Filottete (gr. Φιλοκτητησ – lat. Philoctetes), eroe mitologico greco, notissimo fin dall’epoca omerica per essere il depositario dell’arco e delle frecce di Herakles.
Filottete (Φιλοκτήταο) da Melibea (Μελίβοια)
Figlio di Peante e Demonassa (o Metone, secondo un’altra versione), era originario della penisola di Magnesia in Tessaglia1, e precisamente di Melibea (Μελίβοια).

Questa località della Grecia, in Tessaglia, viene ricordata nell’Iliade di Omero tra quelle che parteciparono alla guerra di Troia. Nel Catalogo delle navi dell’Iliade si dice che il contingente erano capeggiato incieme ad altri:
Ἕπτ᾽ ἄφεν ἀργυρόηρα πέλαι Φιλοκτήταο ἑταίρων,
Omero, Iliade II, 716–719, (ed. OCT di T. W. Allen)
οὓς ἐκ Μηθώνης ἠγε μελαμπύκος ἠδὲ Μελίβοιης
Θαυμακίης τ᾽ Ὀλιζών τε·
τῶν δ᾽ αὐτὸς κρατέεσκε Φιλοκτήτης ἀμύμων.
«Sette navi d’argento ormeggiate appartenevano ai compagni di Filottete,
Omero, Iliade II, 716–719, (ed. OCT di T. W. Allen)
che egli guidava da Methone, da Melibea dai fitti stormi,
da Thaumakia e da Olizon;
e di questi egli stesso, l’irreprensibile Filottete, era il capo.»
Quelli che abitano Metone e Taumachia e Μελιβοίης e la scoscesa Ὀλιζῴν ,
Omero – Iliade, Mondadori, 2007, Libro II, vv. 716–719.
le loro sette navi le guida Filottete (Φιλοκτήταο), l’esperto arciere, e su ciascuna sono imbarcati cinquanta rematori esperti della battaglia con l’arco.
Traduzione di Guido Paduano.
Prima di passare alle ipotesi di localizzazione di Μελίβοια, dobbiamo segnalare che molti critici ritengono che i successivi versi che riguardano Filottete (cioè 720–724) non siano stati composti da Omero, ma aggiunti in seguito per “collegare” il personaggio di Filottete alla sua storia del ciclo epico che è stato in forte espansione nell’età classica-ellenistica. Ecco di cosa si tratta:
τὸν μὲν ἔνι Λήμνῳ κατὰ γαστέρα πικρὸν ἔχοντα
Omero, Iliade II, 720–724, (ed. OCT di T. W. Allen)
ἐν νηυσὶν λιπέτην υἱεῖς Ἀτρεΐδαο ἄνακτος,
ἐκ δὲ κακοῦ ποδὸς ὀδυνέων· ἀλλ᾽ οὐδὲ μὲν ἔμπης
Ἀχαιοὶ πρὶν μὲν τόν γ᾽ ἐπεμέμναντο πρὸς νηυσίν·
ἀλλ᾽ ὅτε δὴ πολέμοιο ἐπεσσύμενος χόλος ἵκει…
«Lui, con un dolore amaro nel ventre, lo lasciarono
Omero, Iliade II, 720–724, (ed. OCT di T. W. Allen)
nell’isola di Lemno (Λήμνῳ) i figli di Atreo (Ἀτρεΐδαο ἄνακτος), il re,
a causa delle pene del suo piede malato; eppure
gli Achei (Ἀχαιοὶ), presso le navi, non lo ricordavano ancora;
ma quando l’ira della guerra cominciò a infierire…»
Ma Filottete giace, soffrendo dolori atroci, nella sacra Lemno, dove lo abbandonarono i Greci, vittima del morso di un tremendo serpente; là giace sofferente, ma presto gli Achei presso le navi si ricorderanno dell’eroe Filottete.
Omero – Iliade, Mondadori, 2007, Libro II, vv. 720–724.
Traduzione di Guido Paduano.
Filottete è presente nel Catalogo delle navi, ma poi è assente nel resto dell’Iliade, sebbene secondo il ciclo epico successivo (andato perduto) Filottete è fondamentale per la conclusione della guerra di Troia. In breve il ciclo epico successivo svilluppa in gradi di approfondimento successivi:
- Partenza per Troia: Filottete partecipò alla spedizione greca contro Troia, ma durante una sosta sull’isola di Cherso (o Lemno) fu morso da un serpente sacro. La ferita divenne purulenta e puzzolente, rendendolo insopportabile agli altri Achei.
- Abbandono: Su consiglio di Odisseo, i Greci lo abbandonarono sull’isola di Lemno, dove visse in solitudine per nove anni.
- Richiamo a Troia: Un oracolo rivelò che Troia non sarebbe caduta senza l’arco di Eracle. Odisseo e Neottolemo (figlio di Achille) tornarono a Lemno per recuperare Filottete.
- Guarigione e vittoria: In alcune versioni, Filottete viene guarito da Machiaone o da Asclepio (o da un intervento divino), entra a Troia e con il suo arco uccide Paride, il principe troiano che aveva rapito Elena — atto decisivo per la caduta della città.
Prendendo spunto dal ciclo epico troiano, i tre massimi tragici e qualche autore minore portarono Filottete più volte sulla scena: Eschilo, Euripide, Sofocle e Teodette rappresentarono la conclusione del suo esilio decennale e il ricongiungimento all’esercito greco in drammi che la tradizione intitola Filottete. Inoltre, Sofocle e alcuni minori (Acheo, forse Filocle) raffigurarono l’eroe reintegrato e probabilmente già guarito, vittorioso nello scontro con Paride, in vari Filottete a Troia. Dei Filottete di Eschilo e di Euripide, che furono esclusi dalla selezione tardoantica, restano solo pochi frammenti e testimonianze.
Significativa la tragedia “Filottete” di Sofocle (409 a.C.), incentrata sul conflitto morale tra Odisseo, Neottolemo e Filottete.
Ma riprendiamo le ipotesi di localizzazione di Μελίβοια.
Questa località è citata nelle Argonautiche di Apollonio Rodio ai versi 598-599 del Libro I:
(gr.) «Ἔνθεν δὲ προτέρωσε παρεξέθεον Μελίβοιαν, ἀκτήν τ’ αἰγιαλόν τε δυσήνεμον εἰσορόωντες».
(it) «Da lì proseguirono costeggiando la Meliboia, osservando la costa e il litorale battuto dal vento».
Apollonio Rodio identifica la posizione di Μελίβοια come una località costiera lungo la rotta degli Argonauti, descrivendola in modo molto preciso dal punto di vista geografico e paesaggistico: nei versi vv. 592-603), Μελίβοια è presentata come una tappa lungo la costa, caratterizzata da una “ἀκτήν τε δυσήνεμον”, cioè una costa e un litorale battuti da venti sfavorevoli o difficili da navigare. Gli Argonauti la costeggiano mentre procedono verso nord-est, dopo aver lasciato altre località della Tessaglia e prima di avvicinarsi ai rilievi montuosi del monte Όμηλος, del fiume Αμυρός e delle gole di Όσσα e Όλυμπος. In altre parole, Apollonio la colloca lungo la costa orientale della Tessaglia, nel tratto tra il golfo Pagasitico e le montagne vicine, in una zona caratterizzata da venti contrari e da un paesaggio costiero accidentato. La descrizione è funzionale a dare un senso di movimento e di progressione geografica, mostrando una conoscenza dettagliata del territorio e delle sue caratteristiche naturali..
Ancora sulla localizzazione di Μελίβοια, Strabone2 la colloca nel golfo che si stende tra l’Ossa e il Pelio:
(Strab. 9.5.22 gr.) Τραχὺς δ᾽ ἐστὶν ὁ παράπλους πᾶς ὁ τοῦ Πηλίου ὅσον σταδίων ὀγδοήκοντα· τοσοῦτος δ᾽ ἐστὶ καὶ τοιοῦτος καὶ ὁ τῆς Ὄσσης. Μεταξὺ δὲ κόλπος σταδίων πλειόνων ἢ διακοσίων, ἐν ὧι ἡ Μελίβοια.
(Strab. 9.5.22 it.) Tutta la navigazione costiera del Pelio (Πηλίου)3 è accidentata per circa ottanta stadi (circa 14,8 km); altrettanto è quella dell’Ossa (Ὄσσης)4. Tra le due si apre un golfo di oltre duecento stadi (37 km), dove si trova Μελίβοια.
Anche Livio (44,13,2) descrive minuziosamente la sua posizione: sita est in radicibus Ossae montis, qua parte in Thessaliam vergit, opportune imminens super Demetriadem. Altri elementi per la localizzazione si ricavano da Herod. (7,188,3) e ps.Scyl. 65 (GGM 1 51). Genericamente alla Tessaglia ascrivono Melibea Steph. Byz. s.v. e Serv. ad Verg. Aen. 5,251 (RE XV 511)5.
L’Enc. Treccani nel relativo lemma riporta il tentativo di una localizzazione più spinta, riferendosi a siti archeologici tra il monte Ossa e la costa orientale della Tessaglia. Studi più recenti e ricerche archeologiche sono reperibili nelle pubblicazioni di Χαράλαμπος Ιντζεσίλογλου e danno indicazioni della i recenti ipotesi (Cliccare qui per una breve sintesi: xaralampos-intzesiloghloy-meliboia-la-citta-antica-2010)
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Filottete e la Guerra di Troia
Di seguito proponiamo una sintesi di tutti elementi letterari provenienti dall’età classica-ellenistica
Filottete, re di Melibea in Tessaglia, guidava un contingente di sette navi nella spedizione greca contro Troia. Sebbene nell’Iliade (II, 716–719) venga presentato come comandante attivo, la tradizione successiva — già consolidata nel V secolo a.C. — racconta che fu abbandonato sull’isola di Lemno a causa di una ferita causata da un serpente, e perciò assente per gran parte della guerra.
Filottete era il depositario legittimo dell’arco e delle frecce di Herakles, ricevuti in dono per aver acceso la pira funeraria dell’eroe sul monte Eta, atto che permise a Herakles di ascendere all’Olimpo (questa tradizione sul possesso dell’arco e delle freccie di Herakles non è omerica, ma sviuppata successivamente particolarmente in Sofocle, Filottete, vv. 657–693 (409 a.C.):
Filottete:
(vv. 657–693) O amico, poiché me l’hai chiesto,
lo saprai; e anzi è giusto che tu lo sappia.
Quest’uomo — il migliore fra quanti la terra nutra —,
figlio del divino Lico (cioè Eracle),
divenne mio amico; e per questo io possiedo queste armi.
Quando egli giaceva tra le fiamme sul monte Oeta,
nell’ultima agonia della sua vita,
chiese a me — fra tutti i suoi compagni, a me solo —
di appiccare il fuoco alla pira
e bruciare il suo corpo.
E io, per pietà, compii quell’atto,
e in cambio ricevetti queste armi che ora vedi, mie per sempre.
Questa è la ricompensa: e se a qualcuno pesa
che a me solo, fra i mortali, sia toccato tale onore,
è perché io ascoltai la sofferenza del più grande degli dèi.(vv. 674–693, sintesi) Eracle, prima di morire, mi disse che nessun altro avrebbe potuto accendere la pira, perché solo chi lo amava davvero avrebbe osato farlo. Per questa devozione, mi donò l’arco e le frecce, armi che nessun altro può usare. E ora che giacciono qui con me, abbandonato, sono inutili… finché non tornerò a combattere.
Secondo il ciclo post-omerico, un oracolo aveva rivelato che Troia non sarebbe caduta senza quelle armi. Per questo, i Greci inviarono Odisseo e Neottolemo a Lemno per riportare Filottete, il quale, una volta tornato al campo, uccise Paride e contribuì in modo decisivo alla vittoria achea.
La ferita al piede e l’abbandono a Lemno
Filottete inizialmente non arrivò a Troia con gli altri prìncipi. Essendo stato morso dal serpente custode del tempio nella piccola isola di Crise (Sofocle, nella tragedia su Filottete riporta invece Tenedo, isola turca dell’Egeo), dove i Greci si erano fermati a sacrificare, ebbe al piede una piaga incurabile.

La ferita divenne in poco tempo così infetta da emanare un nauseabondo ed insopportabile fetore. Ulisse non faticò molto a persuadere gli altri capi elleni ad abbandonare il ferito a Lemno, allorché la flotta passò vicino a quest’isola, allora deserta, situata nell’Egeo settentrionale, tra la penisola del Monte Athos e la costa anatolica 6 .
Un altro pretesto per l’abbandono di Filottete erano le grida che il dolore lancinante gli strappava e che lui era incapace di dominare. Tali schiamazzi turbavano l’ordine ed il silenzio rituale dei sacrifici. Un’ulteriore tradizione narrava che i Greci lasciavano Filottete nell’isola per aver il tempo di curarsi la ferita, perché era presente a Lemno un culto di Hèfaistos (= Vulcano), i cui sacerdoti erano in grado di guarire i morsi di serpente. Il medico capace di guarirlo sarebbe stato Pilio, figlio di Hèfaistos, ricevendo in cambio dall’eroe l’insegnamento a tirar d’arco.
Filottete rimase a Lemno per 10 lunghi anni, dolorante, cibandosi d’uccelli che riusciva a catturare con le frecce e l’arco di Heracles.
Filotette a Troia
Quando la guerra di Troia durava già da dieci anni ed era in situazione di stallo. Il troiano Eleno (figlio di Priamo, fratello gemello di Cassandra, capace di vaticinare il futuro) che era stato fatto prigioniero dai Greci, predisse le condizioni per la conquista di Troia, tra le quali che Troia non poteva cadere a meno che Filottete non tornasse a Troia a combattere con l’arco e le frecce avvelenate di Eracle.
I Greci mandarono Diomede e Odisseo-Ulisse (o Diomede e Neottolemo) a riprenderlo. Nel Filottete di Sofocle, Odisseo accompagnato dal giovane Neottolemo7
La sua azione contribuì in modo decisivo alla caduta di Troia1234.)), si reca a Lemno per recuperare l’eroe, orchestrando un abile stratagemma: il figlio di Achille dovrà farsi credere in fuga da Troia verso Ftia, perseguitato da Odisseo e dagli Atridi. Il piano di Odisseo ha successo e a Neottolemo, che ha conquistato la fiducia di Filottete, l’eroe malato consegna l’arco; poi, dopo una crisi del male, si addormenta. Tuttavia, Neottolemo, preso da una crisi di coscienza, decide di non partire senza l’eroe, abbandonandolo alla solitudine, al dolore e privo dell’arma necessaria al sostentamento; così, quando Filottete si sveglia, il giovane rivela la verità e, nonostante i rimproveri di Odisseo, restituisce l’arco. L’azione appare a questo punto conclusa: Filottete non andrà a Troia e le armi di Eracle non daranno la vittoria agli Achei. Ma Eracle, apparendo deus ex machina, lo indurrà a cedere, ad andare a Troia e a collaborare alla distruzione della città.
Nella versione di Euripide, Ulisse e Diomede s’impadronirono delle armi con l’inganno, obbligando in tal modo il Peantide disarmato ad accompagnarli, dopo avergli promesso di farlo curare dai figli d’Asklepios. Si narrava, infatti, che una volta giunto sul lido di Troia, fosse guarito dalla ferita al piede da Podalirio, oppure da Macaone. Così, rimesso in sesto, Filottete fu in grado di prendere parte ai combattimenti. A proposito della cura, è tradizione conforme che Apollo avesse fatto cadere Filottete in un sonno profondo, mentre Macaone aveva sondato la ferita e tolto via con un affilatissimo coltello le carni in avanzata necrosi e poi aveva lavato la piaga con vino, prima di applicarvi una pianta, ricevuta in segreto dal centauro Chirone.
Si attribuiscono al valente arciere Filottete molti meriti in guerra; le sue stragi furono considerevoli e le sue vittime eccellenti. Secondo alcuni autori, sarebbe stato lui ad uccidere con le sue frecce Acamante, figlio di Antenore; fino a segnare le sorti della guerra, uccidendo Paride che aveva appena ucciso Achille e stava rientrando in città.
Il ritorno in madrepatria e l’esilio
Filottete viene ricordato anche nell’Odissea, per bocca rispettivamente di Nestore (Odissea III, v. 190) e di Ulisse (Odissea VIII, vv. 219-220), non per la sua ferita, bensì per il suo ritorno in patria e per la sua fama di arciere. Nell’Odissea di Omero figura tra gli eroi privilegiati che avevano ottenuto un νοςτοσ (= ritorno) felice.
Secondo tradizioni posteriori, risalenti al IV sec. a.C.8, invece, fu scacciato dalla patria (Melibea in Tessaglia) in seguito ad un’insurrezione e, venuto in Calabria lungo la costa a nord di Crotone, fondò i centri di Krimisa, Petelia, Macalla e Chone, facendo costruire un tempio a Cirò Marina, l’antica Krimisa, ove depose l’arco e le frecce di Heracles consacrandole ad Apollo.
Lo Pseudo Aristotele9, fornisce notizie sul mito di Filottete in Italía (datazione: intorno al 350 a.C.)
De mir. ausc. 107: . Παρὰ δε τοȋς Συβαρίταις λέγεται Φιλοκτήτην τιμᾱσθαι, κατοικησαι γὰρ αὐτὸν έκ Τροίας ἀνακομισθέντα τὰ καλούμενα Μάκαλλα (mss. Μύκαλλα ο μαλακά) τῆς Κροτωνιάτιδος, & ϕασιν άπέχειν έκατὸν εἰκοσι σταδίων, και άναθειναι ίστορουσι τὰ τόξα τὰ’Ηράκλεια αὐτὸν εις τὸ του’Απoλλώνος τοῡ Άλαίου. ἐκεȋθεν δὲ φασι τοὺς Κροτωνιάτας κατά την έπικράτειαν άναθειναι αύτά εἰς τὸ Απολλώνιον τὸ παρ’αὑτοȋς. λέγεται δέ και τελευτήσαντα ἐκεȋ κεȋσθαι αύτὸν παρά τὸν ποταμὸν τὸν Σύβαριν, βοηθήσαντα’Ροδίοις τοȋς μετά Τληπολέμου εἰς τοὺς ἐκεȋ τόπους ἀπενεχθεȋσι και μάχην συνάψασι πρὸς τοὺς ἐνοικοῡντας των βαρβάρων έκείνην τήν χώραν.
(TRAD) “1. Si dice che presso i Sibariti sia onorato Filottete. Infatti egli di ritorno da Troia fondò nella Crotoniatide la città di Macalla , che, dicono, disti circa centoventi stadi; inoltre narrano che egli consacrò l’arco e le frecce di Eracle nel tempio di Apollo Aleo. Da qui i Crotoniati, durante il loro predominio, li presero e li dedicarono nel santuario di Apollo che si trova presso di loro. 2. Si dice anche che Filottete sia morto in questi luoghi e sia stato sepolto presso il fiume Sibari, dopo aver portato aiuto ai Rodi, che giunsero qui al seguito di Tlepolemo e mossero guerra ad alcuni barbari stanziati nella regione” 10
Pseudo-Aristotile, capitolo 107 del De mirabilibus auscultationibus
Le vicende dell’eroe tessalo in Italía sono raccontate anche da Strabone (databile intorno al 20 d.C.) che le riprende dallo pseudo-Apollodoro.

Apollod. Ep. 6, 15b 11
Philoktetes poi fu spinto in Italia presso i Campani e
avendo combattuto contro i Lucani vicino a Crotone e a Turi
andò ad abitare Krimissa, e avendo smesso di errare
fondò il tempio di Apollo Alaios,
cui dedicò anche il suo arco, come dice Euforione.
Apollodoro, Bibliotheca, Ep. 6, 15b 11
Parlerò dunque in generale, senza fare distinzioni, di quel che ho appreso su questi popoli che abitano nell’interno, vale a dire i Lucani e i loro vicini Sanniti.
Petelia (Πετηλία) è considerata metropoli dei Lucani (Λευκανούς), ed è ancora oggi piuttosto popolosa. Venne fondata da Filottete (Φιλοκτήτου) dopo che, in seguito ad una disputa politica, era stato esiliato da Melibea (Μελίβοιαν).
E’ in una posizione talmente forte che anche i sanniti l’hanno ulteriormente fortificata contro i Turii.
Anche l’antica Crimisa (Κρίμισσα), che si trova vicino nella regione, venne fondata da Filottete.
Apollodoro, nel suo “catalogo delle navi”, menzionando Filottete … dice che quando egli arrivò nel territorio di Crotone, fondò un insediamento sul promontorio di Crimissa; e nell’entroterra poco distante fondò la città di Chone, da cui quelli che la abitavano vennero chiamati Coni, e che alcuni dei suoi compagni proseguirono sotto la guida del Troiano Egesto verso la regione di Erice in Sicilia ove fortificarono Egesta.
Strabone, Geografia, VI, 1, 2-3
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Secondo lo storico romano Giustino (II-III sec. d.C.) , XX 1, 26, invece, Filottete fondò Thuri e la prova di ciò consisterebbe nel fatto che nel tempio di Apollo a Thuri erano conservate le frecce di Heracles, delle quali il proprietario era appunto Filottete (invece per Diodoro Siculo, XII 35,3 l’ecista di Thuri invece è il dio Apollo):
Thurinorum urbem condidisse Philocteten ferunt; ibique adhuc monumentum eius visitur, et Herculis sagittae in Apollinis tempio, quae fatum Troiae fuere.
Giustino, XX, 1, 16-2,1: 1, 16
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La versione che ha più elementi in comune con il racconto dello Pseudo-Aristotele è quella presente nei versi 911-929 dell’Alessandra di Licofrone (databile al III sec. d.C.):

V. 911 Alexandra di Licofrone con commentario di Tzetzes – versione edita da E. Scheer12
Philoktetes fu spinto poi in Italia (giungendo) presso i Campani e dopo aver com-
battuto contro di essi (II: contro i Lucani) vicino a Crotone e a Turi (?) si insediò a Krimissa es avendo posto fine all’errare fondò il tempio di Apollo Alaios, dedicò a lui anche l’arco (come dice Euforione)
Qui Tzetzes richiama Euforione di Calcide, nella cui poetica figura un Philoctetes, un’opera di Euforione “nota a Tzetzes e alla tradizione scoliastica licofronea”.
Le correnti dell’Esaro e Crimisa, piccola città d’Enotria, accoglieranno colui, che è morso dal serpente e che spegne la fiaccola fatale — che già la stessa Pallade Trombettiera colle sue mani dirigerà la punta del dardo scoccando l’arco dei Maioli — colui, che un giorno sulle sponde del Dira, per aver bruciato il fiero leone, si armò le mani del micidiale arco scita che scaglia inevitabili dardi.
L’Alessandra di Licofrone. Testo, traduzione di Emanuele Ciaceri (1901), v. 909-929
Virgilio, nel III libro dell’Eneide (databile al 19 a.C.), riporta la profezia dell’indovino Eleno, uno dei figli di Priamo, ad Enea, profugo da Troia, distrutta dagli Achei, che si accingeva a partire dall’Epiro, attribuendo la formazione di Petelia a Filottete, unica delle città filottee che era sopravvissuta all’occupazione romana della Calabria):
“Le rive e terre d’Italia, queste che il mare bagna qui avanti, vicine, fùggile; son tutte in mani nemiche, abitate dai Greci malvagi.
(…).
Qui Filottete duce di Melibea fondò su la rupe le mura di Petelia …“
“Has autem terras Italique hanc litoris oram, proxima quae nostri perfunditur aequoris aestu, effuge; cuncta malis habitantur moenia Grais.
(…).
Hic illa ducis Meliboei parua Philoctetae subnixa Petelia muro.
Lo Pseudo-Aristotele e Licofrone riportano una successione di eventi molto simile ed entrambi e li ambientano nell’area che comprende i territori di Sibari e Crotone. Da una lettura attenta dei passi si può notare, però, che nei versi dell’Alessandra prevalgono elementi topografici, quali Krimisa e i fiumi Esaro e Neto, che rimandano a Crotone, mentre nel De mirabilibus auscultationibus si dice che esisteva un culto di Filottete a Sibari e che l’eroe era sepolto nei pressi del fiume Sibari.
Il Musti perciò ipotizza che Licofrone abbia acquisito le sue informazioni da una fonte favorevole ai Crotoniati, mentre lo Pseudo Aristotele da una fonte favorevole ai Sibariti. Secondo Giangiulio, la fonte di Licofrone potrebbe essere Timeo13, mentre quella dello Pseudo Aristotele potrebbe essere Lico di Reggio14; entrambe le fonti raccoglierebbero diverse tradizioni locali15; questi autori sono vissuti in età ellenistica, in una fase in cui le città indigene del territorio di Filottete, da tempo aperte a scambi commerciali e culturali con Kroton, si erano ormai ellenizzate, pur essendo materialmente dominate dai Brettii, in un clima che favoriva la formazione di leggende tese ad assicurare una antichità ai centri indigeni. Ciò, unitamente all’assenza di rappresentazioni di Filottete (monetazione, arti figurative e letterarie) relative a questa età e nei secoli precedenti porta a ritenere che queste “tradizioni locali” sulle avventure occidentali di Filottete potrebbero essere sorte in questa fase storica.
Per approfondire l’argomento proseguire sulla pagina: Il territorio e le città di Filottete
Lo spostamento dell’arco e delle freccie di Heracle dal tempio di Apollo Alaios
Le fonti riportano in maniera controversa questo episodio. Si ritiene che si tratti di una manifestazione dei contrasti sorti tra Sibari e Crotone nel VI secolo a.C. ed è stata oggetto di diverse interpretazioni.
Secondo il Musti l’espressione παρ’αὐτοῖς utilizzata dallo Pseudo Aristotele andrebbe riferita a Sibari; pertanto le armi dell’eroe sarebbero state spostate dal tempio di Apollo Aleo nella Crotoniatide ad un altro Apollion di Sibari. A supporto di questa ipotesi lo studioso richiama il passo di Giustino citato precedentemente, nel quale si dice che nel tempio di Apollo a Thuri, che altro non è che la “nuova Sibari”. Sempre partendo da Giustino si dovrebbe ipotizzare, secondo lo studioso, che tale spostamento sia avvenuto dopo la fondazione di Thuri.
Diversi altri studiosi, a partire dal Lacroix, sono dell’opinione, forse più probabile, che, invece, lo spostamento debba essere avvenuto da Sibari a Crotone, forse in un tempio dedicato ad Apollo (ma questa struttura templare non è stata identificata nella città16 ). Ad esempio Camassa afferma che attraverso l’adozione del culto dell’eroe tessalo, che “già doveva essere presente nell’Italia meridionale prima dell’arrivo dei Greci”, i Sibariti “potevano forse rivendicare a legittimo titolo il possesso del territorio posto a mezzogiorno e promuovere forme di integrazione, di osmosi con le popolazioni indigene”. In questo caso, perciò, a differenza di quanto sostenuto da Musti, il trasferimento delle frecce di Filottete dovrebbe essere avvenuto successivamente alla sconfitta sibarita del 510 a.C. e avrebbe avuto il significato simbolico di sancire il passaggio dell’egemonia sulla Sibaritide a Crotone17.
La morte di Filottete
Controversa sono anche le citazioni sulla morte di Filottete. I Sibariti, poichè Filottete veniva sentito come eroe proprio al quale si facevano risalire le origini della città, lo presentano come morto in combattimento contro i barbari presso il Sibari. La principale tradizione vuole, invece, che l’eroe, che aveva operato nella Crotoniatide, tra Crimisa e l’Aisaros, morì combattendo per mano di Ausoni Pelleni18, popolazione achea già presente nella zona del Nauaithos19 vicino Crotone prima della colonizzazione greca20.
Filottete interviene in difesa dei Rodii che volevano stanziarsi nell’Italia meridionale, ma una volta sbarcati erano stati attaccati dagli indigeni21. I Rodii erano guidati da Tlepolemo22 – figlio di Heracles – al quale Filottete sembra legato da un’amicizia a dir poco inscindibile.
A secondo dei diversi autori la tomba di Filottete viene proposta in vari luoghi, ma di fatto non è stata mai trovata (per quanto possa essere reale un luogo di sepoltura di un personaggio non storico ma mitologico-letterario!!).
Segue il testo di Licofrone 909-929.
Ciaceri, E. (trad.). (1901). La Alessandra di Licofrone (di Calcide, autore del IV secolo a.C.), 909-929. Catania, pp. 105-106).
Egli cadrà in battaglia, e il Crati ne scorgerà la tomba
verso il luogo in cui sorge il tempio del nume Aleo di Patara,
dove il Nieto scarica le sue acque in mare,
giacché a lui toglieranno la vita gli Achei d’Ausonia
quando muoverà in aiuto dei condottieri Lindi,
cui lungi dal Termidro e dalle montagne di Carpato
sospingerà errabondi la forte bufera di tramontana,
destinati a fermarsi, stranieri, nella terra di altra gente.
E là, in Macalla, innalzeranno intorno alla sua tomba un grande tempio
quei del luogo e con libazioni e sacrifici di bovi
lo onoreranno eternamente come dio.
L’Alessandra di Licofrone. Testo, traduzione di Emanuele Ciaceri (1901), v. 909-929
L’ ardente cane Trascia lo spingerà
a errare lontano da Termidoro e dai monti di Carpato
in cerca di una terra da abitare straniera ed estranea.
Gli abitanti di Makalla, costruiranno
sulla sua tomba un grande recinto sacro,
venerandolo per sempre come un dio,
lo onoreranno con libagioni e sacrifici di buoi.
Da A. Marandino – Scrivere e leggere l’Alessandra di Licofrone: sulle tracce dei papiri, Tesi DR, 2010, pp. 31-32.

Da A. Marandino – Scrivere e leggere l’Alessandra di Licofrone: sulle tracce dei papiri, Tesi DR, 2010, pp. 31-32
Analogamente a quanto si ritiene per la fondazione di Crotone, con il mito della predizione di Herakles con il caso dell’uccisione involontaria di Kroton da parte del semidio, che lascerebbe intendere un tipo di relazioni “aggressive” proprie della colonizzazione achea, nei confronti delle popolazioni indigene, l’uccisione di Filottete per mano degli indigeni suggerisce un contatto difficile o, ancor di più, il rifiuto violento del contatto con i greci da parte degli indigeni. Gli indigeni sarebbero riusciti, per un certo periodo di tempo, ad opporsi alla colonizzazione greca. Solo in una fase tarda vi sarebbe stato una qualche forma di controllo politico e sicuramente culturale, introitando culti estranei al contesto indigeno, ma anche elementi mitologici tratti dalla folta schiera dei personaggi minori del ciclo omerico; Filottete, come Epeo e Polites, sono portatori di qualche caratteristica negativa che li allontana dal prototipo dell’eroe greco kalos kagathos 23 ma che li avvicina, invece, agli indigeni; Filottete e Polites, nelle elaborazioni locali delle rispettive vicende mitiche, risultano essere stati uccisi dagli indigeni e, dopo un certo tempo, diventano oggetto di culto 24.
Opere letterarie antiche e contemporanee
Il mito di Filottete è uno di quelli che sappiamo essere stati più di sovente trattati e “con predilezione rimaneggiati” dagli antichi poeti drammatici: iniziò a dramatizzarlo Eschilo, con una tragedia dedicata a Filottete rappresentata dopo il 485 a.C. ad Atene, alla quale seguirono Euripide, Sofocle, Acheo di Eretria, Filocle (nipote di Eschilo), Teodecte ed Accio.
Venne rappresentata anche da autori comici come Epicarmo di Siracusa, Strattis ed Antifane.
Oggi di tutte queste opere per intero è rimasto il solo divulgatissimo dramma di Sofocle, mentre degli altri o conosciamo appena l’ esistenza o abbiamo conservato, tult’al più, qualche raro e breve frammento 25.
Le reinterpretazioni moderme e contemporanee del mito sono molteplici. L’esposizione richiede uno spazio articolato. La saga dell’eroe ha una sua debole ripresa unicamente nella letteratura umanistico-rinascimentale. In età moderna vi è un nuovo interesse verso la figura dell’eroe, adattata alle diverse ideologie, esclusivamente nella pittura illuministica, neoclassica e risorgimentale.
La letteratura e gli autori teatrali contemporanei ripartono in particolare dalla versione Sofoclea, e tra questi (l’elencazione è sicuramente parziale): Philoctète ou le traité des trois morales di Gide (1898), Rudolf Kassner (Philoktet, 1904), Karl von Levetzow (L’arco di Philoktet, 1909), Rudolf Pannwitz (Philoktetes, 1913), Bernt von Heiseler (Philoktet, 1947), Heiner Müller (Philoktet, 1965) ), James Baxter (L’uomo dai piedi doloranti, 1967), Tom Stoppard (Terra neutra, 1968), Walter Jens (Il colpo fatale, 1974), Sydney Bernard Smith (Sherca, 1979), Oscar Mandel (L’evocazione di Filottete, 1981), Seamus Heaney (The Cure at Troy, 1990). Prospettiva: Jean-Pierre Siméon: Philoctète (2010). Tom Stoppard (Terre neutre, 1968), Walter Jens (Der tödliche Schlag, 1974), Sydney Bernard Smith (Sherca, 1979), Oscar Mandel (L’evocazione di Filottete, 1981), Seamus Heaney (The Cure at Troy, 1990). Prospettiva: Jean-Pierre Siméon: Philoctète (2010). Tom Stoppard (Terre neutre, 1968), Walter Jens (Der tödliche Schlag, 1974), Sydney Bernard Smith (Sherca, 1979), Oscar Mandel (L’evocazione di Filottete, 1981), Seamus Heaney (The Cure at Troy, 1990). Prospettiva: Jean-Pierre Siméon: Philoctète (2010).
Bibliografia
- Guglielmo Genovese – Il mito di Filottete: un modello antieroico e un archetipo interculturale tra oriente ed occidente (2001)
- Pasquale Attianese – Il mito di Filottete a Petelia (da Panorama Numismatico nr.240/Maggio 2009)
- Concetta Martina Giuliano – Il linguaggio della ferita: il Filottete di Sofocle (Rivista Figure dell’Immaginario, n. 1, gennaio 2014)
- Luigi Adriano Milani – Il mito di Filottete: nella letteratura classica e nel l’arte figurata; studio monografico – Le Monnier, 1879
- Domenico Musti – Lo sviluppo del mito di Filottete, da Crotone a Sibari (1991)
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Bibliografia, Note
- La Magnesia è una regione storica della Grecia, patria di vari personaggi mitologici, quali Giasone, del re Peleo, di suo figlio Achille e di Filottete. La penisola occupa la parte orientale della Tessaglia; centri principali erano Melibea, Bebe, Pagase, Metone[↩]
- Strabone, Geografia, Libro IX, cap.5, 22[↩]
- Il monte Pelio (Πήλιο), è una montagna nel sud est della Tessaglia. Nella mitologia greca è la terra di origine del centauro Chirone, tutore di molti antichi eroi greci, come Giasone, Achille, Teseo e Heracles[↩]
- (gr. ῎Οσσα) Rilievo montuoso della Tessaglia orientale (1978 m), comunemente denominato Kissavos (gr. Κίσσαβος). Sorge a sud del Monte Olimpo, da cui lo divide la valle di Tempe[↩]
- Pomponius Mela – De chorographia libri tres, a cura di Piergiorgio Parroni, Roma 1984, p. 302[↩]
- L’isola di Lemno viene descritta nelle avventure degli Argonauti, gli eroi leggendari della spedizione per il recupero del vello d’oro. Lemno rappresentò la prima tappa e la prima vicenda della loro avventura. Si trattava di un’isola abitata da sole donne: tutti gli uomini, infatti, erano stati sterminati dalle loro donne, come conseguenza di una punizione proveniente da Afrodite, offesa dalla trascuratezza in cui versava il suo culto.[↩]
- Ricordiamo che Neottolemo è il figlio di Achille, cresciuto a Sciro. Fu chiamato da Ulisse a partecipare alla guerra di Troia perché la sua presenza era necessaria per la vittoria. Fu uno dei guerrieri nascosti nel cavallo di legno. Fu inviato sull’isola di Lemno per recuperare Filottete, l’eroe ferito con l’arco di Eracle, e riportarlo in guerra.[↩]
- di cui si trova traccia nello Pseudo-Aristotele (databile al IV sec. a.C. ), Strabone, Geografia VI, p. 175 (inizio I° sec. d.C.) e in Virgilio Eneide, III, 401-402 (tra il 29 a.C. e il 19 a.C.).[↩]
- Pseudo-Aristotele è il nome convenzionale dato ai reali, ma sconosciuti autori di una serie di opere filosofiche o trattati di medicina, più di un centinaio, attribuiti in precedenza al filosofo greco Aristotele; Il De mirabilibus auscultationibus è un trattato realizzato dalla Scuola peripatetica[↩]
- La traduzione è ripresa da Aristotele, De mirabilibus auscultationibus, Edizioni Studio Tesi, 1997, A cura di Gabriella Vanotti, pp. 48-51[↩]
- Maria Luisa Napolitano – Philoktetes ed Euforione, 2011, p. 40[↩][↩]
- Maria Luisa Napolitano – Philoktetes ed Euforione, 2011, p. 38[↩]
- Timeo è uno storico greco siciliano (n. 356 a. C. circa – m. 260 a. C. circa). Autore delle Storie o Sikelikà, in 38 libri, che trattava l’Occidente greco, delineandone una storia dalle origini mitiche alla morte del suo nemico Agatocle nel 289, arrivata a noi solo in forma frammentaria, ma popolarissima nell’antichità e fonte fondamentale per la narrazione della storia occidentale in Diodoro Siculo.[↩]
- Lico di Reggio vissuto tra il IV e il III secolo a.C., storico greco antico[↩]
- Per i riferimenti bibliografici su questo si rinvia alla fonte da cui è stata estratta questa valutazione: Annalisa d’Onofrio, Tesi di dottorato “Le conoscenze sull’Occidente magno-greco e siciliano nella Scuola di Aristototele“, 2018, pp. 67-68[↩]
- Come specificato nell’articolo: Il culto e i Santuari di Apollo a Kroton [↩]
- Per i riferimenti bibliografici su questo si rinvia alla fonte da cui è stata estratta questa valutazione: Annalisa d’Onofrio, Tesi di dottorato “Le conoscenze sull’Occidente magno-greco e siciliano nella Scuola di Aristototele“, 2018, p. 68[↩]
- Gli Ausoni erano una popolazione italica stanziata nell’Italia meridionale, di origine indoeuropea. Le prime colonie greche stanziatesi nel territorio italiano incontrarono 3 grandi popolazioni: Ausoni, Enotri e Japigi.
Gli Ausoni, esistevano già intorno al 1600 a.C., cioè all’inizio del Bronzo medio. L’Ausonia era il loro territorio, si estendeva dal basso Lazio fino alla Calabria, abitavano le terre della Campania fino al fiume Sele; gli Enotri vivevano nel territorio a sud e gli Japigi nell’attuale Puglia (a essi si affiancava un’altra popolazione enotria, quella dei Choni). Fra queste, quelle degli Ausoni e degli Enotri rappresentano, secondo le fonti, le più antiche popolazioni italiche dominanti e che avevano nell’VIII secolo a.C. ormai raggiunto una loro stabilità territoriale.
I Pelleni, sono gli Achei di un preciso contesto peloponnesiaco (abitanti della penisola calcidese di Pallene, dove hanno fondato Skione), ma designano gli Achei in generale. Se dunque Pellenioi sta per Achei, Ausones serve a indicarne la localizzazione; si trattarebbe perciò dei coloni delle città achee d’Italia (rif. M. Giangiulio – Filottete tra Sibari e Crotone, 2011, nota 25.) divenuti oramai indigeni dell’Ausonia[↩]
- in relazione alla leggenda delle donne troiane che incendiano le navi alla foce del Neto[↩]
- Licofrone, Alessandra, vv.910-929, per il testo in greci con la traduzione di E.Ciaceri vedere nella Biblioteca del GAK[↩]
- Alfonso Mele – Crotone e la sua storia – in Atti XXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto 7-10 Ottobre 1983 – p. 36-37[↩]
- Tlepolemo è un personaggio della mitologia greca, figlio di Heracles e di Astioche. Per sfuggire a una vendetta familiare per aver ucciso lo zio Licimnio, si sarebbe rifugiato nell’isola di Rodi ed avrebbe fondato le città di Lindo, Ialiso e Camiro di cui divenne il sovranno. Secondo Pindaro invece, Tlepolemo era figlio di Astidamia e sarebbe partito per l’isola di Rodi in seguito al responso di un oracolo[↩]
- καλός κἀγαθός, cioè “bello e buono” inteso come “valoroso in guerra” e come “in possesso di tutte le virtù”, espressione kalokagathìa che indica nella cultura greca del V secolo a.C. l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo[↩]
- G.F. La Torre – Le popolazioni indigene della Calabria all’epoca della colonizzazione (2004), p. 490-491[↩]
- Luigi Adriano Milani – Il mito di Filottete nella letteratura classica e nell’arte figurata. 1879, p. 31[↩]
