servio, ivi; Appiano. Annib. VII, 29; Carelli, loc. cit. pag. 101[]
  14. Strabone, loc. cit.[]
  15. Con il nome Pelasgi i Greci dell’età classica indicavano il complesso delle popolazioni preelleniche della Grecia, generalmente considerate autoctone e antenate dei Greci stessi ma, all’epoca, ormai estinte e delle quali, peraltro, riportavano vicende confuse e contrastanti[]
  16. Per approfondire: Andrea Pesavento – “Paesaggi Crotonesi: lo stagno di Milino ed i casini vicino al molo” in Archivio Storico Crotone[]
  17. Dall’Idillio XXIV:
    BATTO: Davvero! Guarda questa vitella: le son rimasti solo gli ossi. Campa di rugiada, come la cicala?
    CORIDONE: Ma no, perdìo! La faccio pascolare in riva all’Esaro, e le do un bel mazzo di erbe tenere; e alle volte si diverte a correre sull’ombrosa collina del Latimno
    .
    Per approfondire: Giuseppe Squillace – Le fonti di Teocrito per la Crotoniatide antica (2008) in Biblioteca Digitale del GAK[]
  18. Il mons Clibanus è citato dal solo Plinio in Storia Naturale III 15 (95-96), e che potrebbe essere identificato nel Monte Fuscaldo, come riferito da Giuseppe Squillace in Op.Cit.[]