Finalmente a casa! E’ stata inaugurata alle undici di questa mattina la mostra dell’acrolito di Apollo nel Museo archeologico di Palazzo Porti a Cirò marina in piazza Diaz. Per la prima volta, quindi il gruppo scultoreo risalente al V secolo aC, composto dalla testa del dio, dai piedi e da una mano. Qui rimarrà per tutto il periodo pasquale fino al 28 Aprile, data in cui farà ritorno al Museo nazionale di Reggio Calabria.

Ad accoglierlo stamattina c’era la direttrice del museo Maria Grazia Aisa, il sindaco di Cirò marina Roberto Siciliani, l’assessore alla cultura Sergio Ferrari, il funzionario Cataldo De Bartolo, delegato all’accompagnamento della statua da Reggio a Cirò. C’erano anche numerosi studiosi del territorio, tra questi Elio Malena, che ha recentemente consegnato alla Soprintendenza un’ultima scoperta sulla statua di Apollo: si tratta delle ciglia e di una palpebra in bronzo dell’occhio sinistro del dio. Le cavità orbitali del volto, infatti, attualmente risultano vuote, ma in origine dovevano essere completate con bulbi oculari e pupille realizzate con materiali preziosi.

Il museo ospita un calco in gesso recentemente realizzato dell’acrolito di Apollo, ma è pieno anche di altri reperti trovati nelle zone vicine in un territorio abbastanza vasto. Si tratta di ceramiche, vasi, pezzi votivi, corredi funerari. C’è anche una scultura molto bella della dea Demetra in terracotta, precedentemente custodita nel Museo archeologico nazionale di Crotone.

Il racconto della direttrice Maria Grazia Aisa.

La direttrice Maria Grazia Aisa ha ricordato che il reperto è «proveniente dal tempio dedicato ad Apollo Aleo, la statua fu scoperta nel 1924 dall’archeologo Paolo Orsi a Punta Alice, località costiera nel territorio del comune cirotano». «Il santuario di Punta Alice – ha detto la direttrice- che le fonti vogliono dedicato ad Apollo Alaios da Filottete, venne scoperto negli anni venti, durante i lavori realizzati dal Consorzio autonomo delle cooperative ravennati per bonificare la pianura malsana». Durante i lavori vennero alla luce i resti del tempio casualmente e la scoperta venne comunicata al soprintendente Paolo Orsi.

Purtroppo, molte cose andarono distrutte, o perse, o trafugate. «Quando i lavori di bonifica iniziarono – ha raccontato Aisa – nessuno sospettava che ci potessero essere in quelle paludi malsane dei reperti così importanti. Si bonificò l’area eseguendo un lavoro di spianamento delle dune, ma facendo tali lavori venne fuori la base del tempio. Purtroppo durante le opere di spianamento del terreno andarono distrutte o perdute diverse cose. Sono andati distrutti tutti gli strati superficiali antichi, tant’è vero che la fase romana del tempio possiamo intuirla solo attraverso frammenti sparsi».

La descrizione della scultura.

Aisa si è soffermata anche e soprattutto sulla descrizione della scultura. «Le varie parti di cui si compone – ha esordito – venivano completate con una struttura lignea o di terracotta. Il dio era verosimilmente seduto e suonava forse una cetra». «Questo lo pensiamo – ha sottolineato la direttrice del museo – per ragioni di equilibrio. Dalla posizione del piede si vede infatti che una delle due gambe è sollevata da terra e non semplicemente poggiata».

Poi ha anche aggiunto: «La statua non era interamente di marmo per ragioni di economia delle parti, ma anche per realizzare posture più naturali. L’Apollo fu realizzato in loco ma, probabilmente, da artisti italioti, cioè greci, e risale al periodo immediatamente successivo a quello in cui furono realizzate le opere di Fidia. Siamo in pieno V secolo e possiamo affermare questo, per la qualità che contraddistingue l’opera. Il riverbero di quel grande periodo greco si estese anche in Magna Grecia, dove si godeva di un momento di particolare floridezza economica in cui era diventato possibile investir in opere di grande qualità. Ed anche il marmo della scultura è pregiato e proviene dalla Grecia. Qui, infatti, non ci sono cave di marmo e quello usato è di provenienza insulare».

La parrucca bronzea non fa parte della statua.

Aisa ha anche spiegato perché la parrucca bronzea non è stata portata da Reggio Calabria. «Ma veniamo alla parrucca bronzea che è rimasta a Reggio Calabria – ha sottolineato Aisa – la parrucca bronzea non fa parte di questa mostra perché non è dell’Apollo. Questo, per due motivi. La prima ragione è di ordine stilistico. La parrucca appartiene ad un periodo precedente di circa un venticinquennio rispetto a quello in cui venne realizzato l’acrolito». «Il secondo motivo – ha continuato – è di ordine pratico. Intanto l’ampiezza dei fori sul capo di Apollo non corrisponde a quella dei perni presenti sulla parrucca bronzea conservata a Reggio. Poi anche perché sul capo di Apollo non sono mai state trovate tracce di ossidazione vicino ai fori. Un materiale come il bronzo in una zona umida come Punta Alice, circondata dal mare avrebbe di sicuro lasciato delle tracce sulla scultura. Quindi i capelli, secondo noi, potevano essere d’oro, anche perché Apollo nelle raffigurazioni ha i capelli biondi. Oppure in terracotta colorata. Anche sui piedi non ci sono tracce di ossidazione quindi i sandali dovevano essere probabilmente con una pianta in legno e poi fibbie in cuoio o materiale prezioso».

Fonte del Testo: La ProvinciaKR

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