Al termine della seconda guerra punica (202 a.C.), nel 194 a.C. a Crotone vi fu dedotta una colonia romana con l’invio 300 civium romanorum. La colonia doveva assolvere alla funzione primaria di protezione dei confini marittimi, assicurando il controllo di quella linea di costa, dalla foce del Neto al capo Lacinio, ricca di approdi e importante di per sé per la navigazione nello Ionio, ma che poteva rivelarsi cruciale in un momento in cui Roma aveva ragione di temere pericoli da Oriente1. Dopo qualche anno – 173 a.C. – si verifica l’episodio sacrilego della spoliazione di parte del tetto del tempio di Hera Lacinia ordinata dal console Flaccus, come riportato da Tito Livio; è un interessante racconto storico che vogliamo approfondire.
Biografia di Flaccus
Il pretore Quinto Fulvio Flacco, della gens Fulvia, era figlio dell’omonimo Quintus Fulvius Flaccus – nato il 277 a.C. circa e morto dopo il 209 a.C. – un uomo politico 4 volte console romano verso la fine III secolo a.C. e che ebbe importanti incarichi militari durante la 2a guerra punica.
Flaccus nel 185 a.C. fu designato come edile curule e quando Gaio Decimo, il pretore urbano, morì, si propose come candidato per tale posizione, ma senza successo2. Divenne pretore nel 182 a.C. e gli fu affidata la Spagna Citeriore. Appena giunto, riuscì a scacciare i Celtiberi dalla città di Urbicua, (Liv. 40,10, 44,9).
In Spagna, in una fase di grande difficoltà (nella primavera del 180 a.C., mentre si accingeva a consegnare il suo esercito al successore T. Sempronio Gracco, assalito di sorpresa dai Celtiberi in una stretta montuosa, riuscì a stento a sconfiggere il nemico3 ) aveva promesso, per la salvezza sua e dei suoi in questo frangente, di indire giochi in onore di Giove e di costruire un tempio alla Fortuna Equestre, quindi tornò a Roma. Nel 180 a.C., al suo ritorno, gli fu concesso il trionfo, e nominato intanto console nel 179 col fratello L. Manlio Acidino Fulviano4; marciò contro i Liguri, li sconfisse di nuovo e conquistò il loro campo, tanto che, al suo ritorno a Roma, gli fu concesso un secondo trionfo5.
Come censore svolse notevole attività edilizia. Nel 174 a.c. fu impegnato nella costruzione del tempio promesso in Spagna 6. Secondo Tito Livio, Fulvio concentrò tutti i suoi sforzi per renderlo il tempio più grande e sontuoso di Roma. Forse Flacco voleva assumere la notorietà di M. Fulvio Nobiliore che legò il suo nome alla Basilica Fulvia-Aemilia, edificata dai censori del 179 a.C., e quindi con la costruzione del tempio alla Fortuna Equestre, intendeva emulare il suo predecessore e legare il suo nome e la sua memoria ad uno dei maggiori monumenti della Roma del suo tempo7.
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La spoliazione sacrilega del tempio del Lacinio
Per abbellire l’erigendo Tempio di Fortuna Equestre a Roma il console Quinto Fulvio Flacco fece smontare il tetto marmoreo del Tempio di Hera Lacinia e quindi lo fece trasportare nella capitale.
E’ stato ipotizzato che nella scelta di Flaccus di spogliare il celeberrimo tempio di Hera Lacinia fossero insiti anche diversi elementi motivazionali8:
- innovare l’architettura dei templi di Roma, che utilizzava tecniche tradizionali romane, introducendo strutture dal “sapore ellenizzante”, che richiese un impianto sistilo per il tempio9, uno schema insolito per un tempio romano e più simile “ai ritmi greci”, ma al quale si dovette ricorrere per ragioni strutturali: il peso eccezionale delle tegole di marmo richiedeva colonne più vicine (intercolumnio ridotto) per sostenere meglio la trabeazione e il tetto; altrettanto innovativo fu il trasferimento a Roma non di un’intera opera d’arte greca, ma di componenti sfuse quali le tegole in marmo, e si potrebbe supporre anche di doccioni, di antefisse, di geisa e di sime;
- recuperare la medesima tradizione mitologica che vuole Heracles passare da Roma, di ritorno con i buoi di Gerione dopo la sua X fatica, e subire il furto di parte dei Caco, e poi in Magna Grecia subire un altro furto presso il Lacinio; in ciò implicitamente celebrare le imprese militari in Spagna e sui Liguri dello stesso Flaccus, in analogia alle imprese di Annibale, identificato – dalle fonti greche coeve – con Heracles, a sua volta analogo al fenicio Melqart, e che ricalcò le orme di Heracles trasferendosi con il suo esercito dalla Spagna in Italia attraverso le Alpi, fino a raggiungere anche lui il promontorio del Lacinio;
- ancora di perpetuare il proprio nome in eterno, secondo tradizioni del tempo, incidendolo “con il ferro” sulle tegole di marmo;
- oppure portare a Roma la memoria di un luogo famoso, un riferimento simbolico estrapolato dal suo contesto naturale, tentandone di preservare la memoria; come il rinomato santuario crotoniate, associato al mito di Eracle, associato all’insegnamento di Pitagora ed alle imprese di Annibale; questo non trasferendo o replicando tutta la struttura culturale nel suo insieme, ma tramite una sola delle sue componenti, le tegole in marmo , anche se la loro asportazione avrebbe destinato il monumento ad una fatale rovina.
Le restituzione dei marmi ai Crotoniati
L’operazione di Flaccus sollevò aspre polemiche al Senato, l’opinione pubblica fu indignata perché il materiale era stato sottratto non in un bellum iustum, ma profittando dei poteri magistratuali. La “distruzione dei templi degli dei immortali” era ritenuta infatti un’operazione indegna: non si poteva pensare di costruire templi con il bottino di altri templi di popolazioni alleate (sociorum), facendoli rovinare, come se gli dei immortali non fossero gli stessi ovunque!
Per di più era percepito come scandoloso che Flaccus da censore era incaricato di vigilare sui costumi, ma abusando dei suoi poteri aveva saccheggiato il santuario più venerato del sud d’Italia, che né Pirro né Annibale avevano osato toccare!
L’Heraion a quei tempi, inoltre, non era affatto abbandonato a se stesso: durante la seconda guerra punica va ricordato il tentativo di Annibale di rubare la colonna d’oro, e poi il successivo posizionamento dello stesso Annibale di una stele (στήλη) in greco e punico con incise il racconto delle sue gesta (Tito Livio, Ab urbe condita, 28.46.16); inoltre anche dopo la fine della guerra continuava ad essere un luogo di culto frequentato, senza discontinuità, secondo le indagini archeologiche condotte da Roberto Spadea10.
L’azione di Flaccus era comunque emblematica di tanti altri comportamenti dell’aristocrazia romana nei confronti delle comunità alleate in quanto “era inevitabile che le differenze di status tra Roma e le comunità alleate si manifestassero nel comportamento sociale” 11.
Il Senato, dopo averlo giudicato, ordinò la restituzione dei marmi ai Crotoniati (ut eae tegulae reportandae in templum locarentur) e di compiere sacrifici riparatori da offrire a Giunone (Hera), che vengono scrupolosamenti eseguiti (piaculariaque … cum cura facta). Il piaculum è la colpa da espiare con l’effrazione di un rituale (che Livio non specifica quale sia) per ristabilire un corretto rapporto con il divino: una colpa contro la legge sacra (piaculum esto) non può che essere espiata (piaculum dato)12. Ma, per quanto riguarda il ripristino del tetto dell’Heraion del Lacinio, a Crotone non si trova più nessun artigiano in grado di trovare una soluzione per rimontare le tegole.
Secondo A.Ruga la decisione del Senato, oltre agli aspetti etico-morali già evidenziati da Livio, potrebbe contenere degli elementi politici, nel senso che probabilmente si intendeva opporsi all’innovazione del tetto in marmo per l’edilizia templare a Roma in luogo del consueto tetto fittile, in quanto il programma edilizio di Q. Fulvio Flaccus, non venne bloccato del tutto ed il tempio della Fortuna Equestris venne completato, così che potè essere dedicato il 13 agosto del medesimo 173 a.C.13.
In tutto questo deve evidenziarsi l’irrelevanza politica e culturale di Crotone in quel contesto storico. Era, infatti, una città oramai pienamente colonia romana, in cui l’elemento culturale greco era stato privato dell’aristocrazia14 ed in profonda crisi demografica rispetto al glorioso passato, ma integrata da elementi brettii e da coloni romani. Si nota che nel racconto di T.Livio:
- Crotone non fu in grado di impedire la spoliazione;
- Crotone non ebbe alcun ruolo nella decisione del Senato di riportare i marmi al Lacinio
Il mancato riposizionamento del tetto in marmo
I marmi riportati al Capo Lacinio, furono lasciati abbandonati nell’area del tempio poiché in città – secondo Livio – non fu possibile trovare artigiani capaci di ricollocare le tegole al loro posto.
Una delle ipotesi è legata sempre alle difficoltà di una città in declino: “c’é da osservare che la città non fu neppure in grado di sostenere la spesa, né ebbe la capacità, se realmente tali artifices mancavano, di farli arrivare da altri luoghi“15. In altri termini, Crotone non aveva nè risorse immediate da investire (ma avrebbe dovuto provvedere l’amministrazione della colonia romana, non il governo locale magno-greco che non esisteva più), nè maestranze locali in grado di operare la rimessa n opera delle tegole, nè poteva farle venire da altri luoghi della Grecia e forse non si trattava solo di denaro poiché si trattava di un’opera non semplice e che che poteva compromettere la stabilità della struttura templare. Vedremo fra un attimo che forse quest’ultima è l’ipotesi più accreditata, legata alla difficoltà di realizzazione di un tetto con tegole in marmo.
Per L. La Rocca fatto nessun artigiano locale fosse capace di rimettere le tegole al loro posto non deve meravigliare “più di tanto, poiché l’uso di tegole in marmo in luogo di quelle in terracotta era un’eccezione anche per i templi della Magna Grecia“16.
Il tetto in marmo del Santuario di Hera Lacinia non era l’unico fatto con questo materiale, ma si trattava di una scelta che restava comunque riservata a pochi casi; c’erano problemi pratici, il marmo è molto pesante e richiede una struttura in grado di sostenerlo; inoltre, in Magna Grecia, il marmo era scarsamente disponibile e ciò rendeva dispendioso e difficoltoso l’approvvigionamento dalla madrepatria17.
Precisiamo meglio riportando un estratto da M.C.Conti 2020 p. 7818: la realizzazione di tetti in marmo, favorita dall’esistenza delle cave di questo materiale, è diffusamente attestata in ambito cicladico fin dagli inizi del VI sec. a.C., mentre in altre aree del mondo greco, per le quali l’adozione di simili coperture rendeva necessaria l’importazione della materia prima, i tetti marmorei acquistano solitamente un carattere di eccezionalità e si collegano a committenze di particolare prestigio e a edifici di notevole rilevanza architettonica.
La scelta del marmo comportava infatti spese ingenti, imposte non solo dal trasporto ma anche dall’intervento di scalpellini e artigiani specializzati nel luogo di destinazione del materiale. Si tratta in realtà di vere e proprie officine itineranti, provenienti dalle Cicladi e viaggianti al seguito dei carichi del prezioso marmo insulare, attive sui cantieri dei grandi edifici templari e responsabili della realizzazione dei pezzi architettonici e scultorei (piuttosto che della finitura di elementi prefabbricati ed esportati con un livello avanzato di sbozzatura) nonché, verosimilmente, della progettazione della parte strutturale e delle forme dei tetti.
Nella Grecia di Occidente i tetti con elementi realizzati con il marmo insulare, per lo più proveniente da Paros, fanno la loro comparsa tardivamente rispetto alla Madrepatria e si concentrano, nell’arco di poco più di un cinquantennio, nel V sec. a.C. (il tetto del tempio di Hera a Capo Lacinio, è stato realizzato intorno al 470 a.C, vedere la nota 28 a p. 79).
L’attuale consistenza numerica e lo stato di conservazione dei reperti non permettono tuttavia di stabilire se l’adozione del marmo riguardasse in tutti i casi l’intera copertura o soltanto alcune parti del tetto, come le sime con le file perimetrali delle tegole e dei coppi, gli elementi decorativi collocati al colmo degli spioventi e le sculture acroteriali ai vertici dei frontoni19.
Le informazioni archeologiche e gli studi architettonici indicano chiaramente che la copertura marmorea non era stata opera di artigiani locali, e neanche la posa in opera delle tegole; queste maestranze cicladiche avevano operato a Crotone circa 3 secoli prima; pur ammettendo la formazione di maestranza locali durante la costruzione, non si trattava di un’arte costruttiva che si poteva applicare ad altre realizzazioni, e dunque sarà stata persa. D’altra parte la struttura della copertura è piuttosto complessa

La malasorte di Flaccus e del tempio della Fortunae Equestris,
Il tempio della Fortuna Equestre venne poi completato e dedicato alla Dea alla fine del mandato di Flacco come censore il 13 agosto del 173 a.C. 21.
Per l’ipotesi di localizzazione del tempio della Fortuna Equestre vedere in:
https://www.romanoimpero.com/2018/01/tempio-della-fortuna-equestre.html
oppure in https://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_della_Fortuna_equestre.
Dopo l’incarico di censore, Q.F. Flacco nel 173 a.C. fu nominato pontifex, un importante incarico di natura religiosa, nell’ambito del collegio sacerdotale romano. Tuttavia, ben presto cominciarono a manifestarsi in lui chiari segni di instabilità mentale. Secondo la tradizione romana, come riporta Livio (Ab Urbe condita, 42.28), tale squilibrio era universalmente interpretato come la punizione divina di Giunone Lacinia per il sacrilegio compiuto in precedenza. Quando poi gli giunse notizia che dei suoi due figli, che combattevano in Illiria, uno fosse morto e l’altro gravemente malato, si impiccò nella sua camera da letto.
Alter ex sacerdotibus qui eo anno mortuus est Q. Fulvius Flaccus pontifex, qui superiore anno censor fuerat. Is mortem adeo tristi modo obiit ut filios duos in Illyrico agentes ambo infortunio oppressos accepisset, alterum mortuum, alterum in extremis aegrotare; luctu atque sollicitudine animo aeger factus esset, eumque servis intrantibus in cubiculum mane laqueo vitam abstinuisse invenirent. Fuisse eum mente captum iam in censoria magistratu finiendo credebatur, et vulgo opinio erat a Iunone Lacinia, quod templum eius violasset, insanisse.
Livy, Ab Urbe condita 42.28
L’altro sacerdote che morì quell’anno fu Quinto Fulvio Flacco, pontefice, il quale era stato censore l’anno precedente. Egli incontrò una morte così tragica che, avendo ricevuto notizia che i suoi due figli, impegnati in Illiria, erano stati entrambi colpiti dalla sventura — l’uno morto, l’altro gravemente infermo —, ne fu tanto afflitto e angosciato da perdere la ragione; e i suoi schiavi, entrando la mattina nella sua stanza, lo trovarono impiccato, avendo egli posto fine alla propria vita. Si riteneva che fosse già uscito di senno alla conclusione del suo mandato censorio, e presso tutti era diffusa l’opinione che fosse impazzito per l’ira di Giunone Lacinia, poiché aveva profanato il suo tempio. Al posto di Emilio fu nominato decemviro per i riti sacri Marco Valerio Messala; al posto di Fulvio fu scelto come pontefice Gaio Domizio Enobarbo, un giovane.
Livy, Ab Urbe condita 42.28
L’episodio è presente anche in Valerio Massimo:
Q. autem Fulvius Flaccus inpune non tulit, quod in censura tegulas marmoreas ex Iunonis Laciniae templo in aedem Fortunae equestris, quam Romae faciebat, transtulit: negatur enim post hoc factum mente constitisse. Quin etiam per summam aegritudinem animi expiravit, cum ex duobus filiis in Illyrico militantibus alterum decessisse, alterum graviter audisset adfectum. Cuius casu motus senatus tegulas Locros reportandas curavit decretique circumspectissima sanctitate impium opus censoris retexuit.
Valerio Massimo, Facta et Dicta Memorabilia, V. Max. 1.1.20
Quinto Fulvio Flacco, tuttavia, non la passò impunita (“inpune non tulit”), perché, mentre era censore, aveva trasferito le tegole di marmo dal tempio di Giunone Lacinia al tempio della Fortuna Equestre, che stava costruendo a Roma: si afferma infatti che dopo quell’azione non abbia più avuto pieno possesso della sua mente. Anzi, spirò a causa di un dolore estremo quando seppe che, dei due figli che prestavano servizio militare in Illirico, uno era morto e l’altro era stato colpito gravemente. Commosso da questa sventura, il senato provvide a far riportare le tegole a Locri e, con la massima solennità religiosa, annullò con un decreto l’opera empia del censore.
Valerio Massimo, Facta et Dicta Memorabilia, V. Max. 1.1.20
Notare l’errore della fonte, Valerio Massimo, che indica “Locros”, Locri Epizefiri, invece di Crotone; inoltre l’anacronismo, rispetto al racconto di Livio, della restituzione delle tegole a Crotone dopo la morte di Flaccus.
Sebbene i romani considerassero il suicidio onorevole in alcune circostanze, quello di Fulvio era visto come una prova della sua instabilità mentale.
Ma anche il tempio della Fortunae Equestris, non ebbe buona sorte. Era stato edificato nella zona del Campo Marzio, e nel 55 a.C. gli venne costruito vicino il teatro di Pompeo. Il tempio scompare prima del 22 d.C.: probabilmente fu distrutto durante l’incendio del teatro di Pompeo del 21 d.C., non ne esistono resti archeologici e la sua posizione esatta è una questione piuttosto dibattuta ancora oggi 22.
Le informazioni archeologiche sulle tegole del tetto del tempio del Lacinio
Nonostante la spoliazione delle tegole di marmo del tetto e la mancata ricollocazione, l’area del Lacinio continua ad essere attenzionata dal governo locale romano, come dimostra il balneum edificato nel I° secolo dai duoviri quinquennales «ex s(enatus) c(onsulto)», a testimonianza che in questa fase non “è più la città ma la colonia (romana) ad avere cura del santuario“23. Tra l’età tardo-repubblicana e quella augustea vengono inoltre realizzati lavori di restauro e di rafforzamento delle opere di fortificazione dell’area sacra, prova dell’attenzione riservata all’amministrazione romana ad un’area sacra dal passato glorioso e dalla funzione religiosa ancora significativa, come dimostra l’ara con dedica ad Hera Lacinia che tra il 98 ed il 105 d.C. viene dedicata da Oecius procuratore imperiale (libertus procurator), in favore di Ulpia Marciana, sorella di Traiano24.
Per informazioni complessive sull’Heraion del Lacinio:
Livio precisa che le tegole erano in marmo (tegulae marmoreae) , e che Flaccus non le aveva rimosse del tutto, ma solo per metà poichè gli sarebbe bastata solo una parte. Dopo l’intervento del senato le tegole vennero riportate al tempio del Lacinio, furono lasciate nell’area del tempio (tegulas relictas in area templi), ma non furono ricollocate sul tetto poichè “perché nessun artigiano è stato in grado di seguire una procedura di ripristino” (quia reponendarum nemo artifex inire rationem potuerit). Nel seguito dell’età romana il tempio fu comunque mantenuto in vita e oggetto di manutenzioni; pur con delle incertezze si può ipotizzare che il tempio venne ricoperto con tegole ordinarie di terracotta25.
Diverse pubblicazioni riportano notizie circa la presenza delle tegole in marmo presso i resti del tempio, ad esempio P.D. Pierre Grimal 196426 riporta “Poco dopo il 1870 fu trovato un enorme deposito di tegole di marmo accuratamente disposte vicino al Tempio di Hera Lacinia; indubbiamente, queste erano proprio quelle che il censore era stato obbligato a restituire e che erano rimaste indisturbate fin dal tempo antico. È superfluo aggiungere che molti di questi reperti furono immediatamente venduti a marmisti e calcinai, mentre il resto fu disperso in questa e quella collezione privata“. Ancora Silvia Stassi nel riportare Donderer 199327 indica in nota 113: “Tali tegole furono effettivamente rinvenute i primi del Novecento, accuratamente posizionate sul terreno antistante il tempio”.
Entrambe queste citazioni in realtà fanno riferimento a quanto scrisse François Lenormant che, dopo avere visitato Crotone nel 1881, durante il suo viaggio di studio in Calabria, descrisse quanto vide ed apprese nella sua opera La Grande Grèce. Nel Vol II, Littorale de la mer Ionienne, racconta che “pochi anni or sono, in un campo presso le rovine del tempio, si rinvenne nel suolo un deposito considerevole di grandi tegole di marmo, perfettamente intatte ed accuratamente raccolte. Si trattava di certo di quelle tegole di cui cui Tito Livio racconta il furto e la restituzione. Tale deposito venne disperso di qua e di là e venduto“. Lenormant poi dice avere visto molte di queste tegole nel “Museo provinciale di Catanzaro e nel palazzo del barone Barracco (Berlingieri) in Crotone, nonchè presso il marchese Lucifero. Qualcuna si vede ancora nel fattorie del Capo delle Colonne, sicchè sarebbe assai facile procurarsene dei campioni” per un museo.
La possibilità che il gruppo di tegole in marmo, originariamente riportato a Crotone nel II^ secolo a.C., fosse rimasto indisturbato per quasi 2 millenni e poi ritrovato intorno al 1870, è sorprendente se si richiama la storia del depredamento dei resti del tempio e dell’evoluzione della città, in particolare dall’età moderna in poi. L’entità, la natura dei marmi ritrovati, ed il loro riutilizzo restano difficili da dimostrare. Anche il ritrovamento di Paolo Orsi tra 1910 e 1911 si riferisce a pochi frammenti. Il riutilizzo in parti di edifici nobiliari o in chiese è piuttosto probabile. Viene segnalato che una tegola, intera, era posizionata come soglia della sacrestia della chiesa di Capo Colonna.
Il riutilizzo di componenti di templi demoliti era già stato effettuato in età antica, oltre che sullo stesso Lacinio, anche per il tempio arcaico di Apollo Aleo a Punta Alice, quando venne realizzato il grande tempio ellenistico. Ma si trattava di demolizione e ricostruzione nello stesso luogo e per le esigenze religiose della stessa comunità. Dalla fine dell’età imperiale romana con l’avvento del Cristianesimo come unica religione, i templi greci finirono per essere volontariamente distrutti ed abbandonati; nel seguito vennero riutilizzati i materiali dei templi ed edifici che avevano perso la loro funzione originaria; P.D. Pierre Grimal 1964 riporta ad ed es. (pp. 210-211) che “nobili ricchi e ordini religiosi benestanti leggevano i monumenti antichi come cave che avrebbero fornito i materiali necessari per i loro palazzi o monasteri, o li esploravano con il solo scopo – inutile dirlo – di scoprire tesori. I gesuiti di Policoro in Calabria, ad esempio, sfruttarono sistematicamente il sito di Heraklea, e De Noa, il delegato francese che viaggiò in Calabria poco dopo Swinburne, li accusò duramente di aver «esplorato clandestinamente le rovine della città con il solo scopo di arricchirsi». Portavano via tutto il marmo che potevano trovare, trasformandolo a tal punto che non rimase più alcuna traccia visibile del sito dove erano stati presi.”
Ed ancora P.D. Pierre Grimal, a proposito del tempio del Capo Lacinio, riporta che “era ancora in piedi all’inizio del XVI secolo … Tuttavia, il suo destino era imminente, poiché al Vescovo Antonio Lucifero venne in mente che quel materiale sarebbe stato estremamente utile per il palazzo episcopale che stava costruendo a Cotrone. Il tempio fu demolito tra il 1510 e il 1521; e solo due delle sue colonne rimasero in piedi, una delle quali crollò successivamente a causa del terremoto del 163828. I Templi di Paestum ebbero una sorte migliore; le loro colonne erano in rovina, di scarso valore e non attraevano i costruttori“.
Al di la di questo generalizzato riutilizzo dei resti delle antiche strutture per soddisfare esigenze edilizie civili private e religiose, M. Corrado riporta che il riutilizzo sistematico dei materiali presso il Santuario Lacinio sia avvenuto per esigenze militari per l’ammodernamento della fortezza di Crotone – il castello detto di Carlo V – già dal 1541, un sacrificio necessario per la “faraonica opera pubblica”, “sfruttando la gabella di Nao con
il consenso vescovile come cava di materiale da costruzione”; il fatto che le due colonne del tempio del periptero erano incora in piedi 50 anni dopo, al tempo della stesura del Codice Romano Carratelli (circa 1594-1597), lascia intendere che si era trattato di una scelta precisa necessaria poichè costituivano un riferimento sicuro per la marineria mediterranea29, tant’è che praticamente nello stesso luogo nel XIX secolo verrà costruito il faro, ai margini dell’area sacra magno-greca.
Informazioni più certe sulla presenza delle antiche tegole in marmo sono fornite dalla ricerca archeologica del XX sec.; tra i diversi materiali e reperti recuperati in occasione dei primi scavi fatti eseguiti da Paolo Orsi nel 1910, compaiono proprio i resti di un acroterio a volute “trovati sul fronte occidentale del tempio, ed a circa 7 metri di distanza da esso”, ed alcune delle tegole di marmo pertinenti alla copertura dell’edificio e due doccioni a protome leonina, conservati parzialmente. Del tetto di marmo furono rinvenuti a più riprese nell’area frammenti di embrici e di coppi. Si conservano frammenti di sei coppi con sezione variabile (da poligonale a triangolare), e di undici embrici; questi ultimi presentano uno spessore decrescente che permetteva di dare già un’inclinazione al pezzo e di scaricare il peso, notevole, della copertura; nei singoli esemplari erano inoltre ricavati alloggiamenti per favorirne l’incastro e in un esemplare si conserva anche il perno in ferro, che serviva per fissare la tegola alla carpenteria sottostante. Gli accorgimenti tecnici, la complessità del montaggio e l’accuratezza della realizzazione necessita e testimonia, evidentemente, la presenza di maestranze altamente specializzate ed esperte di questo genere di attività, il materiale con cui è realizzata la maggior parte delle tegole rinvenute è il marmo di Paros30.
Nel tempio di Hera Lacinia si impiega il marmo per la copertura del tetto e, fatto ancor più notevole, si decora il frontone in arenaria locale con strutture di marmo insulare, alla ricerca di un effetto coloristico, che risente certamente di influssi siciliani nell’ accostamento di due diversi materiali 31. Il tempio di Hera Lacinio è in marmo come il del tempio di Athena di Siracusa, anche se è nell’insieme un po’ più piccolo (di ca. 1/10 nelle dimensioni di massima)32.
I pezzi della copertura in marmo recuperati dall’area archeologica di Capo Colonna sono conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone e descritti nel catalogo pubblicato da Alfredo Ruga13.

Fonte: Wikimedia

Fonte: MIC-Catalogo Generale dei Beni Culturali
Tito Livio, Ab Urbe Condita, 42.3
Traduzione libera
(1) Il 174 a.C. il tempio di Giunone (Hera) Lacinia fu spogliato del suo tetto. Quinto Fulvio Flacco, come censore, stava costruendo il tempio di Fortuna Equestris che aveva giurato mentre era pretore in Spagna durante la guerra celtiberica, sforzandosi zelantemente che non ci fosse un tempio a Roma più grande o più splendido.
(2) Considerando che aggiungerebbe grande bellezza al tempio se le tegole fossero di marmo, partì per Bruttium e spogliò il tempio di Giunone Lacinia delle sue tegole fino a metà del loro numero, pensando che fossero sufficienti a coprire l’edificio che ora veniva eretto.
(3) Le navi furono preparate per caricarle e trasportarle, impedendo agli abitanti dell’ufficio del censore di proibire il sacrilegio. Quando il censore tornò, le tessere furono scaricate dalle navi e furono portate al tempio.
(4) Anche se non è stato detto nulla sul luogo in cui sono stati ottenuti, tuttavia un tale atto non si poteva nascondere.
(5) Di conseguenza vi fu una protesta nel senato: da tutte le parti fu fatta richiesta ai consoli di porre la questione. Ma quando il censore fu convocato ed entrò in senato si addolorò a morte avendo udito che un figlio era stato ucciso, e tutti lo hanno attaccarono più violentemente:
(6) il santuario più venerabile di quella regione, un santuario che né Pirro né Annibale avevano violato, non solo non gli era bastato di averlo violato, ma ne aveva vergognosamente derubato la sua copertura e quasi distrutta.
(7) Fu rimosso il culmine del tempio, e il tetto, privato della sua copertura, fu esposto alle piogge perché marcisse. È forse per questo che si elegge un censore, incaricato di sorvegliare i costumi pubblici? A lui era stato affidato, secondo l’antica tradizione, il compito di controllare che gli edifici destinati al culto pubblico fossero coperti ed in buono stato.
(8) Eppure proprio costui andava errando tra le città degli alleati, devastandone i templi e strappando i tetti dei loro edifici sacri. Una simile condotta sarebbe stata considerata disonorevole perfino nel caso di edifici privati degli alleati, ma lui stava demolendo i templi degli dei immortali.
(9) Abbellendo un tempio costruito con le rovine di un altro, egli stava coinvolgendo il popolo romano nella colpa di empietà, come se gli dei immortali non fossero gli stessi ovunque, ma alcuni dovessero essere onorati e adornati con le spoglie di altri.
(10) Quando fu chiaro, prima che fosse presa la votazione, quale fosse il sentimento dei Padri, quando fu presentata la mozione, tutti all’unanimità decretarono di riportare le tegole al tempio e che dovevano essere offerte espiazioni a Giunone.
(11) Le questioni relative all’espiazione sono state scrupolosamente eseguite; gli appaltatori riferirono che le tegole erano state lasciate nella corte del tempio perché nessun operaio poteva escogitare un piano per sostituirle.
Testo originale in latino
(1) Eodem anno aedis Iunonis Laciniae detecta. Q. Fulvius Flaccus censor aedem Fortunae equestris, quam in Hispania praetor bello Celtiberico voverat, faciebat enixo studio, ne ullum Romae amplius aut magnificentius templum esset.
(2) magnum ornatum ei templo ratus adiecturum, si tegulae marmoreae essent, profectus in Bruttios aedem Iunonis Laciniae ad partem dimidiam detegit, id satis fore ratus ad tegendum, quod aedificaretur.
(3) naves paratae fuerunt, quae tollerent atque asportarent, auctoritate censoria sociis deterritis id sacrilegium prohibere.
(4) postquam censor rediit, tegulae expositae de navibus ad templum portabantur.
(5) quamquam, unde essent, silebatur, non tamen celari potuit. fremitus igitur in curia ortus est; ex omnibus partibus postulabatur, ut consules eam rem ad senatum referrent. ut vero accersitus in curiam censor venit, multo infestius singuli universique praesentem lacerare:
(6) templum augustissimum regionis eius, quod non Pyrrhus, non Hannibal violassent, violare parum habuisse, nisi detexisset foede ac prope diruisset.
(7) detractum culmen templo, nudatum tectum patere imbribus putrefaciendum. ad id censorem moribus regendis creatum? cui sarta tecta exigere sacris publicis et loca … tuenda more maiorum traditum esset,
(8) eum per sociorum urbes diruentem templa nudantemque tecta aedium sacrarum vagari ! et quod, si in privatis sociorum aedificiis faceret, indignum videri posset, id eum templa deum immortalium demolientem facere,
(9) et obstringere religione populum Romanum, ruinis templorum templa aedificantem, tamquam non iidem ubique di immortales sint, sed spoliis aliorum alii colendi exornandique ! cum,
(10) priusquam referretur, appareret, quid sentirent patres, relatione facta in unam omnes sententiam ierunt, ut eae tegulae reportandae in templum locarentur piaculariaque Iunoni fierent.
(11) quae ad religionem pertinebant, cum cura facta; tegulas relictas in area templi, quia reponendarum nemo artifex inire rationem potuerit, redemptores nuntiarunt
Titi Livi ab urbe condita libri editionem priman curavit Guilelmus Weissenborn editio altera auam curavit Mauritius Mueller Pars IV. Libri XLI-CXLII Fragmenta. Index. Titus Livius. W. Weissenborn. H. J. Müller. Leipzig. Teubner. 1911. 4.

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Bibliografia, Note
- Giovanna De Sensi, Maria Intrieri – Crotone in età greca e romana, 1992, p. 74-75[↩]
- Gianpaolo Urso, Precursori dei Gracchi? Ricerca del consenso e prime tentazioni “populiste” nella media repubblica, in Popularitas, Ricerca del consenso e “populismo” in Roma antica, 2021, pp. 71-101. «Liv. 39.39.9-14»[↩]
- Fulvio Flacco, Quinto – Enciclopedia – Treccani[↩]
- Tito Livio, Ab Urbe condita, XL, 43; si trattava di un suo fratello adottivo, caso unico dove due fratelli furono consoli nello stesso tempo[↩]
- Giuseppe Cardinali, Quinto Fulvio Flacco in Enciclopedia Italiana, Treccani, 1932[↩]
- Rif. Il Tempio della Fortuna Equestre in RomanoImpero.com[↩]
- Manuel Salinas de Frías, Quintus Fulvius Q. F. Flaccus, Studia Historica Historia Antigua 7, 2010 – archivio BD-Gak[↩]
- Eugenio La Rocca, “La bellezza di Roma, ovvero gli spazi della memoria e dell’identità. Alcuni aspetti urbanistici tra Repubblica e Impero”, Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma CXIII – n.s. XXII, pp. 43-77, 2012[↩]
- L’impianto sistilo (“systylos” in latino, da syn- “insieme” + stylos “colonna”) è uno dei cinque tipi di disposizione del colonnato peristilio descritti da Vitruvio nel Libro III del De architectura (capitoli 2–3), in relazione alla distanza tra le colonne, cioè l’intercolumnio che per il sistilo è pari a 2 diametri della colonna; approfondimenti in Francesco Benelli, «Dicie Vitruvio» Antonio da Sangallo il Giovane e il De Architectura, 2024[↩]
- Roberto Spadea, «Santuari di Hera a Crotone». Héra. Images, espaces, cultes, édité par Juliette de La Genière, Publications du Centre Jean Bérard, 1997, https://doi.org/10.4000/books.pcjb.954, punto 21[↩]
- L.P. Wilkinson, The Roman experience, Ed. Elek London, 1975, p. 82[↩]
- Per approfondimenti sul piaculum o rito piaculatorio o offerta piaculatoria: Silvia Stassi, “Costruire, violare, placare: riti di fondazione, espiazione, dismissione tra fonti storiche e archeologia“, Sapienza Università Editrice, 2022[↩]
- Alfredo Ruga – La copertura del tempio A, 1996[↩][↩]
- Ci riferiamo evidemente alla fuorisciuta degli ottimati crotoniati ed alla loro partenza verso Locri durante la seconda guerra punica, come riportato in T.Livio, Ab Urbe condita. lib. XXIV 3. 3-7[↩]
- G. De Sensi, M. Intrieri, op. cit. 1992, p. 74-75[↩]
- Eugenio La Rocca, 2012, op. cit., p. 59, che a sua volta cita Spadea 1996, p. 253: R. Spadea, Note di topografia da Punta Alice a Capo Colonna, in Santuari della Magna Grecia in Calabria, Catalogo della mostra (Vibo Valentia, 1996), Napoli 1996, pp. 247-251.[↩]
- Nel dettaglio: il tempio di Hera lacinia “rimane, insieme a quello del tempio CII a Metaponto e, più tardi, il tetto del tempio di Caulonia, l’unico certo caso dell’uso del marmo nella Magna Grecia, mentre in alcuni altri casi, nell’Athenaion di Paestum, nel tempio ionico a Marasà in Locri o nel tempio ionico sul Còfino a Hipponion, nonché nel rifacimento del tetto dell’Heraion al Sele, si usano delle pietre calcaree, tufacee o arenarie. Per tutto il resto rimane dominante, quasi vincolante, l’uso della terracotta“. Dieter Mertens – I Santuari di Capo Colonna e Crimisa. Aspetti dell’architettura Crotoniate, Atti XXIII CSMG, Taranto 1983, p. 205.
Per Caulonia, P. E. Arias, Caulonia, Enciclopedia dell’ Arte Antica, Treccani 1959[↩] - Maria Clara Conti, Un frammento di sima in marmo dall’acropoli di Selinunte e l’iscrizione palmosa Selinus, ln “La seconda vita delle iscrizioni. E molte altre ancora”, a cura di Enrica Culasso, 2020, pp. 75-86;[↩]
- Queste informazioni ed altri dettagli sono presenti anche in Giorgio Rocco – Il santuario di Hera al Capo Lacinio. L’analisi della forma, il restauro e la ricerca archeologica, 2009 ed in
Giorgio Rocco, Il ruolo delle officine itineranti cicladiche, 2010[↩] - Roberta Belli – Scultura architettonica e officine itineranti: il caso dell’Heraion al Capo Lacinio, 2010, p. 177[↩]
- Livio 42.10.5, “ Fulvius dedicated the temple of Fortuna Equestris, which he had vowed six years previously when fighting with the Celtiberi. He also exhibited the Scenic Games for four days and those in the Circus Maximus for one day“.
Degrassi, Inscr. Ital. 13.2, 494-95[↩] - vedere “La localizzazione” nell’articolo Il Tempio della Fortuna Equestre in RomanoImpero.com[↩]
- Giovanna De Sensi, Maria Intrieri – Crotone in età greca e romana, 1992, p. 74-76[↩]
- L’ara venne trovata nel 1843 in un fondo del marchese Anselmo Berlingieri. Rif. Vito Capialbi – Di un’ara dedicata alla Giunone Lacinia,1846[↩]
- François Lenormant – La Grande-Grèce: paysages et histoire – Littorale de la mer Ionienne – Tomo II, 1881, Cap XII-III, pp. 228-229[↩]
- P.D. Pierre Grimal 1964, In Search of Ancient Italy, Ed. Evans Brothers Ltd., 1964 p. 209[↩]
- Silvia Stassi, “Costruire, violare, placare: riti di fondazione, espiazione, dismissione tra fonti storiche e archeologia“, Sapienza Università Editrice, 2022, cita Donderer 1993, 104-105 e nota 60. M. Donderer, Irreversible Deponierung von Architekturteilen bei Griechen, Etruskern und Römern, in ÖJh, 62, 1993, 93 134[↩]
- L’informazione è riportata in Gio. Battista di Nola Molisi – Cronica dell’antichissima, e nobilissima città di Crotone, 1649, p. 126[↩]
- Margherita Corrado, “M. CORRADO, “Cartoline’ dalla Calabria Ultra di fine Cinquecento. O no?“, FortMed 2016; Margherita Corrado, “Capo Colonna. Luci e ombre dal Medioevo al XX secolo“, Città del Sole Edizioni. Reggio Calabria, 2012[↩]
- Roberta Belli – Le sculture frontonali del tempio di Hera Lacinia, 2009; nel testo sono citati anche MERTENS 1983; RUGA 1996[↩]
- Roberto Spadea, La topografia, Atti XXIII CSMG, Taranto 1983, p. 144[↩]
- Dieter Mertens – I Santuari di Capo Colonna e Crimisa. Aspetti dell’architettura Crotoniate, Atti XXIII CSMG, Taranto 1983, p. 197[↩]


