Il Mito di Filottete

Filottete (gr. Φιλοκτητησ – lat. Philoctetes), eroe mitologico greco, notissimo fin dall’epoca omerica per essere il depositario dell’arco e delle frecce di Herakles. Figlio di Peante e Demonassa (o Metone, secondo un’altra versione), era originario della penisola di Magnesia in Tessaglia(1), forse da Melibea.

La sua leggenda sembra essersi evoluta entro un vastissimo ambito territoriale, ossia quello mediterraneo, da Oriente ad Occidente, seguendo il filo delle tradizioni nostoiche, che richiamavano alla memoria i complessi viaggi di ritorno degli eroi achei vittoriosi da Troia. La sua più antica menzione si trova nei Κύπρια, che trattavano le vicende antecedenti a quelle dell’Iliade, dal giudizio di Paride ai preparativi della spedizione greca e al sacrificio di Ifigenia. Prendendo spunto dal ciclo epico troiano, i tre massimi tragici e qualche minore portarono Filottete più volte sulla scena: Eschilo, Euripide, Sofocle e Teodette rappresentarono la conclusione del suo esilio decennale e il ricongiungimento all’esercito greco in drammi che la tradizione intitola Filottete. Inoltre, Sofocle e alcuni minori (Acheo, forse Filocle) raffigurarono l’eroe reintegrato e probabilmente già guarito, vittorioso nello scontro con Paride, in vari Filottete a Troia. Dei Filottete di Eschilo e di Euripide, che furono esclusi dalla selezione tardoantica, restano solo pochi frammenti e testimonianze.

Filottete e la Guerra di Troia

Filottete, figura tra i pretendenti d’Elena ed a questo titolo s’era unito alla spedizione contro Troia. Guidava un contingente di sette navi con cinquanta rematori e con guerrieri la cui abilità principale era quella di tirare con l’arco , come sottolineato in un unico passo dell’Iliade (Il. II. 716 sgg.)

L’arco e le frecce di Heracles

Con sè portava l’arco e le frecce che aveva ricevuto da Herakles (o seconda un’altra versione le avrebbe ricevute suo padre Peante) in ringraziamento d’aver dato fuoco alla pira sul monte Eta, allestita dallo stesso figlio di Zeus morente, che solo così avrebbe avuto la possibilità di ascendere agli dei olimpici divenendo immortale a sua volta.

Herakles aveva chiesto a Filottete di mantenere segreto il luogo della morte ed il Peantide aveva giurato solennemente in tal senso. In seguito, però, messo alle strette e pressato dalle domande, Filottete era salito sul monte Eta ed aveva battuto con il piede la terra nello stesso punto in cui era stato eretto il rogo per Herakles. In tal modo, senza parlare, aveva violato il giuramento.

La ferita al piede e l’abbandono a Lemno

Filottete non arrivò a Troia con gli altri prìncipi. Essendo stato morso dal serpente custode del tempio nella piccola isola di Crise (Sofocle, nella tragedia su Filottete riporta invece Tenedo, isola turca dell’Egeo), dove i Greci si erano fermati a sacrificare, ebbe al piede una piaga incurabile.

Secondo un’altra versione, Filottete era stato ferito da una freccia di Herakles, intrisa nel sangue avvelenato dell’Idra di Lerna. La freccia l’aveva trafitto al piede sinistro cadendo accidentalmente dalla faretra ed aveva provocato quella ferita incurabile. L’incidente, secondo i mitografi antichi, rappresentava la vendetta di Herakles e la punizione per lo spergiuro commesso da Filottete, che aveva rivelato, anche senza parlare, l’ubicazione del rogo sull’Eta.

Hayez Francesco 1791/ 1882. Dipinto ad olio (1818 – 1824) di Filottete seduto su rocce, si medica la ferita ad un piede. Museo d’Arte Moderna di Bologna

La ferita divenne in poco tempo così infetta da emanare un nauseabondo ed insopportabile fetore. Ulisse non faticò molto a persuadere gli altri capi elleni ad abbandonare il ferito a Lemno, allorché la flotta passò vicino a quest’isola, allora deserta, situata nell’Egeo settentrionale, tra la penisola del Monte Athos e la costa anatolica (2) .

Un altro pretesto per l’abbandono di Filottete erano le grida che il dolore lancinante gli strappava e che lui era incapace di dominare. Tali schiamazzi turbavano l’ordine ed il silenzio rituale dei sacrifici. Un’ulteriore tradizione narrava che i Greci lasciavano Filottete nell’isola per aver il tempo di curarsi la ferita, perché era presente a Lemno un culto di Hèfaistos (= Vulcano), i cui sacerdoti erano in grado di guarire i morsi di serpente. Il medico capace di guarirlo sarebbe stato Pilio, figlio di Hèfaistos, ricevendo in cambio dall’eroe l’insegnamento a tirar d’arco.

Filottete rimase a Lemno per 10 lunghi anni, dolorante, cibandosi d’uccelli che riusciva a catturare con le frecce e l’arco di Herakles

Filotette a Troia

Quando la guerra di Troia durava già da dieci anni ed era in situazione di stallo. Il troiano Eleno (figlio di Priamo, fratello gemello di Cassandra, capace di vaticinare il futuro) che era stato fatto prigioniero dai Greci, predisse le condizioni per la conquista di Troia, tra le quali che Troia non poteva cadere a meno che Filottete non tornasse a Troia a combattere con l’arco e le frecce avvelenate di Eracle.

I Greci mandarono Diomede e Odisseo-Ulisse (o Diomede e Neottolemo) a riprenderlo. Nel Filottete di Sofocle, Odisseo accompagnato dal giovane Neottolemo, si reca a Lemno per recuperare l’eroe, orchestrando un abile stratagemma: il figlio di Achille dovrà farsi credere in fuga da Troia verso Ftia, perseguitato da Odisseo e dagli Atridi. Il piano di Odisseo ha successo e a Neottolemo, che ha conquistato la fiducia di Filottete, l’eroe malato consegna l’arco; poi, dopo una crisi del male, si addormenta. Tuttavia, Neottolemo, preso da una crisi di coscienza, decide di non partire senza l’eroe, abbandonandolo alla solitudine, al dolore e privo dell’arma necessaria al sostentamento; così, quando Filottete si sveglia, il giovane rivela la verità e, nonostante i rimproveri di Odisseo, restituisce l’arco. L’azione appare a questo punto conclusa: Filottete non andrà a Troia e le armi di Eracle non daranno la vittoria agli Achei. Ma Eracle, apparendo deus ex machina, lo indurrà a cedere, ad andare a Troia e a collaborare alla distruzione della città.

Nella versione di Euripide, Ulisse e Diomede s’impadronirono delle armi con l’inganno, obbligando in tal modo il Peantide disarmato ad accompagnarli, dopo avergli promesso di farlo curare dai figli d’Asklepios. Si narrava, infatti, che una volta giunto sul lido di Troia, fosse guarito dalla ferita al piede da Podalirio, oppure da Macaone. Così, rimesso in sesto, Filottete fu in grado di prendere parte ai combattimenti. A proposito della cura, è tradizione conforme che Apollo avesse fatto cadere Filottete in un sonno profondo, mentre Macaone aveva sondato la ferita e tolto via con un affilatissimo coltello le carni in avanzata necrosi e poi aveva lavato la piaga con vino, prima di applicarvi una pianta, ricevuta in segreto dal centauro Chirone.

Si attribuiscono al valente arciere Filottete molti meriti in guerra; le sue stragi furono considerevoli e le sue vittime eccellenti. Secondo alcuni autori, sarebbe stato lui ad uccidere con le sue frecce Acamante, figlio di Antenore; fino a segnare le sorti della guerra, uccidendo Paride che aveva appena ucciso Achille e stava rientrando in città.

Il ritorno in madrepatria e l’esilio

Filottete viene ricordato anche nell’Odissea, per bocca rispettivamente di Nestore (Odissea III, v. 190) e di Ulisse (Odissea VIII, vv. 219-220), non per la sua ferita, bensì per il suo ritorno in patria e per la sua fama di arciere. Nell’Odissea d’Omero figura tra gli eroi privilegiati che avevano ottenuto un νοςτοσ (= ritorno)  felice.

Secondo leggende posteriori, invece, fu scacciato dalla patria (Melibea in Tessaglia) in seguito ad un’insurrezione e, venuto in Calabria lungo la costa a nord di Crotone fondò i centri di Krimisa, Petelia, Macalla e Chone, facendo costruire un tempio a Cirò Marina, l’antica Krimisa, ove depose l’arco e le frecce di Hercules consacrandole ad Apollo.

Per approfondire l’argomento proseguire sulla pagina dedicata:
Il territorio e le citta di Filottete

La morte di Filottete

Controversa è la sua morte.

I Sibariti, poichè veniva sentito come erore proprio al quale si facevano risalire le origini della città, presentano l’eroe come morto in combattimento contro i barbari presso il Sibari. La principale tradizione vuole, invece, che l’eroe aveva operato nella Crotoniatide, tra Crimisa e l’Aisaros, morì combattendo per mano di Ausoni Pelleni, popolazione achea già presente nella zona del Nauaithos, in difesa dei Rodii che volevano stanziarsi nell’Italia meridionale, ma sbarcati erano stati attaccati da indigeni(3). I Rodii erano guidati da Tlepolemo(4) – figlio di Eracle – al quale Filotettete sembra legato da un’amicizia a dir poco inscindibile.

A secondo dei diversi autori la sua tomba viene proposta in vari luoghi, ma di fatto non è stata mai trovata.

“Rovina dopo rovina muoverà il dio /
dando, anziché il ritorno, amare sciagure. /
Le correnti dell’Esaro e Crimisa, piccola /
città d’Enotria, accoglieranno la vittima /
della vipera, lo spegnitore della fatale fiaccola /
la stessa Atena trombettiere dirigerà con le sue mani /
la punta della freccia che scocca dall’arco Meotide /
una volta, sulle rive del Dira, per aver bruciato /
l’ardito leone, armò le sue mani del terribile serpe, /
lo strumento Scita dai denti inevitabili. /
Caduto in battaglia, il Crati vedrà la sua tomba /
ai lati del santuario del dio Aleo, Patareo, /
dove il Neto scarica le sue acque. /
Lo uccideranno i Pelleni d’Ausonia, quando /
verrà in aiuto dei comandanti di Lindo, /
spinti lontano dal Termidro e dalle montagne /
carpazie dalla canina bufera di Trascia, /
e destinati ad abitare una terra straniera. /
A Makalla la gente del luogo costruirà  un grande /
santuario sulla sua tomba e lo onoreranno /
sempre come un dio, con libagioni e sacrifici di buoi.”

Ciaceri, E. (trad.). (1901). La Alessandra di Licofrone (di Calcide, autore del IV secolo a.C.), 909-929. Catania, pp. 105-106)

Qualche secolo più tardi le frecce di Herakles, vengono prese dai Crotoniati dal tempio di Krimisa a viva forza e trasferite in un tempio di Kroton dedicato ad Apollo. L’operazione si compie dopo la conquista e la distruzione di Sybaris (Ps. ARIST ., de mir. ausc. 107), quale segnale dell’espansione verso il dominio sibarita – cioè per sancire l’acquistato potere sulle «città di Filottete». All’apogeo della sua espansione sul versante ionico, la chora crotoniate era amblematicamente vigilata dai santuari di Hera Lacinia a Sud e di Apollo Alaios a Nord, così come quella di Posidonia lo era dall’Heraion del Sele e dal probabile Poseidaion ad Agropoli.

Bibliografia

Note

  1. La Magnesia è una regione storica della Grecia, patria di vari personaggi mitologici, quali Giasone, del re Peleo, di suo figlio Achille e di Filottete. La penisola occupa la parte orientale della Tessaglia; centri principali erano Melibea, Bebe, Pagase, Metone[]
  2. L’isola di Lemno viene descritta nelle avventure degli Argonauti, gli eroi leggendari della spedizione per il recupero del vello d’oro. Lemno rappresentò la prima tappa e la prima vicenda della loro avventura. Si trattava di un’isola abitata da sole donne: tutti gli uomini, infatti, erano stati sterminati dalle loro donne, come conseguenza di una punizione proveniente da Afrodite, offesa dalla trascuratezza in cui versava il suo culto.[]
  3. Alfonso Mele – Crotone e la sua storia – in Atti XXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto 7-10 Ottobre 1983 – p. 36-37[]
  4. Tlepolemo è un personaggio della mitologia greca, figlio di Eracle e di Astioche. Per sfuggire a una vendetta familiare per aver ucciso lo zio Licimnio, si sarebbe rifugiato nell’isola di Rodi ed avrebbe fondato le città di Lindo, Ialiso e Camiro di cui divenne il sovranno. Secondo Pindaro invece, Tlepolemo era figlio di Astidamia e sarebbe partito per l’isola di Rodi in seguito al responso di un oracolo[]