La Soprintendente Lattanzi: non mi aspettavo tanta gente!
Una folla da grandi occasioni ha assistito sabato scorso alla riapertura del Museo archeologico nazionale (ex statale) di via Risorgimento, i cui lavori di ampliamento e ristrutturazione, avviati ad ottobre del 1993 e da allora più volte interrotti e poi ripresi, sono durati complessivamente sette anni. Davanti al Museo sabato sera c’erano proprio tutti: autorità civili e militari, studiosi, ma soprattutto tanta gente comune che pazientemente ha atteso l’arrivo del presidente della Regione, Giuseppe Chiaravallotti (in ritardo di un’ora) prima di entrare, dopo i discorsi di rito ed il tradizionale taglio del nastro, nel Museo da dove ne è uscita solo a tarda ora.
La riapertura della vecchia struttura museale, negli ultimi anni agognata da tutti, si è trasformata insomma, come era giusto che fosse, in una grande festa di popolo, molto apprezzata dalla soprintendente archeologica della Calabria, Elena Lattanzi, che al microfono ha esclamato: ”Non mi aspettavo tutta questa gente. E’ il riconoscimento più bello al nostro lavoro”.
Anche il presidente della Regione Chiaravalloti, dopo essersi scusato per il ritardo – da lui paragonato alle colpe ed ai ritardi che la Calabria sconta nel campo del recupero dei beni storico-archeologici – si è detto felice di vedere tanta gente stretta attorno al proprio patrimonio culturale, soprattutto in un momento come questo in cui ”vediamo una civiltà che si disfà ma non vediamo i contorni del nuovo che avanza”.
Sulla stessa scia il rappresentante del ministero per i Beni e le Attività culturali, Giovanni Scichilone, che ha voluto vedere nella folla che premeva il segno della continuità tra il museo, visto non come semplice tempio della memoria, e la società civile.
“Con l’apertura di questo Museo proseguiamo nella nostra opera di ricostruzione dello spirito e della cultura di questa città”, ha esordito invece trionfante il sindaco Pasquale Senatore durante il suo breve intervento di apertura, aggiungendo con piglio ’federale’ che “un popolo che non ha memoria storica non può vivere il presente né proiettarsi nel futuro”. Il Sindaco, al quale va il merito di aver elargito un sostanzioso contributo economico rivelatosi decisivo per la riapertura, ha più volte rimarcato nel corso del suo discorso lo spirito di “grande collaborazione” che si è instaurato tra la sua amministrazione e la Soprintendenza archeologica della Calabria, grazie al protocollo d’intesa stipulato or sono quasi tre anni nel quale sono fissate le direttrici comuni ai due enti nell’opera di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico. ”Con le guerre – ha spiegato Senatore – non si risolvono i problemi”.
Il progetto originario di restauro ed ampliamento della struttura risale al 1985 ed è opera del prof. Franco Minissi, docente di Museografia alla facoltà di Architettura dell’università La Sapienza di Roma. Successivamente è stato sottoposto ad una serie di varianti per adeguarlo alle nuove norme in materia di sicurezza e superamento delle barriere architettoniche, oltre che alla normativa europea sugli impianti tecnologici. I lavori, consegnati alla ditta appaltatrice il 18 ottobre del 1993, sono stati realizzati con un contributo di settecento milioni dell’ex Cassa per il Mezzogiorno, ai quali si sono aggiunti nel tempo ulteriori finanziamenti per il rifacimento della facciata e l’adeguamento degli impianti di sicurezza. In tutto l’opera è costata oltre un miliardo.
L’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica a ridosso del vecchio edificio (nel giardino della scuola) ha consentito di portare la superfice complessiva del museo da 800 ad oltre 1.000 mq, con un aumento della zona espositiva di quasi il doppio ripetto alla precedente (da 260 a 500 mq), grazie alla eliminazione di alcuni spazi inutilizzati e ad una più equilibrata distribuzione degli ambienti interni. La zona espositiva occupa come come una volta il piano terra, dove si trova anche il bookshop, ed il primo piano, mentre magazzini e laboratori sono stati dirottati tutti nel nuovo corpo di fabbrica.
L’allestimento è stato organizzato secondo un criterio strettamente topografico: a piano terra i reperti rinvenuti nella cinta urbana, compreso il materiale proveniente dalle raccolte civiche e dalle collezioni donate dalle famiglie nobili della città; al piano superiore i rinvenimenti nel territorio, ovvero nella chora della grande città achea, con materiale proveniente da Vigna Nuova, Sant’Anna di Cutro, Cotronei, Zinga (Timpone del gigante), Roccabernarda (Serrarossa), Makalla (Murgie di Strongoli), Petelia (Strongoli) e dalle due Cirò.
Sempre al piano superiore troviamo una sezione dedicata al santuario di Hera Lacinia ed un’apposita saletta occupata dal Tesoro della dea (interamente allestita a spese dell’Amministrazione comunale) dove si trova il famoso diadema aureo rinvenuto durante gli scavi del 1987 nell’edificio B del themenos di Capo Colonna.
Al Museo, che rimarrà aperto tutti i giorni (tranne due lunedì al mese) dalle 9.00 alle 20.00, vi lavorano ventinove unità (tra cui 4 obiettori di coscienza ed un disoccupato assunto a tempo determinato con la legge del Giubileo) impiegate in tre turni di cui due di sei ore ed uno (quello notturno) di dodici.
Quattromila lire il costo del biglietto che diventano duemila per i ragazzi dai 18 ai 25 anni; entrata gratis per i minori e gli ultrasessantacinquenni.
Chiusa la parentesi del Museo Archeologico Nazionale (sia pur dopo sette anni) si guarda ora alla realizzazione del Museo all’interno del Parco archeologico di Capo Colonna, una struttura con una superfice espositiva di oltre duemila mq (quattro volte quella di via Risorgimento) che servirà ad accogliere una buona parte del materiale proveniente dal territorio.
(testo da “Il Crotonese”)
—-
Al Museo archeologico 100 visitatori al giorno
(Articolo da “La Gazzetta del Sud del 12 agosto 2000)
Dal 30 luglio più di 1000 persone hanno ammirato i reperti esposti in via Risorgimento
Ha superato come visitarori quota 1000, il Museo archeologico nazionale diventato in meno di due settimane il polo di attrazione e di interesse culturale dell’estate 2000 crotonese.
Riaperto al pubblico lo scorso 29 luglio, da allora, nelle sale espositive si sono succeduti più di un migliaio di visitatori, al ritmo di 100 persone al giorno.
A fare il loro ingresso nella struttura museale di via Risorgimento, per poi addentrarsi tra i corridoi e le interessanti sale espositive sono stati nella maggioranza dei casi turisti italiani; solo in maniera marginale si sono fatti avanti gli stranieri. Tra loro hanno primeggiato per numero di presenze, i tedeschi seguiti, ma ben distanziati, dai francesi. Assenti del tutto o quasi, invece i crotonesi, tra loro molti paiono quelli assolutamente indifferenti alla novità; parecchi, invece, sono al momento distratti dalla spiaggia, dal sole ed dal mare ed evidentemente hanno deciso di rinviare più in la l’appuntamento con la conoscenza e la scoperta delle proprie origini.
Sarà quando la bella stagione sarà ormai alle spalle e la frescura farà da Caronte al loro possibile ingresso attraverso la porta a vetri del museo. A quel punto si faranno largo anche le scuole, da sempre in prima fila nel fare da tramite tra un mondo del museo, visto ancora troppo distante e freddo, e quello dei giovani.
Articolato in due sezioni, il museo archeologico statale, ospita al primo piano la sezione dedicata all’antica Polis con i reperti rinvenuti negli scavi aperti nel corso degli anni nell’area urbana. Vari oggetti provengono inoltre dalla collezioni private e dalle necropoli. In un escalation di emozioni si passa dagli oggeti di uso domenstico o ornamentali, vasi, anfore, ai monili, alle statuine in diversi materiale, fino al prezioso diadema in lamina d’oro rivenuta a Capocolonna.
Il piano superiore è occupato, invece, dalla sezione dedicata al territorio. Il percorso getta una luce di conoscenza sul ricco patrimonio archeologico custodito per secoli nel territorio della provincia. E, nel viaggio a ritroso nel tempo, riemergono oggetti in uso nell’età del ferro, nel periodo miceneo; è possibile inoltre sbirciare attraverso le testimonianze preservate la vita quotidiana nella fase arcaica ellenistica e, poi, in un crescendo di arte e cultura, addentrarsi nei secoli classici, spazzata dall’avvento dell’ l’età dei Brettii.
Nelle teche compaiono reperti e porzioni di strutture architettoniche provenienti dal teritorio di Zinga, Casabona, Strongoli, Le Castella, e ancora Strongoli, l’antica Petelia o dai santuari della Crotoniatide: quello di Hera Lacinia, o di Apollo, ricadente nella antica area sacra di Krimisa, coincidente con l’attuale Cirò Marina.
La simbiosi tra cultura e turismo partorita dall’apertura del museo archeologico non trova, tuttavia, in città altri esempi così clamorosi.
Bassissimo in questi mesi estivi è stato, infatti, il numero di visitatori del Museo civico, ospitato nell’ex caserma Sottocampana. Altrettanto escluso dal percorso turistico è il Museo provinciale di Arte Contemporanea. Alcune sale espositive di quest’ultima struttura sono in attesa di allestimento dopo il successo ottenuto dalla mostra su Chagall: in meno di tre mesi, dal 27 gennaio al 15 aprile, 1500 persone si sono aggirate nel palazzo Calojro.
Oggi, al contrario, nelle sole due ore quotidiane di apertura del Museo, sono pochissimi a solcare il portone di viale Regina Margherita per ammirare le (poche) opere della mostra permanente.
—
La Storia del Museo Archeologico Nazionale di Crotone
Aperto al pubblico nel maggio 1968, il Museo archeologico nazionale di Crotone nasce in seguito all’acquisizione da parte dello Stato delle collezioni appartenenti al locale Museo Civico, il cui nucleo originario era costituito da raccolte formate nel corso del XIX secolo grazie all’opera meritoria di alcuni latifondisti locali, e dei tanti rinvenimenti di reperti archeologici che venivano alla luce nei loro terreni durante le quotidiane pratiche agricole.
Fra tali raccolte spiccavano quelle dei marchesi Armando Lucifero e Filippo Eugenio Albani, i quali, assieme al barone Nicola Sculco, in occasione della venuta a Crotone tra il 1909 e il 1910 dell’archeologo Paolo Orsi, primo Soprintendente della Calabria, si fecero promotori della formazione di un museo locale.
I ritrovamenti fortuiti, e soprattutto quelli derivanti dall’intervento condotto da Orsi tra marzo e maggio del 1910 sul promontorio di Capo Colonna, evidenziavano difatti sempre più la necessità di una sede museale che impedisse la dispersione di questo ingente patrimonio archeologico, che, nel corso degli anni, era stato ammassato in una vecchia scuderia, inadatta alla funzione di tutela, raramente accessibile e solo da parte di studiosi.
Nel settembre 1909 venne istituito il Museo Civico. Durante la Seconda Guerra Mondiale parte dei reperti andarono dispersi; tuttavia, le raccolte archeologiche rimasero sempre ospitate nel Castello fino al 1966, anno di chiusura del Museo Civico e dello spostamento delle collezioni. Dopo l’apertura del 1968 l’allestimento del Museo statale archeologico cambiò più volte, aggiornandosi continuamente e divenendo, di fatto, il luogo in cui contenere ed esporre i reperti via via ritrovati nel corso delle attività della Soprintendenza archeologica che lo aveva eletto a sede di un Ufficio Scavi.
Lavori di adeguamento e di ampliamento, oltre alla concomitante necessità di esporre i nuovi materiali scoperti nell’area archeologica di Capo Colonna, portarono nel 1995 alla chiusura del Museo e all’organizzazione nel 1996 di una mostra temporanea presso Palazzo Morelli. La riapertura al pubblico si ebbe soltanto nel 2000, anno in cui venne realizzato l’attuale allestimento e il Museo acquisì la denominazione di Museo archeologico nazionale.
Il patrimonio museale si è nel tempo arricchito di importanti reperti recuperati dal Comando Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale: nel 2007 un askos (unguentario) in bronzo dal Paul Getty Museum di Malibu, datato V secolo a.C. in forma di sirena; nel 2018 una museruola da parata in bronzo per cavalli datata IV secolo a.C. da scavi clandestini presso il santuario di Hera a Vigna Nuova.
Il Museo propone un percorso espositivo articolato in due sezioni, all’interno di ampie sale open-space disposte su due piani. Al piano terreno il visitatore è guidato, secondo un criterio cronologico, a scoprire le principali tappe storiche dell’antica città greca di Kroton, a partire dai rapporti con le comunità indigene preesistenti al momento della fondazione (avvenuta tra terzo ed ultimo venticinquennio dell’VIII secolo a.C.) attraverso la storia dei suoi atleti, medici e filosofi, fino alla tarda antichità. Vi è poi un approfondimento sull’archeologia urbana e una sezione dedicata ai corredi funerari dalla necropoli in località Carrara. Il secondo piano offre, invece, una panoramica sugli insediamenti del territorio (Krimisa, Petelia, Makalla), che ricadono in aree geografiche ricche di tradizioni mitiche e legate a culti fondamentali per la polis greca (Sirene, Filottete, Apollo Alaios).
Sono poi illustrati i principali santuari della città: particolare riguardo gode il santuario della dea Hera Lacinia presso Capo Colonna con il suo tesoro, fra cui spiccano per bellezza il diadema aureo e l’affascinante quanto misteriosa barchetta nuragica, realizzata in bronzo.
(testo dalla pagina dedicata al MAN-KR nel Catalogo dei Luoghi della Cultura del Ministero della Cultura)
